RECOVERY FUND/ Non basta a chiudere la questione-Italia se non si fanno investimenti

- int. Gustavo Piga

L’Italia riceverà risorse dall’Ue, ma sarà importante usarle bene e non dimenticare che occorre continuare a chiedere autonomia fiscale

Gentiloni e Von der Leyen Unione Europea
Paolo Gentiloni e Ursula Von der Leyen (LaPresse, 2020)

I fondi che il nostro Paese riceverà tramite il Recovery Fund, già ribattezzato Next Generation EU, pari a circa 172 miliardi di euro, la maggior parte dei quali da restituire, rappresentano “una grande opportunità ma anche responsabilità, perché l’Italia non avrà tante opportunità di investimenti di questa natura nei prossimi anni”. Parole del commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ai microfoni della trasmissione “Radio anch’io”. Sarà interessante infatti capire come queste risorse verranno utilizzate. Luigi Di Maio ha in tal senso dichiarato di ritenere prioritaria la loro destinazione al taglio delle tasse. Il ministro degli Esteri ha rilanciato quindi il tema di una riforma fiscale necessaria nel nostro Paese. «Non si può pensare che con le risorse che arriveranno possiamo risolvere i nostri problemi. Questi resteranno e sono legati ai programmi di austerità europei e alla nostra incapacità di spendere bene e chiedere più autonomia», spiega Gustavo Piga, professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma.

Professore, cosa pensa anzitutto di queste risorse che l’Ue metterà a disposizione dei Paesi membri?

Stiamo parlando di fondi pari al 4% circa del Pil dell’Ue, erogati con una formula presumibilmente una tantum, con alcuni Paesi, tra cui l’Italia, che saranno beneficiari netti. Sarà importante vedere tutti i dettagli – dove a volte, come si usa dire, si nasconde il diavolo – dell’accordo finale, perché ci sono Paesi che si oppongono a finanziamenti senza condizionalità, come quelli che chiede, a mio avviso giustamente, l’Italia. Al di là di questo mi sembra che ci siano due elementi importanti che emergono e che val la pena evidenziare.

Quali?

Il primo è che si nota una crescente preoccupazione, nel mondo occidentale, sul rischio di “perdere” l’Italia. Mi sembra che a livello diplomatico si avverta il pericolo che non andando incontro alla “questione italiana” il nostro Paese potrebbe rivolgersi sempre più alla Cina per risolvere i suoi problemi economici.

È un pericolo reale?

Mi sembra che per quanto ci siano buoni rapporti con Pechino, essi non siano paragonabili a quelli che abbiamo con il mondo occidentale, in particolare con l’altra sponda dell’Atlantico. È utile però che si usino anche strumenti mediatici e diplomatici di questo tipo per far comprendere anche ai più testardi l’importanza di venire incontro senza se e senza ma, e quindi anche senza condizionalità, alla “questione italiana”, che resterà anche dopo il Covid, perché è nata ben prima di esso.

Come si viene incontro alla “questione italiana”?

Bisogna garantire all’Italia un percorso di autonomia e responsabilità per venire fuori da una crisi economica che è stata accentuata dalla pandemia e che è stata in parte anche causa dei gravi numeri del Covid, per via della difficile resilienza dei nostri ospedali. La “questione italiana” non è soltanto nostra responsabilità, ma è stata generata da politiche folli, miopi, coordinate tra Bruxelles e Roma nell’ultimo decennio.

Qual è invece il secondo elemento che val la pena evidenziare?

C’è chi vede in quanto accaduto nelle ultime settimane i semi di un vero federalismo europeo. Potrebbe sembrare, insomma, che ci stiamo muovendo con più forza verso gli Stati Uniti d’Europa, ma ho dei fortissimi dubbi in merito.

Perché?

Non solo perché basta guardare alla storia, ricordando, per esempio, quanto ci hanno messo gli Usa a mettersi insieme federalmente parlando, ovvero più di 100 anni, ma anche perché nelle scorse settimane c’è stato un evento molto importante, la sentenza della Corte costituzionale tedesca, che è stato visto da tanti come riguardante esclusivamente la politica monetaria.

Non è così?

Avendo letto la sentenza, mi sembra che la Corte abbia parlato a nuora perché suocera intenda. Cioè, abbia voluto parlare di politica monetaria per dare un fortissimo segnale politico interno sulla questione della politica fiscale e della cessione di sovranità, con riguardo non tanto all’attività della Bundesbank, ma al contributo al bilancio europeo. Si trovano tantissimi riferimenti al fatto che il Parlamento della Germania rimane sovrano nelle scelte riguardanti tasse, spese e deficit, nell’interesse dei cittadini tedeschi. Dunque siamo in una situazione in cui, nel dibattito su quanto velocemente vogliamo creare gli Stati Uniti d’Europa, si stanno affilando le armi, soprattutto nei movimenti più conservatori, per rallentare profondamente un processo di centralizzazione della politica fiscale.

Questa battaglia deve preoccuparci?

No, l’Italia adesso non deve combattere per un maggior federalismo europeo, ma deve portare avanti una battaglia al proprio interno, riguardante la qualità della spesa, della competenza della Pubblica amministrazione, delle istituzioni pubbliche a difesa dei cittadini e delle imprese. Ancora non riusciamo a capire quanto è rilevante e quanta parte della nostra ricchezza stiamo perdendo per colpa esclusivamente nostra. A livello europeo, un tema che resta importante per l’Italia è invece quello dell’autonomia fiscale. Non si può pensare che con le risorse che arriveranno possiamo risolvere i nostri problemi. Questi resteranno e sono legati ai programmi di austerità europei e alla nostra incapacità di spendere bene e chiedere più autonomia.

Cosa vuole dire concretamente chiedere più autonomia?

L’Italia deve essere, in questo momento di difficoltà, con o senza Covid, lasciata libera di prendersi le sue responsabilità, le sue libertà di spesa, perché se avrà bisogno di spendere, come sicuramente accadrà, anche dopo questa fase di emergenza, non può pensare di farlo con strumenti come il Mes o tramite condizionalità varie, anche dentro il Recovery Fund, che ci obblighino a convergere rapidamente al pareggio di bilancio a partire dal 2022. Questa deve essere la nostra battaglia europea, tenendo presente che tanto più noi ristrutturiamo bene la nostra Pa, non tagliandola, ma riqualificandola, più sarà facile ottenere al tavolo europeo l’autonomia tanto agognata.

Una battaglia importante in prospettiva sarà quindi quella sul Patto di stabilità e crescita, attualmente sospeso: non possiamo pensare di ritornare rapidamente alla situazione precedente, bisognerà intendersi sulla quella che sarà la “nuova normalità”.

Assolutamente, ha detto bene, non ho nulla da aggiungere.

Torniamo un attimo alle risorse che arriveranno da Bruxelles. Come dovranno essere utilizzate? C’è già chi dice che la finalità deve essere tagliare le tasse.

Credo che sia complesso utilizzare tali risorse per questo obiettivo. In tutto il dibattito sull’uso di questi fondi ancora non vedo traccia degli investimenti pubblici. Non c’è nulla nemmeno nei provvedimenti finora adottati, nonostante ora non ci siano più scuse e i cantieri possano riaprire. Il debito pubblico su Pil salirà verso il 160% quest’anno esclusivamente per il fatto che il denominatore è calato…

Ma anche perché sono aumentate le spese in deficit…

Quando il Pil crolla, scendono le entrate e salgono le spese per Cig e ammortizzatori sociali, quindi l’aumento del deficit è collegato alla diminuzione del Pil. Questo vuol dire che la sua ripresa è il solo modo per rendere sostenibile il nostro rapporto debito/Pil e l’unico meccanismo, l’unico cannone che può far ripartire rapidamente, credibilmente, strutturalmente, nel medio lungo termine, con resilienza, il nostro Pil in questo periodo sono gli investimenti pubblici. E che nessuno, nemmeno in questo momento, se ne renda conto e ponga la questione al centro del dibattito è clamoroso.

Non è quindi fiducioso sull’annunciato decreto semplificazioni che dovrebbe avere proprio l’obiettivo di accelerare gli investimenti pubblici?

Va benissimo che le regole vengano rese più semplici, ma senza una politica, che da 4-5 anni stiamo aspettando, sulla qualificazione e la qualità del personale che lavora presso le stazioni appaltanti, i tempi di realizzazione delle opere rimarranno praticamente immutati, con lo stesso livello di contenzioso. Occorrono poi anche le risorse che in questi anni non sono mai state veramente utilizzate per la precisa volontà di tenere sotto controllo il deficit, al livello richiesto dall’Europa. Ci vuole la volontà politica di indirizzare risorse agli investimenti pubblici, ma anche in questo frangente la cassa è stata destinata a tutto meno che a essi. Al momento, vista la preoccupazione sui livelli del deficit, non c’è spazio per gli investimenti pubblici e per questo ritengo che le risorse che dovessero arrivare da Bruxelles andrebbero a essi destinati.

Così facendo si aiuterebbero anche le imprese che stanno soffrendo in modo particolare dopo settimane di blocco dell’attività e una difficile ripartenza?

Ricordiamoci che abbiamo un tessuto produttivo colpito particolarmente nelle piccole imprese, le quali spesso non sono internazionalizzate. Per crescere hanno quindi bisogno di quella domanda interna che può essere generata in maniera importante dagli investimenti pubblici, soprattutto occupando quelle persone che non hanno cuscinetti di risparmio da poter usare in questi momenti di difficoltà e che spesso lavorano nei cantieri dell’edilizia e delle costruzioni. Senza investimenti pubblici c’è il rischio di perdere altra forza produttiva e rendere quindi ancora più flebile e fragile la ripresa del Pil.

(Lorenzo Torrisi)

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