PRESCRIZIONE/ Gherardo Colombo: no all’ideologia della pena sempre e comunque

- int. Gherardo Colombo

L’eliminazione della prescrizione non risolve assolutamente il problema della durata dei processi. Servono ben altri interventi

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Gherardo Colombo (LaPresse)

“Il problema della durata dei processi non si risolve attraverso l’eliminazione della prescrizione. Questo va detto molto chiaramente. E allora, a mio avviso, il problema non è tanto la ragionevole durata del processo, ma è un altro, di carattere forse più politico ed elettorale: l’enfasi su temi come l’abolizione della prescrizione porta, o toglie, voti”. E nasce da una filosofia della pena non rieducativa, ma retributiva, “una filosofia secondo cui il male si elide solo attraverso il male. È una questione fideistica e sulle questioni fideistiche è sempre difficile ragionare”. La pensa così Gherardo Colombo, già giudice istruttore del processo alla P2, delle indagini su Michele Sindona e sull’omicidio Ambrosoli, già pubblico ministero di Mani Pulite e del lodo Mondadori. Che in questa intervista non solo “smonta” l’utilità del blocco della prescrizione, pervicacemente voluto dal ministro Bonafede e dal M5s, sebbene osteggiato altrettanto fortemente da Pd e, soprattutto, Italia viva, ma propone possibili correttivi per migliorare una macchina della giustizia che in Italia non brilla certo per efficienza.

La prescrizione è la riforma di cui ha davvero bisogno la giustizia italiana?

Secondo me proprio no, anzi a mio parere è l’ultima cosa su cui intervenire.

Perché?

Credo che si voglia risolvere in maniera semplice un problema complesso. Occorre andare con ordine.

Prego.

Vanno considerati due aspetti. Il primo: si dice che eliminando la prescrizione si renderebbero più rapidi i processi, perché imputati e condannati in primo grado non impugnerebbero più la sentenza, dal momento che il passare del tempo non gli gioverebbe più, non avendo più la possibilità di fruire della prescrizione. Ma questo non è vero. Esistono sì casi molto limitati in cui si cerca di lucrare la prescrizione, ma nella stragrande maggioranza dei casi gli imputati e i condannati in primo grado fanno appello, e poi ricorso in Cassazione, per altri motivi, per una tendenza naturale di riuscire a ottenere un trattamento più vantaggioso: l’assoluzione in primo luogo o almeno la riduzione della pena.

Il secondo aspetto?

Questo è più preoccupante e generalmente non viene messo in evidenza: è l’assunto in base al quale una persona che ha commesso un reato deve essere in ogni caso punita, anche se nel frattempo sono passati chissà quanti anni dal momento della commissione del reato. A parte il fatto che per i reati più gravi, quelli punibili con l’ergastolo, non esiste la prescrizione, e a parte il fatto che per altre tipologie di reati di particolare gravità la prescrizione scatta dopo tantissimo tempo, per esempio per un omicidio non aggravato si tratta di 30 anni oppure per lo spaccio di sostanze stupefacenti di non modica quantità si tratta di 25 anni, come per le rapine aggravate, a mio avviso il punto è un altro.

Quale?

C’è da chiedersi se sia civile eseguire una sentenza dopo 25 anni dalla commissione del fatto.

I fautori della riforma sono però convinti che solo così si possa dare un duro colpo ai corrotti, ai furbi, a coloro che possono pagare per districarsi tra i cavilli della giustizia. Che ne pensa?

Premesso che la corruzione ha ormai delle pene massime così elevate che in quei casi la prescrizione presenta termini piuttosto consistenti, non inferiori ai 10 anni anche per la corruzione meno grave, vorrei ricordare che anche in questo caso la soluzione non combacia con il problema: se il problema sono i corrotti, aumentiamo il termine della prescrizione per questi reati. Che senso ha abolirla per tutti?

Lei cosa risponde?

Dico che si risponde in modo molto istintivo e semplicisticamente a temi molto seri, importanti e complessi, che toccano il cuore di una civiltà. I temi complessi invece vanno affrontati tenendo conto delle complessità. Prescrizione e durata del processo non interagiscono. Se l’obiettivo è ridurre la lunga durata di un processo, obiettivo assolutamente sacrosanto in applicazione dell’articolo 111 della Costituzione sulla ragionevole durata del processo, occorre avvalersi di altri strumenti.

Ma in Italia è un problema annoso e di difficile soluzione. Come si può fare?

Innanzitutto, bisogna depenalizzare, togliere tutte quelle tipologie di reato che servono solo a ingolfare il processo penale. Poi evitare di introdurne altre a ogni piè sospinto: ormai quasi tutte le volte in cui il legislatore emana una nuova legge aggiunge una nuova parte penale. Invece la pena deve essere l’extrema ratio, non la norma. Terzo: occorre garantire mezzi, persone e risorse materiali all’amministrazione della giustizia, riempiendo, per esempio, i buchi d’organico. Last but not least: educare le persone a rispettare le regole, così da poter ridurre la trasgressione, che in Italia è molto diffusa. E si educa non minacciando una pena, ma aiutando a capire. Sembra una soluzione da marziani, ma funziona.

Lei chiede una robusta depenalizzazione. Ma non teme di essere frainteso in questo momento storico in cui si tende a trasformare tutto in reato?

La paura di non essere capito c’è, ma qui è importante ragionare.

Oltre a intervenire sui tempi, eccessivi e farraginosi, non sarebbe anche il caso di modificare la struttura stessa del processo penale, che oggi si trova a metà strada tra sistema accusatorio e sistema inquisitorio?

Sì, il diritto penale andrebbe riformato. Il nostro Codice penale è del 1930, sono state modificate tante fattispecie di reato, ma non la parte generale, quella che si occupa di imputabilità, di rapporto causale, di concorso nel reato, di individuazione di quali debbano essere le conseguenze della violazione. E anche nella procedura penale bisognerebbe mettere un po’ di ordine, perché sul nuovo processo penale, in vigore dal 1989, il legislatore è intervenuto spessissimo per riformarlo: in questi 31 anni è stato scomposto e ricomposto più volte. Ormai si può dire che il processo penale in Italia non è più un sistema, è diventato un insieme non raramente contraddittorio.

Nelle classifiche internazionali, il sistema giudiziario italiano non brilla certo per efficienza. Da dove si dovrebbe partire per una riforma efficace della giustizia?

Oltre al processo penale bisognerebbe riformare il diritto sostanziale, bisognerebbe depenalizzare, bisognerebbe ricorrere a sistemi alternativi.

Per esempio?

Nel 2014 è stato introdotto il meccanismo della messa alla prova, che consente al sistema di evitare il processo. Se vi si potesse ricorrere molto di più, non sarebbe necessario celebrare una serie molto consistente di processi. Non solo: la prescrizione interviene soprattutto nella fase delle indagini preliminari, quindi le nuove norme in vigore non possono risolvere la stragrande maggioranza dei casi di prescrizione. Bisogna intervenire anche sulla fase delle indagini, renderla più semplice e rapida, attraverso la disponibilità di mezzi e attraverso un’organizzazione diversa degli uffici.

In che senso?

Tribunali e Corti d’appello sono organizzati da giudici, Procure e Procure generali da procuratori della Repubblica, i quali sono tendenzialmente formati per svolgere il ruolo di giudici e pubblici ministeri, non per fare i manager.

Sul tema della prescrizione si sta consumando anche un braccio di ferro all’interno della maggioranza. Secondo lei, come andrà a finire?

Difficile prevederlo. Credo che le divergenze si comporranno, però in che modo, su che testo, su quali punti avverrà la sintesi questo non lo so.

Può essere la mediazione trovata dal premier Conte sul blocco della prescrizione non erga omnes, ma solo in caso di condanna nel processo di primo grado?

Chi è assolto, già adesso non appella mai, caso mai lo fa il pubblico ministero, ma molto, molto raramente. La proposta di fatto non sposta quasi niente, si sospenderebbe la prescrizione per processi che in larghissima misura non si celebreranno mai.

Una democrazia può basarsi sulla paura?

No, la democrazia non si basa sulla paura, non è questa la molla per far osservare dei comportamenti. Una democrazia si fonda sulla libertà e la paura toglie la libertà.

Gli italiani, secondo lei, sono giustizialisti?

Sì, sono giustizialisti, lo sono ora e lo erano prima. E questo è l’humus che spinge il legislatore a moltiplicare le fattispecie dei reati.

(Marco Biscella)

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