PRETI PEDOFILI IN FRANCIA/ “Il castigo di Dio è già qui: le nostre chiese vuote”

- Marco Pozza

Lo scandalo della pedofilia a opera di religiosi della Chiesa cattolica in Francia è una nuova fogna che si apre. Un prete. ci meritiamo tutto il castigo di Dio

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La basilica di San Pietro (LaPresse)

Quei numeri scritti hanno la forza di un pugno di pallottole sparate dritte in volto, senza preavviso alcuno: 216mila persone aggredite (sessualmente) negli ultimi settant’anni in Francia. Soprattutto ragazzini fra dieci e tredici anni. “Maledetti mostri – penseranno i lettori –. Lerci malvagi, devono marcire dentro, subito!”. Altri, pseudo-spirituali: “Questo è il risultato del fatto che la gente non va più in chiesa”. Poi prendi per mano il fegato, l’accompagni a prendersi la sberla nel volto: ad infliggere questa peste pestifera non sono stati dei mostri marini fuoriusciti dall’acqua, ma sono stati tra 2.900 e 3.200 preti e religiosi che un’apposita commissione d’inchiesta definisce, con accuratezza penale di termini, “pedocriminali”.

È l’annullamento della sacralità: da alter Christus qual è, il prete si fa uomo della criminalità. Della criminalità organizzata, tra l’altro. Nessuna esagerazione d’espressione: per “organizzazione” si intende soprattutto la complicità del silenzio, la declassificazione dell’orrore in errore, la negligenza di chi ancora non capisce che la Grazia non si fa prendere per i fondelli dai suoi professionisti. Il numero 216mila non è un monolite: non esiste questo numero in natura. Esiste l’uno, il singolo, che, sommato ad altri singoli, fa nascere tutti gli altri numeri a seguire: dal due in poi. Il risultato è di un’evidenza incontrovertibile: questo non è un errore accaduto una volta, è un orrore perpetuato per duecentosedicimila volte. Non solo numeri, dunque, ma storie schifosissime di abusi, di violenze, di crimini di una guerra che insistiamo, chissà perché, a non accettare di definire guerra. Forse per non dover andare in guerra?

Qui, parabola alla mano, il Cristo-Pastore non sta più andando in cerca d’una pecorella perduta, ma della pecora più grande che si è perduta, quella alla quale aveva detto: “Quando manco io, proteggi tu le tue sorelle”. Perché Cristo, tra carni violate e macchie di sangue, sta dannatamente cercando la sua Chiesa: gliel’ha rapita Satàn, s’è andata a ficcare così dentro il Male da non accorgersi manco più del Male, tant’è malvagio un certo suo modo di fare. Il Pastore è in panne: non ha un piano B, senza la sua Chiesa la salvezza si complica. Non è più manco sicuro, a dirla tutta, che la pecora più grande abbia voglia di lasciarsi trovare. È la sua preoccupazione: il sospetto di non essere più il cuore, al cuore, dell’interesse della sua Chiesa.

È questa l’altra faccia della bella parabola: non basta che il Padrone si scomodi per andare a cercarla, ma è necessario che lei si faccia trovare. Dio sa fare salti mortali pur di vederla salvata, ma non si è così sicuri che la pecora abbia voglia di far i salti mortali per uscire fuori e farsi prendere la mano. “Cosa volete – tagliano corto i collusi –: può starci che qualcuno smarrisca la via”. Per qualcuno si può usare, forse, il verbo “smarrire”: ma quando è un paese di 3mila uomini ad essere coinvolto non è più (solo) smarrita, è un’autostrada intasatissima, confusa, dove il traffico è da bollino nero fluorescente. È quasi tutto da riprendere in mano.

Mai come in questi macelli percepiamo sulla pelle che cos’è il corpo della Chiesa. Qui non vale la scusante: “Per colpa di uno non devono pagare tutti”. Qui non è più il singolo ad essere ferito, è il corpo intero: per colpa di un’unghia incarnita anche la testa ribolle, e a causa di un fastidio all’alluce la schiena patisce. La Scrittura Sacra, quando si mette a vivisezionare il male, fa un male boia da quanto è precisa. E quaggiù, fra poco, non si saprà più nemmeno da dove ricominciare. Certo, ripartiremo (ancora una volta) da Cristo: la teologia, però, non basta più. Qui è necessario un castigo da espiare in tutta la sua forza, un atto di dolore perpetuo nel quale accettare fino all’osso quella frase che, a volte, vorremmo tranciare via, perché poco intellegibile – diciamo noi, sbugiardandoci – al cuore moderno del cristiano: Peccando ho meritato i tuoi castighi. Di un castigo abbiamo bisogno, perché le ammonizioni sono diventate palliativi, poco più che dei lassativi. A patto che il Male non ci abbia già così conquistati da non accorgerci manco più che il castigo amorevole di Dio è già all’opera: sono le chiese vuote. Che, come i vasetti di marmellata a casa, “si sono svuotate da sole!”, ci autoassolviamo nei nostri enclave.

Resta il fatto che, oggi, lo sciacquone ha rubato il posto all’acquasantiera.

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