REFERENDUM GIUSTIZIA/ Un voto (finalmente) utile per rispondere alla nostra crisi

- Lorenza Violini

Che senso ha votare ai referendum del 12 giugno? La giustizia ha bisogno di radicali correzioni e il parlamento è debole. L'iniziativa può essere solo "politica"

referendum abrogativo 1 lapresse1280 640x300 Verso i referendum del 12 giugno (LaPresse)

Ed eccoci ancora qui a parlare di politica e giustizia, non fosse altro perché tutti i giornali ne parlano, a fronte delle iniziative governative, e anche perché, un po’ all’ultimo e un po’ in sordina, si è aperta la discussione sui quesiti referendari i quali o per forza di inerzia, o per un pallido barlume di interesse, qualche lumino riescono ad accendere.  

 Il tema, nei suoi termini generali, è già stato sviscerato in quasi tutti i suoi aspetti, le analisi fatte sono molto approfondite, le visions si sono confrontate. Poco da aggiungere? 

Alcune idee sono già ben radicate nel nostro Paese: è noto che la commistione tra giustizia e politica dura da molti anni e che le soluzioni sono ancora di là da venire; è noto che il grande pubblico finisce per stringersi nelle spalle e pensare che non vi è alcun rimedio, anche se è altrettanto noto, almeno tra gli addetti ai lavori, che ora il tempo stringe e il Governo sta procedendo a grandi passi per mettere a terra un rimedio ai mali che ci affliggono: una giustizia lenta, spesso preda di correnti che invece di essere portatrici di culture differenziate ma dialoganti fanno altro dentro la magistratura; un sistema carcerario difficilmente qualificabile; una classe di magistrati che non accettando di essere messa in discussione, invece di essere in prima linea ad agire per cambiare tende a chiudersi in difesa. 

Della politica e dei suoi limiti non è neppure il caso di parlare; siamo più o meno tutti convinti – e la guerra ha fatto da amplificatore di questa convinzione – che è meglio tenerci il poco che abbiamo, essendo il resto dei sistemi politici assai peggiore, preda com’è di ispirazioni illiberali e di tentazioni (e prassi) autocratiche. 

Come si configura allora oggi il nesso tra i due termini evocati all’inizio, la giustizia e la politica? 

Forse, l’unica possibilità – esclusa quella che punta sull’autoriforma che venga dall’interno del mondo della giustizia – è ridare un’apertura di credito alla politica, all’iniziativa politica. Che ha varie forme: alcune che vengono dall’alto e che stanno cercando di uscire dai lacci posti da una parte della compagine degli interessati; altre che vengono dal basso, così come dal basso devono venire politiche culturali, educative, sociali che pongano rimedio a un problema che sta a monte, e che è quanto mai grave e urgente. È bene ricordare che pochissimi candidati hanno superato lo scritto del concorso di magistratura, ben al di sotto dei numeri necessari; mentre il 51% degli adolescenti non riescono neppure a comprendere  il senso di un testo scritto.

Vuol dire che il problema di fondo – e il compito che ci attende – è educativo. Visto che ricostruire sarà un percorso molto, molto lungo, occorre cominciare subito, da tutte le occasioni che si presentano, nei contesti privati e in quelli pubblici. Referendum compresi.

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