DIETRO LE QUINTE/ I messaggi di Rossi (Pd) a Zingaretti per non morire renziano

- Daniele Marchetti

Uno dei fondatori di Liberi e Uguali ha detto che voterà Pd: Enrico Rossi. Il governatore della Toscana pensa al 2020 e non solo

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Enrico Rossi e Massimo D'Alema (LaPresse)

La notizia c’è, eccome: Enrico Rossi, uno dei fondatori di Liberi e Uguali e fautore della scissione a sinistra, tornerà a votare Pd: non quello di Renzi, per carità, ma il “nuovo” Pd del compagno Zingaretti. E lo farà – parole dell’interessato – senza contropartita, restando fedele all’impegno assunto con gli elettori di portare a termine il mandato di presidente fino alla primavera 2020.

Eppure quel “ritorno al passato” desta non poche riflessioni. Innanzitutto per la tempistica.

Se infatti appare verosimile che Rossi non punti a correre alle elezioni europee –  i tempi sono indubbiamente stretti, le preferenze sono un’indubbia difficoltà anche per un personaggio noto come lui con il rischio, peraltro, di uno scontro fratricida con la segretaria del Pd toscano, europarlamentare uscente e sicuramente ricandidata Simona Bonafè – la dichiarazione di voto, non richiesta, avviene nel momento più strategico di una campagna elettorale: i giorni della stesura delle liste (per alcuni tasselli ancora in alto mare).

Un particolare non di poco conto che, al contrario delle parole ufficiali, sembra lasciare aperto uno spiraglio ad un’eventuale chiamata di correo del neosegretario Nicola Zingaretti. Un “tutti dentro” per drenare voti a cui Rossi non potrebbe certamente restare indifferente e che, per altro verso, gli permetterebbe di sfidare (in prima persona) i renziani nella loro “tana”: Firenze e la Toscana. Sassolino che Rossi non vede l’ora di togliersi dalle scarpe.

Ma c’è un altro appuntamento che Rossi vede possibile, assolutamente meno difficile per lui ed assai più strategico per la sua leadership di una corrente socialista interna al Pd: il voto politico che potrebbe celebrarsi proprio in concomitanza delle elezioni regionali toscane, nella primavera 2020.

Quella sembra essere la vera meta di Rossi. Anzi persino una doppia meta.

Come ogni leader, Rossi non mollerà facilmente lo scranno di governatore ad un renziano. E la segreteria Zingaretti, in ciò, potrebbe essergli di estremo aiuto. Del resto di persone capaci, preparate, in grado di assumere il testimone nella “sequela” rossiana ve ne sono. Figure che viaggiano sottotraccia ma che al momento opportuno potrebbero essere messe sul tavolo della trattativa e scalzare benissimo molti dei nomi dati, da anni, per “certi”.

Quindi l’uscita di Rossi appare niente affatto intempestiva o improvvisata, anzi tutt’altro: potrebbe essere un bel biglietto da vista per un’eventuale candidatura in extremis alle europee (facilmente vendibile come candidatura di servizio), ma soprattutto l’asso nella manica per il futuro della Toscana e dello stesso governatore.

Adesso che fra l’altro il Pd è in ripresa, Rossi ha tutto da guadagnare a interpretare il ruolo di portatore d’acqua per la nuova segreteria.

Certo che il tempo della “vendemmia” non tarderà…

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