“PUTIN DIETRO GLI SBARCHI”/ Migranti come arma, ora al Governo serve una soluzione Ue

- Anselmo Del Duca

Tajani e Crosetto attribuiscono alle truppe russe Wagner il boom di migranti degli ultimi tre giorni. Ma l'Europa – per ora – sembra non sentirci

meloni 20 lapresse1280 640x300 Giorgia Meloni, presidente del Consiglio (LaPresse)

Antefatto: in tarda mattinata Giorgia Meloni convoca un vertice sull’emergenza migranti. Partecipano i ministri della Difesa e dell’Interno, Crosetto e Piantedosi, si collegano i vicepremier, Tajani e Salvini. I protagonisti sono però i vertici del nostro sistema di intelligence. E che qualcosa di grosso bolle in pentola si capisce pochi minuti dopo la fine dell’incontro: Crosetto e Tajani, l’uno da Roma e l’altro da Israele, all’unisono avanzano un dubbio: dietro il boom degli sbarchi (triplicati rispetto allo scorso anno, da 6mila a oltre 20mila) c’è una regia occulta, quella del famigerato gruppo Wagner, i mercenari russi, che sono protagonisti non solo sul fronte ucraino, ma anche in Africa.

L’accusa è di quelle clamorose: le ondate di disperati caricati sulle carrette del mare altro non sarebbero che un esempio di “guerra ibrida”, per mettere l’Europa sotto pressione, a partire dal Paese che Mosca considera l’anello debole sin dal principio della guerra: l’Italia.

A poco vale la replica seccata del numero uno della Wagner, Evgenij Prigožin, che insulta Crosetto e giura (e spergiura) che loro di migranti non si occupano: è un fatto che trova conferme in Libia, che si siano moltiplicate le partenze proprio dalla Cirenaica, la zona sotto il controllo del generale Haftar, sostenuto dai russi, presenti con i loro soldati di ventura in questa zona, come anche in Mali, Sudan, Repubblica Centroafricana, oltre che in Siria. Evidente che i nostri 007 hanno in mano abbastanza elementi da consentire al nostro governo di lanciare l’allarme.

Ora, l’accusa a Mosca di usare i migranti come una clava nei confronti dell’Europa non può che innalzare il livello dello scontro dell’Italia con la Russia, e finisce per coinvolgere sia l’Unione Europea che la Nato. Non si tratta più di un mero problema di accoglienza, o di soccorso in mare da coordinare. Siamo in un attimo molto oltre la tragedia di Cutro. Siamo in un campo di sicurezza collettiva.

Per paradosso questo scenario, se confermato, potrebbe aiutare Meloni & co. a uscire dall’angolo in cui si sono ficcati. Perché il caso Cutro poteva (e doveva) essere gestito meglio. Persino il Consiglio dei ministri “riparatorio” convocato nel comune calabrese si è risolto in un pasticcio comunicativo, senza un omaggio alle vittime o un incontro con i loro parenti.

La Meloni ha dilapidato il successo politico rappresentato dal vertice europeo di febbraio, in cui l’Europa era finalmente sembrata dimostrare un po’ di sensibilità al tema. Nelle discussioni a Bruxelles negli ultimi giorni erano persino riemersi i favorevoli al trattato di Dublino, la camicia di forza che sino a questo momento (anche per colpa italiana) ha impedito una reale condivisione dell’emergenza sbarchi. Di fatto, alle disponibilità manifestate al Consiglio Ue non ha sinora corrisposto alcuna azione concreta. E le Ong premono per tornare in mare con le loro navi, libere dalle tagliole che il governo italiano tenta di imporre. In questo le organizzazioni umanitarie giocano di sponda con un’opposizione nostrana che ha cavalcato il drammatico naufragio di Cutro con il preciso intento di colpire il governo. Durissimi sono stati anche gli attacchi in relazione al nuovo naufragio, avvenuto in acque libiche, davanti alla Cirenaica controllata da Haftar, e sul quale i maltesi, molto più vicini, non sono intervenuti.

Oggi al collegio dei Commissari europei che si riunisce a Strasburgo si dovrebbero discutere due tipi di provvedimenti. Da una parte una comunicazione che intende definire la strategia futura per la gestione dei confini europei. Dall’altra si lavora a una raccomandazione agli Stati membri per il mutuo riconoscimento delle decisioni di ogni singolo Paese sui rimpatri. Visti da Palazzo Chigi sono provvedimenti postivi, ma modesti. Per affrontare la nuova emergenza sbarchi l’Italia meloniana chiede molto di più, senza trovare ascolto. La premier assicura di sentirsi con la coscienza a posto, ma non sta con le mani in mano: allo studio per frenare gli sbarchi l’uso della marina militare (prima ipotizzato da Crosetto e poi bocciato dalla stessa Meloni a Cutro), ma Salvini sinora si è opposto all’ipotesi. Il Governo deve trovare una soluzione e farlo in fretta.

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