RAZZISMO A SENSO UNICO/ Quell’ideologia suicida che vede il male solo nei bianchi

- Laura D'Incalci

L’odio fanatico e razzista di Vincent Pinkney, il pugnalatore di Davide Giri e Roberto Rosaspina, è pressoché sparito dai media. Perché?

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Vincent Pinkney, aggressore dei due studenti italiani a New York

La terribile aggressione ai due giovani ricercatori italiani della Columbia University, Davide Giri colpito a morte e Roberto Malaspina fortunatamente soccorso in tempo e in via di miglioramento, apre interrogativi impegnativi. Entrambi sono stati brutalmente accoltellati per mano di Vincent Pinkney, venticinquenne afroamericano con precedenti penali, razzista fanatico che odia i bianchi. La notizia sembrerebbe già catalogata fra quelle velocemente archiviabili senza suscitare particolare scalpore. A quanto sembra il politicamente corretto, anche in campo mediatico, porta a dare meno rilievo a episodi di razzismo “al contrario” in cui è il “nero odiatore” a mietere vittime inconsapevoli, casuali, colpevoli solo delle loro diversità somatiche e culturali. “L’aggressore l’ha colpito senza un motivo, per il solo gusto di farlo – ha commentato il padre di Roberto Malaspina –, mio figlio ha tutte le caratteristiche per essere bersaglio di uno così, pelle e capelli chiari. Sfortuna pazzesca…”

Ma il pensiero prevalente non concorda, l’ideologia trascina su un’altra sponda dove indipendentemente dalle aggressioni e dai fatti di violenza si nega apertamente l’esistenza di un “razzismo al contrario”. Il comico australiano Aamer Rahman, ad esempio, intrattiene il pubblico spiegando che per ammettere l’idea di un razzismo nei confronti dei bianchi occorrerebbe utilizzare la “macchina del tempo” che consentirebbe di tornare all’epoca anteriore alla colonizzazione e immaginare i neri che invadono l’Europa sottomettendo i bianchi a ogni sopruso, sfruttamento, umiliazione e negazione dei diritti… magari colpendoli con un bombardamento ogni vent’anni per farli tornare all’età della pietra. Questo genere di discorsi circola inoculando nei cervelli l’idea che tutti i bianchi, a prescindere dai comportamenti individuali, sono tacciabili di “razzismo sistemico”, per cui non esiste via d’uscita dall’odio strutturale, pervicace, inestinguibile.

D’altra parte manca un contrattacco culturale che aiuti a recuperare un giudizio realista per leggere una situazione complessa, segnata da violenze brutali e quotidiane in un clima di rassegnato smarrimento.

“Nelle università e nei media è in atto una vasta opera di rieducazione che esige che coloro che definiamo bianchi rinneghino sé stessi… – conferma il filosofo Pascal Bruckner dalle colonne di Le Figaro dello scorso 21 gennaio –. Questa retorica non avrebbe tanto seguito se non fosse per la propensione di alcuni bianchi, generalmente agiati, a maledire il colore della propria pelle. L’odio del bianco è innanzitutto un odio di sé da parte del bianco privilegiato”.

Impantanati nel groviglio dei pregiudizi ideologici, si rischia così di mettere tra parentesi la questione essenziale, la domanda più umana e inquietante sulla possibilità di uscire da una logica che lascia spazio all’odio nel vuoto di idee e prospettive, piste educative che contrastino una mentalità aggressiva e violenta.

Le domande cruciali sono quelle che possono risvegliare la coscienza: esiste un bene da ricercare e perseguire nella vita? Come porsi di fronte al bivio fra il bene e il male non sempre facile da affrontare?  Chi è l’altro? Il diverso? Un’aggressività cieca e istintiva, disancorata dalla propria umanità – questo sembra spesso constatabile – può ancora scoprire e seguire una traccia diversa, un approdo più rispondente all’urgenza di riconoscimento dell’altro essere umano, al desiderio di verità, di giustizia e di pace? Oggi che sembrano cancellati anche i forti messaggi di testimoni come Martin Luther King  o Nelson Mandela che decenni fa avevano prospettato un mondo libero dagli orrori di ogni razzismo senza distinzioni, da dove ripartire se non dalla memoria di un giudizio di condanna del male e dell’odio?

Occorrerebbe più che una “macchina del tempo” che crei l’illusione di un passato da immaginare con le stesse dinamiche di prepotenza, con le stesse rancorose malvagità, attingere a un’origine diversa che oggi si vorrebbe misconoscere e cancellare. L’unica vera rivoluzione è quella che promette di vincere l’odio, di riconoscere la dignità di ogni essere umano a prescindere dalla diversità di condizioni sociali, di razza, cultura, religione… e che trova un’espressione radicale nelle parole di San Paolo: “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. Un fondamento, un principio nuovo di socialità, rintracciabile nella storia che in ogni epoca ne tramanda i segni sempre da riscoprire e attualizzare.

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