RIFORMA PENSIONI/ Quota 100 e lo scontro Lega-M5s (ultime notizie)

- Lorenzo Torrisi

Lo scontro che si è acceso tra Lega e Movimento 5 Stelle in questi giorni di crisi di Governo non dovrebbe andare a interessare Quota 100

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Elsa Fornero (Lapresse)

LO SCONTRO LEGA-M5S E QUOTA 100

Lo scontro che si è acceso tra Lega e Movimento 5 Stelle in questi giorni di crisi di Governo ha coinvolto il Reddito di cittadinanza, ma difficilmente dovrebbe scalfire la riforma pensioni con Quota 100. Infatti il partito di Matteo Salvini ha certamente tutto l’interesse a screditare una misura fortemente voluta dai pentastellati e che tra l’altro aveva già criticato prima e durante l’approvazione della Legge di bilancio dello scorso anno. Si era parlato anche di una modifica al Reddito di cittadinanza durante l’iter parlamentare proprio con un emendamento della Lega mirato e “depotenziare” la misura, ma alla fine, avendo anche M5s accettato alcune modifiche, c’era stato un voto compatto del Governo alla misura. Voto compatto che c’era stato anche su Quota 100, che quindi non dovrebbe finire vittima dello scontro Lega-M5s, visto che entrambi i partiti volevano e vogliono dimostrare di essere contrari alla Legge Fornero e di volerla cambiare. Semmai lo scontro, che è già avvenuto, riguarda la responsabilità di un eventuale blocco di Quota 100 per i prossimi anni.

FORNERO CONTRO QUOTA 100

Elsa Fornero si dice convinta che sia iniziata una guerra tra Lega e Movimento 5 Stelle e che “da qui in poi ne sentiremo delle belle e si diranno di tutto”. In particolare, secondo l’ex ministro del Lavoro, “tutto quello che uno ha votato dell’altro adesso diverrà negativo”. Ma in questo scontro finirà ancora la riforma pensioni con Quota 100, “nonostante il Movimento 5 Stelle pensava fosse una misura che avrebbe portato popolarità”. Elsa Fornero, parlando con Adnkronos, ha detto che mentre “il reddito di cittadinanza, anche in presenza di criticità, ha delle buone intenzioni e andrebbe rivisto, queste buone intenzioni non possiamo ammetterle per la Quota 100, che avrebbe ad esempio dovuto distinguere chi aveva bisogno di andare in pensione in anticipo e chi, godendo di buona salute, avrebbe potuto continuare a lavorare”. Parole che suonano quindi come un’indiretta critica alla Lega, i cui esponenti, Matteo Salvini compreso, non sono mai del resto stati teneri con l’ex ministro del Lavoro e la sua riforma delle pensioni.

L’ACCORDO FEDERMANAGER-CONFINDUSTRIA

Federmanager e Confindustria hanno firmato il rinnovo del contratto collettivo dei dirigenti industriali a fine luglio, con novità che saranno utili dato che gli interventi di riforma pensioni portati avanti negli anni ridurranno l’importo del futuro assegno pensionistico. Come spiega Il Sole 24 Ore, è stato infatti previsto che impresa e dirigente possano versare contributi alla previdenza complementare sulla retribuzione globale lorda utile ai fini del Tfr entro un limite che dal 2020 diventerà di 180.000 euro l’anno rispetto agli attuali 150.000. Il contratto collettivo consente anche all’azienda di utilizzare la contribuzione al Previndai quale punto di forza del pacchetto retributivo, portando dal 4% al 5% la quota di aliquota ordinaria, lasciando quindi al lavoratore il 3% e non più il 4%. Una forma di welfare previdenziale che può consentire al dirigente di risparmiare anche 5.400 euro l’anno. Un’innovazione contrattuale importante che potrebbe rappresentare solo un primo paso in vista di altre modifiche nei prossimi rinnovi contrattuali.

IL RISCHIO DEL CONTRIBUTIVO PIENO

In tema di riforma pensioni sembra esserci un problema molto serio. La Nazione ricorda infatti quanto scritto dall’economista Felice Roberto Pizzuti nel 13esimo rapporto sullo stato sociale: “La questione di grande rilievo che si sta trascurando sta nel fatto che oltre la metà dei lavoratori dipendenti entrati nel mercato del lavoro dopo il 1995, avendo sperimentato retribuzioni saltuarie e basse, in mancanza di netti miglioramenti che al momento sembrano improbabili, rischiano di maturare in futuro una pensione del tutto inadeguata a tutelarli dalla povertà”. Quindi quando questi lavoratori “realizzeranno che il futuro solo vagamente temuto sta per concretizzarsi – cioè che l’inadeguatezza di reddito della vita lavorativa si riproporrà ulteriormente aggravata nella fase finale della propria esistenza – potrebbero derivarne effetti anche rilevanti sui complessivi equilibri sociali, economici, politici e civili”. Uno scenario non roseo e che ricorda l’importanza della previdenza complementare per chi si trova nel sistema contributivo puro.

SALVINI REPLICA A DI MAIO

Intervistato dal Corriere della Sera, Matteo Salvini cerca di respingere al mittente le accuse che gli sono state rivolte circa il mettere a rischio la riforma pensioni con Quota 100 a causa della crisi di Governo che di fatto ha fatto scoppiare. “A differenza di quello che dicono Renzi e Di Maio, con il nostro governo non è in discussione quota 100 e non si toglieranno gli 80 euro. Semmai, sarà doveroso verificare il reddito di cittadinanza”. Questo perché, evidenzia il vicepremier, “ci arrivano centinaia di segnalazioni, molte delle quali a me personalmente, da parte di imprenditori che quest’anno non riescono ad assumere i lavoratori che avevano l’anno scorso”. “Per carità, noi il reddito di cittadinanza lo abbiamo votato e speriamo che crei lavoro. Ma se lo toglie, bisognerà studiarlo”, aggiunge Salvini, che vorrebbe poter fare nascere “un governo con Giancarlo Giorgetti ministro dell’Economia. Questo è quello che voglio e per cui lavoro”. Vedremo se arriveranno, dal fronte del Movimento 5 Stelle, repliche a queste dichiarazioni.

L’ALLARME SUI GIOVANI

Mentre ci si interroga sul futuro della riforma pensioni, dalla Cgil del Friuli-Venezia Giulia arriva un allarme sulla situazione occupazionale dei giovani, che può avere delle ripercussioni importanti sul loro futuro pensionistico. “Se è vero che la ripresa economica degli ultimi anni ci ha fatto recuperare buona parte dei posti persi a causa della recessione, siamo di fronte a una diffusione sempre più marcata di contratti a termine e a orario ridotto: i primi, infatti, sono cresciuti del 41% tra il 2008 e il 2018, e più di un posto di lavoro su 5 è a part-time, che ha visto un incremento del 27% in 10 anni. Questo si riflette inevitabilmente sulle retribuzioni e sulla contribuzione, con pesanti ripercussioni sulle condizioni di reddito attuali e future dei giovani”, sono le parole di Villiam Pezzetta, Segretario generale della Cgil del Friuli-Venezia Giulia riportate da udinetoday.it. Come noto, i sindacati, nella loro piattaforma unitaria, chiedono una riforma pensioni che guardi anche al futuro previdenziale dei giovani.

RIFORMA PENSIONI, LO STUDIO DI ITINERARI PREVIDENZIALI

Il Centro studi Itinerari previdenziali non si occupa solo di temi che hanno a che fare con la riforma pensioni. Ne è riprova il fatto che proprio in questi giorni è uscito un approfondimento relativo all’andamento del mercato del lavoro nel secondo trimestre dell’anno. C’è da dire che comunque anche in questo caso viene fatto accenno alle questioni che hanno a che fare con la previdenza. Nello specifico, nell’ultimo paragrafo dello studio dedicato all’outlook sul secondo trimestre dell’anno, si evidenzia come vi sia stata una crescita nominale dell’occupazione, “avvenuta a spese delle ore lavorate e della retribuzione”. Nel corso dell’anno “è probabile che gli effetti di Quota 100 e del reddito di cittadinanza, di cui non possiamo ancora apprezzare pienamente gli esiti, diano un ulteriore colpo al tasso di occupazione”.

GLI EFFETTI DI QUOTA 100

In particolare, “il tasso di sostituzione di Quota 100 è valutato generalmente dagli operatori nel rapporto di 1 a 3 (un assunto ogni tre pensionati anticipati): teniamo conto che, al di là delle intenzioni di chi lo ha istituito, verrà in molti casi incontro alle esigenze delle imprese di flessibilizzare l’occupazione, come utile ed efficace alternativa alla cassa integrazione o alle procedure di esubero”. Nello studio viene anche spiegato che “nemmeno nel pubblico impiego, che dovrebbe ‘liberare’ più di 6.000 posti di lavoro e ben 16.000 nel caso della scuola, c’è la certezza di un turn over a somma zero, stante le ben note difficoltà normative e procedurali”.

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