RIFORMA PENSIONI/ Studio Inps: “Quota 100, penalizzati redditi bassi e donne”

- Lorenzo Torrisi

Lo studio Inps sulla Quota 100 mostra i beneficiari e i penalizzati dalla riforma pensioni del primo Governo Conte, in scadenza a fine 2021

nomine cdm mazzotta zafarana tridico
Pasquale Tridico, presidente Inps (Lapresse)

I PENALIZZATI DELLA RIFORMA PENSIONI LEGA-M5S

Sono soprattutto donne e redditi bassi i veri “penalizzati” della riforma pensioni Quota 100, sempre secondo lo studio Inps accennato già nei giorni scorsi dal Presidente dell’istituto Tridico: a parità di condizioni, la probabilità per le donne di attivare Quota 100 era dell’11% inferiore a quella degli uomini. Un distacco, scrive Fubini sul “CorSera”, «davvero elevato, dato che la probabilità media di aderire fra gli aventi diritto è del 44%. Soprattutto nell’anno pandemico 2020 si nota poi un forte esodo di lavoratori impiegati nei settori essenziali (il 51% di tutti i pensionati anticipati), con un marcato aumento anche nei lavori dove lo smart working è impossibile». Particolare l’effetto “politico” imprevisto di alcune scelte fatte con questa riforma a firma Lega-M5s: secondo le stime, il 42% degli autonomi ha votato per il partito di Salvini nel 2019 eppure l’Inps sottolinea come proprio questa categoria «ha una probabilità di aderire alla pensione anticipata del 27% più bassa rispetto ai dipendenti privati». Così pure per agricoltori dove solo la metà del settore ha aderito alla Quota 100.

RIFORMA QUOTA 100, I NUMERI

Sul “Corriere della Sera” dell’edizione domenicale, Federico Fubini analizza gli ultimi dati INPS sulla riforma pensioni di Quota 100 in scadenza a fine anno: in attesa di una sua pronta “sostituta” che possa ristabilire un asse di dialogo e non più di “sfida” tra Italia e Ue, la legge pensionistica voluta da Lega e M5s nel primo Governo Conte ha portato diversi benefici ad alcune categorie di lavoratori che l’hanno prescelta, con altri invece svantaggi per altrettante categorie. Fra il 2019 e il 2021 con la Quota 100 si poteva chiedere la pensione con 62 anni di età e almeno 38 anni di contributi, senza penalità sull’assegno: lo studio INPS su un campione di 70mila aderenti alla riforma ha dimostrato che tra i maggiori beneficiari vi sono stati lavoratori pubblici, ceti comunque benestanti e in prevalenza uomini. Nel solo 2020 i “centisti” beneficiari sono stati al 32% lavoratori del settore privati, 36% settore pubblico, 15% artigiani-commedianti: molto poco aderenti alla Quota 100 invece lavoratori autonomi, spettacolo, agricoltura e le stesse donne che hanno avuto una probabilità dell’11% in meno di aderire rispetto agli uomini. (agg. di Niccolò Magnani)

RIFORMA PENSIONI, IL DANNO DEL SISTEMA CONTRIBUTIVO

Secondo Mauro Marino, la riforma pensioni targata Dini che ha introdotto il sistema contributivo è stata una “scellerata operazione”, che fa sì che ogni anno “l’importo medio delle pensioni scenda di circa 50 € al mese. Nell’anno 2018 l’importo medio era di 1.330 € al mese, nel 2019 di 1.299 € al mese, nel 2020 di 1.240 € al mese Continuando di questo passo non ci vuole Einstein per capire che in 4/5 anni l’assegno medio scenderà ben sotto i 1.000 € al mese. E tra 10 anni sarà ben sotto gli 800 € al mese. Calcoli effettuati da autorevoli istituti di statistica tendono a rappresentare una situazione che tra 25 anni porterà l’assegno medio intorno alle 600 € al mese. Se non si interverrà immediatamente potremo tranquillamente affermare che i pensionati nel giro di qualche anno saranno i nuovi poveri di domani.

I POSSIBILI RIMEDI

Dal suo punto di vista, come spiega in un articolo pubblicato su pensionipertutti.it “è assolutamente necessario cambiare passo. Stabilendo un aumento dei coefficienti di trasformazione per aumentare il montante contributivo ma, mi spingo anche oltre, ripristinare nel calcolo dell’assegno una quota del 30% dell’ultima retribuzione. Inoltre, effettuare un dimezzamento delle addizionali regionali e comunali per i redditi fino 40.000 € nonché attuare l’indicizzazione piena al 100% delle pensioni agganciate all’inflazione reale. Sono necessità che bisogna inserire nel pacchetto previdenziale da presentare al Governo altrimenti ci ritroveremo in poco più di un decennio un esercito di 16.000.000 di nuovi poveri che incideranno molto pesantemente sulla tenuta del fragile sistema sociale italiano”.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA