POLITICHE ATTIVE/ Le due condizioni “impossibili” per farle funzionare in Italia

- Natale Forlani

Si parla da tanto tempo e continuamente di politiche attive del lavoro in Italia, ma non si riesce mai a concretizzare nulla

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Negli incontri tra il Governo e le parti sociali il tema delle politiche attive del lavoro è da sempre presente nella redazione degli ordini del giorno, salvo diventare trascurabile nell’efficacia delle iniziative concretamente messe in atto. Non poteva certo mancare in coincidenza di una grave crisi economica destinata a generare conseguenze nefaste sul versante dell’occupazione per il potenziale degli esuberi di personale, provvisoriamente contenuti con l’utilizzo massiccio delle casse integrazioni e con il blocco dei licenziamenti, e delle mancate assunzioni da parte delle imprese.

Le prime proposte messe in campo, dalla ministra del Lavoro Catalfo, e annunciate nell’incontro di martedì scorso con le parti sociali, sono mirate a potenziare le politiche attive con l’istituzione di un fondo di 500 milioni di euro aggiuntivi per ripristinare l’assegno di ricollocazione a favore dei disoccupati (una sorta di voucher disponibile per gli interessati finalizzato a remunerare i servizi delle agenzie del lavoro, gli operatori della formazione e le imprese disponibili a riassumerli), e la sospensione della progressiva riduzione dell’indennità di disoccupazione Naspi, attualmente prevista a partire dal 4° mese, almeno per i lavoratori più anziani. Iniziative aggiuntive al varo del fondo per le competenze, finanziato con circa 700 milioni di euro con due decreti recenti, finalizzato a sostenere i programmi di formazione aziendali.

Queste proposte, più che rappresentare un approccio organico alla materia, tendono a rimediare alcune distorsioni introdotte dal precedente Governo giallo-verde nell’occasione del varo del reddito di cittadinanza, con la scelta di dirottare le risorse disponibili per gli assegni di ricollocazione verso i beneficiari del nuovo sussidio, sottraendole alla maggioranza dei disoccupati, e di potenziare la rete dei servizi pubblici con l’inserimento di 2.800 improvvisati Navigator, per la medesima finalità.

Gli esiti di questa operazione non si possono nemmeno commentare, data l’esiguità dei lavoratori reinseriti al lavoro, circa 190mila sul milione potenzialmente interessati, nella stragrande parte a seguito di autonomi percorsi intrapresi spontaneamente da quelli che percepivano dei sussidi di basso importo, dato che gli assegni di ricollocazione effettivamente erogati risultano essere meno di mille. Sul versante opposto, la possibilità dei beneficiari di rifiutare tutte le proposte di lavoro a termine e a part-time, quelle che ordinariamente vengono accettate dal 70% lavoratori assunto ogni anno, ha di fatto reso improponibile qualsiasi intervento di politica attiva del lavoro, traducendo l’intero prospetto in un consistente spreco di risorse.

Allo stato attuale non è lecito comprendere se i nuovi propositi della ministra del Lavoro comporteranno una modifica anche per l’impianto del reddito di cittadinanza, che sarebbe doverosa in coincidenza dell’erogazione, prevista per il luglio 2021, dell’assegno unico per i minori a carico. Ovvero se all’opposto si ritenga di estendere anche per gli altri disoccupati le assurde normative previste per i beneficiari del reddito di cittadinanza. Resta il fatto che la discussione sulla materia continua ad aggirare scientemente i nodi che impediscono l’affermazione delle politiche attive del lavoro con le caratteristiche di efficacia e di efficienza praticate in altri Paesi europei e occidentali.

Nel nostro Paese, in parallelo con l’ossessiva ostinazione di difendere a ogni costo i posti di lavoro esistenti e in particolare quelli delle medie grandi aziende che usufruiscono di tutele superiori al resto dei lavoratori, le politiche attive vengono di solito evocate come alibi per giustificare l’erogazione dei sussidi. In genere, anche per prorogarli nel tempo alla luce degli scarsi risultati delle azioni di reinserimento che vengono puntualmente disertate dai beneficiari per l’assenza di sanzioni effettivamente cogenti.

Per tale ragione il tema delle politiche attive riemerge quando ci sono le emergenze collettive da affrontare. Mentre, all’opposto, la funzione primaria di queste politiche dovrebbe essere quella di ridurre il rischio di rimanere o diventare disoccupati, migliorando le competenze e l’occupabilità delle persone, e di rendere sostenibili le mobilità lavorative. Ne consegue che la natura di questi interventi deve fare leva su una pluralità di attori (le istituzioni formative, i servizi di intermediazione della domanda e offerta di lavoro, le imprese e le famiglie), e di strumenti (l’alternanza scuola lavoro, i tirocini, l’apprendistato, la formazione continua nell’ambito lavorativo o finalizzata a riconvertire le competenze, i bilanci delle competenze, gli incentivi per l’occupazione), per favorire al meglio la personalizzazione dei percorsi e l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro.

Tutto questo può funzionare a due condizioni: che il sistema dei diritti e dei doveri per i potenziali beneficiari sia effettivamente cogente, cioè che i servizi di diverso tipo siano effettivamente disponibili e che i sistemi premiali per coloro che ottengono risultati e le sanzioni applicate per i rifiuti non motivati siano effettivi; che i singoli attori coinvolti non agiscano in modo autoreferenziale e si rapportino agli altri soggetti nell’intento di soddisfare effettivamente l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro.

Ebbene, in Italia queste condizioni, al netto di alcune buone pratiche, semplicemente non sussistono. E la cosa paradossale, complicata dal caos delle competenze istituzionali esistenti tra Stato e Regioni, è che si sta facendo pochissimo per rimediare. I limiti non sono indotti da una carenza di normative, che più o meno sono allineate a quelle degli altri Paesi europei. Nemmeno di strumenti, tutti altrettanto previsti dalla legislazione, con l’ausilio di fondi interprofessionali per la formazione continua, di quelli di solidarietà per la gestione delle crisi aziendali e settoriali e della mobilità, degli accreditamento degli istituti e delle agenzie private per la formazione, delle applicazioni informatiche per facilitare l’incontro tra domanda e offerta. Non sono mai mancate le risorse, a partire da quelle del Fondo sociale europeo quantificabili in centinaia di miliardi di euro per i soli anni Duemila. Nemmeno le informazioni sugli andamenti del mercato del lavoro, che vengono abbondantemente fornite dall’Istat, dall’Inps e dal sistema delle Comunicazioni obbligatorie per le assunzioni disponibili presso il ministero del Lavoro. Tra l’altro scientemente trascurate dagli stessi responsabili delle istituzioni e da buona parte delle rappresentanze del mondo del lavoro che dovrebbero utilizzarle prima di assumere decisioni.

Il salto di qualità non può essere rappresentato dalla tentazione di rivendicare l’ennesima infornata di nuove norme, ma da un cambiamento sostanziale degli approcci culturali e comportamentali.

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