RIFORMA PA/ L’illusione del telelavoro spacciato per smart working

- Massimo Ferlini

Si parla tanto di smart working nella Pubblica amministrazione, ma è chiaro a tutti che occorre aumentare efficienza ed efficacia dei servizi

Una donna a lavoro
Pixabay

L’impatto della pandemia si sta attenuando. Anche senza inseguire le notizie, ancora contraddittorie, che vengono dalle sempre più approfondite ricerche epidemiologiche, appare chiaro che stanno diminuendo sia i contagi che la gravità dei loro effetti. Queste notizie positive, il ritorno al lavoro per molte professioni che erano state chiuse e l’avvicinarsi della stagione delle ferie, fanno emergere un sentimento ottimistico e le prime riflessioni su come favorire una ripresa di normalità.

Il blocco delle frequentazioni sociali e le chiusure delle attività economiche che hanno caratterizzato la fase del distanziamento fisico si sono attenuate. Molte attività primarie non hanno però ancora ripreso a funzionare normalmente e ciò ha riflessi sul tessuto economico dei nostri territori.

Nonostante si siano rimessi in funzione molti lavori, ancora adesso quasi tutti quelli relativi al terziario e d’ufficio delle grandi società e della Pubblica amministrazione sono svolti a distanza o con riprese parziali. Se nella fase di blocco totale non si poteva parlare di smart working e sfide innovative senza guardare agli effetti e ai risultati del telelavoro generalizzato, oggi emergono molti problemi e iniziano a cogliersi i ritardi e le storture che caratterizzano molti settori pubblici e privati.

Il prezzo maggiore è stato pagato sicuramente dagli studenti di ogni ordine e grado. Il ritardo e l’approssimazione con cui si cerca di predisporre le regole per la riapertura delle scuole indica come non vi sia coscienza dell’importanza che il rapporto diretto fra docente e discente ha nelle fasi formative ed educative. E ciò vale dalla scuola materna alle aule universitarie. Lasciare per ultima la scuola nelle priorità delle scelte fatte e negli investimenti decisi è un brutto segnale per come ci prepariamo a programmare la spesa futura.

Il telelavoro e non lo smart working è stato il tratto caratteristico del lavoro svolto a casa. Organizzazione dei processi produttivi arretrata, assenza di strumenti e di tecnologie che permettessero di produrre assieme e meglio del lavoro di ufficio, indecisione nel riorganizzare i servizi, hanno fatto emergere, e oggi è sotto gli occhi di tutti, come non siamo in grado di assicurare i servizi in modo innovativo. Basta passare davanti a un ufficio postale o bancario e vedere le code di gente sui marciapiedi in attesa di poter chiedere allo sportello un banale servizio per capire che tecnologia e organizzazione sono ancora lontane dall’offrire risposte ai bisogni che si sono rimessi in moto.

Il tema colpisce in modo particolare la Pubblica amministrazione che non è riuscita ad assicurare la stessa produttività nel fornire documenti e certificati in questo periodo. Non si tratta di denunciare uno scarso impegno o di difendere i lavoratori a prescindere dai risultati. Per i servizi pubblici, ma la riflessione vale anche per le grandi organizzazioni terziarie private, la fase di telelavoro ha fatto emergere come vi sono settori di personale che sono stati sovrautilizzati e personale poco qualificato che non è stato coinvolto e quindi lasciato ai margini per un lungo periodo.

Questa polarizzazione, già esistente nelle grandi strutture, è stata accentuata nella fase di chiusura e si è accresciuta una polarizzazione fra competenze, impegno e produttività che induce a riflettere sull’urgenza di interventi di riorganizzazione. Se non vogliamo che la riorganizzazione assuma la forma di diminuire i posti di lavoro con l’espulsione o esternalizzazione delle funzioni meno qualificate, vi è bisogno di un ridisegno delle mansioni, un programma di formazione per la qualificazione di nuove competenze e investimenti in nuove tecnologie per servizi 4.0.

Ha ragione il Sindaco di Milano a dire che è ora di uscire di casa e tornare a riempire gli uffici. Vale per gli uffici comunali, ma è bene che questo esempio sia seguito dalle grandi imprese dei servizi e del terziario. È un bene per ripopolare i territori e rimettere in moto i consumi. Ma ciò che è indispensabile fare con la ripartenza dei servizi è un grande impegno per la crescita della produttività.

Forte digitalizzazione, blockchain e intelligenza artificiale sono essenziali per avviare un grande cambiamento e un aumento di efficienza ed efficacia nei servizi pubblici. Scuola, università, sanità e anche traffico e ordine pubblico possono avere dall’applicazione delle nuove tecnologie un salto di qualità rendendo le nostre città più vivibili e sostenibili.

L’applicazione di nuovi modelli organizzativi apre nuove possibilità per competenze nuove nel terziario. Non più solo esperti amministrativi ma ingegneri, matematici, sociologi, economisti. Servono sempre più competenze organizzative e manageriali per cambiare i servizi, aumentare la disintermediazione della Pa e avviare un piano di modernizzazione utile per tutti.

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