“Preservativi nelle scuole primarie”/ Proposta contro boom sifilide divide l’Islanda

- Silvana Palazzo

“Preservativi nelle scuole primarie”, la proposta di un epidemiologo per arginare i casi di sifilide e clamidia divide l’Islanda

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Nuova polemica sui preservativi (Foto: da Pixabay)

In Islanda è boom di casi di sifilide e clamidia. Per arginare questo problema l’epidemiologo Thorolfur Gudnason ha proposto la distribuzione di preservativi nelle scuole primarie. La notizia è stata lanciata dall’emittente nazionale RUV ed è destinata a far discutere. Non sarebbe sufficiente implementare l’educazione sessuale nelle scuole anziché distribuire preservativi? A quell’età serve informazione, a meno che non si sia convinti che si abbiano i primi rapporti sessuali in tenera età. E infatti la sua proposta poco ortodossa di combattere queste epidemie distribuendo profilattici a scuola ha suscitato dure proteste in Islanda. «Ci sono molti genitori contrari, ma abbiamo bisogno di discuterne e di fare tutto il possibile per fermare la diffusione di queste malattie che possono svilupparsi in maniera molto grave», ha spiegato lo stesso Gudnason ai giornalisti. Per i genitori invece è intollerabile il fatto che si vogliano distribuire preservativi nelle scuole frequentate da alunni che hanno dai 6 ai 16 anni. Avrebbe sicuramente senso tra gli adolescenti, ma tra gli studenti più piccoli?

“PRESERVATIVI NELLE SCUOLE PRIMARIE”: PROPOSTA CHOC IN ISLANDA

La questione comunque è seria in Islanda. La piccola nazione insulare di 360mila persone ha la più alta incidenza di sifilide in tutta Europa. Secondo un recente rapporto del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, l’Islanda ha il più alto tasso pro capite di sifilide in Europa con 15,4 casi per 100mila persone. Per l’epidemiologo Thorolfur Gudnason il sesso non protetto è «l’unica spiegazione logica» e spiega che altre malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento. «Anche la diffusione della clamidi è alta, probabilmente la più alta in Europa», ha dichiarato. Nonostante nell’ultimo decennio si sia registrato un calo, l’anno scorso sono stati diagnosticati 1.850 casi di clamidia, comunque meno rispetto ai 2.300 casi di dieci anni fa. «Vale la pena far notare che l’aumento dei casi qui è legato principalmente all’arrivo di stranieri», ha aggiunto Gudnason, regalando un’altra affermazione destinata a far discutere.



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