QUALE RIPRESA?/ Licenziamenti e CO2 complicano i piani dell’Italia

- Ugo Bertone

Negli ultimi giorni sono arrivate due notizie pesanti per la ripresa italiana: la pioggia di licenziamenti e il piano Ue per tagliare la CO2

lavoro operaio fabbrica attività
(LaPresse)

Gli esami non finiscono davvero mai. Nemmeno il tempo di festeggiare la vittoria di Wembley e di accogliere degnamente i primi 25 miliardi di euro in arrivo dall’Europa, ed ecco che la realtà ci presenta il conto. Anzi due. Il più drammatico riguarda l’emergenza lavoro: pochi giorni dopo la fine della moratoria piovono i licenziamenti, spesso via e-mail. Non è, per la verità, una sorpresa. Ma, a differenza che in passato, stavolta non c’è tempo per rinvii, trattative, appelli alle autorità e così via: i “padroni”, spesso multinazionali, non vogliono perder tempo. E la mediazione della politica ha sempre meno spazio. 

La seconda emergenza, collegata in parte alla prima, riguarda l’ambiente. La catastrofe che si è abbattuta dai cieli d’Europa in piena estate ha sottolineato in maniera drammatica il passaggio storico del Green Deal, il pacchetto varato in settimana dalla Commissione per affrontare l’emergenza climatica che già suscitando fiere proteste tra i produttori e pressioni da parte dei singoli Governi dei 27 (Italia in primis). Ma la rotta sembra segnata, anche perché l’Europa, costretta a inseguire in settori chiave del futuro, dai biotech al digitale, si è data la missione di conquistare la leadership della rivoluzione verde, obiettivo che comporta un radicale ripensamento del modello di sviluppo. 

E così si cambia: dalle industrie ai veicoli, dal riscaldamento all’energia elettrica, chi inquina paga, chi decarbonizza è premiato. Una parte della rivoluzione sarà finanziata da tasse e imposte. E gli ETS – certificati che autorizzano l’inquinamento – adesso usati solo per le industrie, saranno estesi ad auto, navi, aerei e riscaldamento domestico. Chi vuole produrre emissioni di CO2 dovrà comprarli e scompariranno quelli concessi a titolo gratuito.

La rivoluzione, però, comporterà un costo elevato. A partire dal mondo delle quattro ruote che tra meno di quindici anni dovrà rinunciare a buona parte di quel che è stato fatto in poco più di un secolo in termini di sviluppo di motori a combustione e dintorni per convertirsi all’elettrico, tecnologia che occupa meno gente, ma che, al pari delle energie rinnovabili, è destinata ad assorbire una quota rilevante dei bilanci pubblici sotto forma di incentivi. 

E qui l’emergenza lavoro si incrocia con quella ambientale. Prendiamo il caso di Gkn, la multinazionale controllata dal Fondo Melrose che ha proceduto ai 442 licenziamenti di Campi Bisenzio con una semplice e-mail. Il blitz, sostiene la proprietà, è dovuto alla crisi nel settore automobilistico: un “trend ribassista generalizzato” che è stato amplificato dalla pandemia e dalla transizione verso la mobilità elettrica. La struttura organizzativa appare dunque “non più sostenibile”, il sito di Campi Bisenzio sarà chiuso e gli esuberi saranno strutturali; non esisterebbero, sostiene Gkn, le condizioni per ricorrere agli ammortizzatori sociali. Stavolta, insomma, non ci sono margini di discussione: Stellantis, che assorbe l’80% della produzione, presto farà a meno dei “pezzi” prodotti nella fabbrica toscana anche perché si accinge a una massiccia migrazione verso l’elettrico. 

Ragioni strutturali non meno gravi sono alla base di altre crisi aziendali: da Embraco a Whirlpool, si moltiplicano i casi di uscita delle multinazionali dal sistema italiano di produzione del “bianco”. Non era difficile prevederlo: se l’Italia continua a puntare su produzioni industriali a basso valore aggiunto, come i frigoriferi, è destino che perda posizioni a vantaggio di Paesi con strutture di costo più leggere: il nostro Paese è rimasto incastrato in produzioni di una precedente era industriale e ha largamente mancato il “salto di stato” nella catena del valore aggiunto. Inutile intestardirsi nel futile tentativo di fermare il tempo come ha cercato di fare la politica italiana con il risultato, vedi Embraco, di ritrovarsi 27 mesi dopo al punto di partenza. Prezioso tempo perduto, senza fare nulla in termini di formazione dei lavoratori a nuovi impieghi o ad altre soluzioni praticabili. 

Certo, è più facile a dirsi che a farsi. A complicare la ricerca di soluzioni contribuiscono molti fattori. La rivoluzione tecnologica, al di là degli entusiasmi, presenta molte incognite. “Finora, dalla scoperta della ruota in poi – scherza ma non troppo l’armatore Paolo D’Amico -, prima ci sono state le innovazioni, poi si è pensato al loro impiego. Stavolta, al contrario, prima ci siamo posti l’obiettivo dell’eliminazione dell’inquinamento. E ora si tratta di raggiungere la mèta. Ma come farlo, dati i costi, ancora bene non si sa”. Per quanto riguarda un differente impiego della forza lavoro, poi, gli ostacoli sono davvero alti per un Paese come l’Italia dai costi assai più elevati di altri concorrenti. Ma proprio questo dovrebbe imporre grande disciplina di bilancio per venire a capo di una situazione complessa che richiede contributi pubblici, disponibilità della forza lavoro a muoversi e uno sforzo eccezionale per la formazione dei lavoratori, a partire dai giovani. 

No, non sarà una passeggiata, come del resto non lo fu il miracolo economico. Ma è sempre meglio che farsi abbindolare da false promesse, quelle che da Termini Imerese in poi si sono rivelate tante delusioni. Sono passati tre anni da quando la Ventures, il cavaliere bianco sino-israeliano che doveva salvare Embraco, arrivò a Riva di Chieri per diventare leader nel settore dei robot per la pulizia dei pannelli fotovoltaici. “Abbiamo scelto questa azienda per la grande professionalità dei lavoratori. Siamo una grande famiglia, non una multinazionale”, disse l’ad. Poi venne l’autunno e con le foglie finirono i soldi…

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