Riforma pensioni/ Gli esclusi dall’integrazione a 1.000 euro in Campania

- Lorenzo Torrisi

Riforma pensioni, Gennaro Saiello, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, evidenzia la situazione discriminatoria della misura della Giunta campana

campania de luca
Vincenzo De Luca (LaPresse)

GLI ESCLUSI DAL BONUS IN CAMPANIA

In tema di riforma pensioni, si è parlato tanto della misura adottata in Campania per integrare gli assegni più bassi a 1.000 euro per due mesi. Gennaro Saiello, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, fa però presente, come riporta cronachedellacampania.it, che “gli annunci del Presidente De Luca di voler concedere dei bonus a tutti coloro che percepiscono pensioni sotto i mille euro ha generato una guerra fra le fasce delle categorie che ne sono rimaste fuori”. “Secondo i dati forniti dalla Regione, dovrebbero ricevere il contributo circa 250mila pensionati titolari di assegni sociali, pensioni sociali e pensioni di vecchiaia integrate al minimo, ma dall’analisi della scheda istruttoria risultano esclusi dalla platea dei beneficiari i titolari di pensioni di reversibilità, quelli di invalidità e le pensioni ordinarie che, esattamente come i soggetti destinatari del bonus, percepiscono un importo mensile di gran lunga inferiore a mille euro”, aggiunge il pentastellato, secondo cui “è stata dunque applicata una discriminazione gratuita e senza logica fra le fasce disagiate”.

LE PAROLE DI ANTONIO LEONE

Intervistato dal Riformista, nei giorni scorsi Antonio Leone, ex membro del Csm, ha chiesto che ai magistrati non vengano più dati incarichi assegnati dalla politica. Si tratta di poltrone per cui spesso si combatte a fini retributivi e pensionistici. Leone ha spiegato infatti che “il capo del Dap è uno dei ruoli più pagati della pubblica amministrazione: fino al 2013 540mila euro, ora 320mila. La retribuzione, sottoposta al ‘trascinamento’, è percepita anche quando si cessa dall’incarico e vale ai fini pensionistici. Ricordo che il dottor Giancarlo Caselli, numero uno del Dap dal 1999 al 2001, fece ricorso per impedire che la sua pensione fosse toccata dai tagli. Mi pare un ottimo motivo perché i magistrati vi ambiscano. Una ‘bella poltrona’, come dicevano i 5Stelle, a cui anche il dott. Nino Di Matteo, che con i grillini ha sempre avuto buoni rapporti partecipando ai loro convegni, pare aspirasse, altrimenti non avrebbe tirato in ballo dopo due anni il suo ‘siluramento’”. Leone ha citato anche un giudice della Cassazione retribuito da palazzo Chigi 40.000 euro l’anno per 80 ore di lavoro.

LE CRITICHE ALLA QUOTA 100

Dopo la sferzata netta di Alberto Brambilla oggi sul Foglio (qui sotto il sunto del suo intervento) sulla riforma pensioni di Quota 100, non sono pochi quelli che si contrappongono alla linea della Lega che tende a vedere in quell’intervento il punto di partenza per le prossime riforme previdenziali in un ipotetico Governo di centrodestra. «La quota 100 ha tagliato fuori moltissime persone tra cui gli invalidi, i precoci e le donne», spiega su Facebook l’amministratore del gruppo “Lavoro e pensioni: problemi e soluzioni” Mauro D’Achille. Non solo, come segnala “PensioniPerTutti.it” anche Orietta Armiliato del CODS non ritiene la quota 100 come la “panacea” di tutti i problemi: «non è stata una misura per le donne che difficilmente raggiungono i 38 anni contributivi», per questo rilancia la quota 100 rosa per i prossimi interventi del Ministero del Lavoro. Domenica avevamo invece già riportato l’intervento del segretario Fnp Cisl Bergamo Roberto Corona che sosteneva come la riforma pensioni del Governo Conte-1 «non è stata la panacea come qualcuno credeva non ha risolto i problemi occupazionali rimpiazzando posti di lavoro liberati soprattutto lavoratrici. Al contrario, leggendo i dati Inps si verifica, come anche nel settore privato, un calo delle pensioni soprattutto femminili interessate ad uscire con quota 100». (agg. di Niccolò Magnani)

LA RICHIESTA DI AGE PLATFORM EUROPE

Sul proprio sito l’Associazione nazionale anziani e pensionati aderente a Confartigianato ha ripreso i contenuti di un rapporto pubblicato da Age Platform Europe dedicato alla ripartenza dopo l’emergenza Covid-19, nel quale si trovano anche indicazioni legate ai temi di riforma pensioni. Age Platform Europe, oltre a evidenziare la necessità di non ripetere gli errori commessi durante la crisi scoppiata nel 2007 e prolungatasi praticamente fino al 2014, chiede, tra le altre cose, alla Commissione europea e agli Stati membri di “rendere operativi i diritti promessi nel pilastro europeo dei diritti sociali, in particolare quelli che si applicano all’adeguatezza del reddito e delle pensioni di vecchiaia, il passaggio dal lavoro alla pensione, nonché la salute di qualità e accessibile e l’assistenza a lungo termine” e du “trarre insegnamenti dall’impatto della crisi Covid-19 sugli anziani e includerli nel prossimo rapporto dell’Ue sul cambiamento demografico e sul Libro verde sull’invecchiamento”.

INPGI, SEI MESI PER EVITARE COMMISSARIAMENTO

Come spiega Sergio Menicucci, in un articolo pubblicato su L’Opinione delle libertà, “l’Istituto di previdenza dei giornalisti (Inpgi) ha 6 mesi di tempo per definire le politiche di riequilibrio della gestione. I conti sono sempre più in rosso e l’ipotesi caldeggiata dalla presidente (dal 2016) Marina Macelloni di allargare la platea degli iscritti ai cosiddetti ‘comunicatori’ non sembra più praticabile. Con un comunicato congiunto le Associazioni dei professionisti e dei dirigenti della Cida hanno detto ufficialmente no al loro passaggio dall’Inps all’Inpgi”. Il percorso dunque di riforma pensioni per cercare di mettere in sicurezza l’Istituto dovrà necessariamente trovare qualche altro sbocco entro fine anno. Infatti, “nel Decreto Rilancio pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 19 maggio è previsto il differimento al 31 dicembre del termine entro il quale l’Inpgi deve concludere il processo di riequilibrio. Dietro l’angolo c’è il commissariamento, già previsto dal Decreto legislativo 509/94”.

RIFORMA PENSIONI, LE PAROLE DI BRAMBILLA

In un articolo sul Foglio, Alberto Brambilla evidenzia che la riforma pensioni targata Fornero non ha funzionato, visto che ci sono state diverse deroghe “per un totale di oltre 340 mila ‘salvati’ in 7 anni e per un costo di circa 30 miliardi (quasi il 25 per cento dei risparmi previsti dalla riforma Fornero)”. Senza dimenticare che poi è arrivata Quota 100, che ha portato gli “scampati” a 604 mila in 8 anni. Un provvedimento, quello varato dal Governo Conte-1, “con molte pecche: non cancella la riforma Fornero; non risolve la flessibilità in uscita; si disinteressa dei giovani; è solo una misura sperimentale e a tempo”. L’ex sottosegretario al Lavoro ritiene quindi necessaria una proposta di legge che dia certezza “ai cittadini con regole semplici e valide per tutti”, mantenendo “i requisiti per la pensione di vecchiaia con 67 anni di età adeguata alla aspettativa di vita e almeno 20 di contribuzione”.

LA NUOVA FLESSIBILITÀ DOPO QUOTA 100

Secondo Brambilla, “Quota 100, Ape social, Opzione donna e precoci, possono essere sostituiti dai fondi esubero che sono già operativi per le banche e assicurazioni e sono a costo zero per lo Stato”. Dal suo punto di vista andrebbe poi reintrodotta “la flessibilità in uscita alla base della riforma Dini, consentendo un pensionamento flessibile con 64 di età anagrafica (indicizzata alle aspettativa di vita), con almeno 37/38 anni di contributi” e andrebbe resa “stabile la pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi per gli uomini (1 anno in meno per le donne) svincolata dalla aspettativa di vita”. Vedremo se, considerando il ruolo di consigliere di palazzo Chigi, la proposta di Brambilla verrà accolta dal Governo.

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