RIFORMA PENSIONI/ Quota 100, Salvini parla di proroga di un anno

- Lorenzo Torrisi

Matteo Salvini risponde a una domanda sulla misura di riforma pensioni nota come Quota 100, evidenziando che la proroga di un anno sarebbe a costo zero

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Matteo Salvini, Lega (LaPresse, 2020)

RIFORMA PENSIONI, LE PAROLE DI SALVINI

In un’intervista a Libero, a Matteo Salvini è stata posta una domanda circa il futuro del Reddito di cittadinanza e della riforma pensioni con Quota 100, le due misure simbolo del Governo Conte-1, in cui la Lega era parte della maggioranza, oggi ancora in vigore quando il Carroccio si ritrova a sostenere l’esecutivo e ad averne anche alcuni incarichi importanti. “Sulla scarsa efficacia del reddito di cittadinanza i numeri sono evidenti, mentre grazie a Quota 100, oltre 300mila lavoratrici e lavoratori, soprattutto del settore privato, hanno raggiunto la meritata pensione, aprendo le porte a migliaia di lavoratori più giovani. Rinnovarla per tutto il 2022 sarebbe a costo zero, visti i risparmi fatti”. Il leader della Lega sembra quindi voler chiedere la proroga di un anno di Quota 100, anche se non sarebbe facile vincere la resistenza di altri partiti della maggioranza, senza dimenticare che la proposta di legge a prima firma Durigon in materia previdenziale prevede di mantenere Quota 100 solo per i lavori usuranti.

SINDACATI LECCO SU PENSIONI DONNE

Per la Giornata Internazionale della donna i sindacati Cgil, Cisl e Uil di Lecco hanno realizzato un video per sottolineare tutti i problemi attualissimi sulla condizione del lavoro delle donne: in particolare sul fronte pensioni – mentre la riforma di Opzione Donna è stata rinnovata ancora per l’anno 2021 – la differenza di trattamento economico è ancora molto netto, naturale conseguenza di quanto successo nel mondo del lavoro. «Si sono alzati livelli di povertà soprattutto per le donne che hanno curato da sempre l’ambito famigliare e che oggi si ritrovano con redditi molto bassi. Le donne hanno pensioni più basse in media del 35%», spiega Luigia Valsecchi dello Spi Cgil di Lecco, «Il 37% delle donne Over 65 prende 1.200 euro lordi di pensione al mese contro i 1.900 euro lordi di un uomo». Vi è dunque la necessità che si possa consolidare il concetto di cura come un’attività a tutto tondo, «un’attività vera e propria che la donna svolge e che possa vedersi riconosciuto questo lavoro come reddito nella parte anziana della sua vita», conclude l’esponente sindacale della Cgil. (agg. di Niccolò Magnani)

IL NUOVO INTOPPO PER IL TFS DEGLI STATALI

Si è parlato non poco del mezzo flop della misura di riforma pensioni riguardante l’anticipo della liquidazione dei dipendenti pubblici in procinto di andare in quiescenza o già a riposo. Il Messaggero spiega che purtroppo c’è un’altra vicenda che penalizza alcuni dipendenti pubblici. Infatti, il Governo Conte-1 aveva previsto una detassazione sulla liquidazione in modo da compensare l’attesa per l’erogazione e/o il costo degli interessi per l’anticipo che si sarebbe potuto richiedere. Il sindacato Unsa-Confsal segnala però che tale detassazione viene riconosciuta solo per alcune tipologie di Trattamento di fine servizio. In buona sostanza, in base alla denominazione che hanno possono portare a una situazione di disparità di trattamento. Una situazione cui bisognerebbe porre rimedio, vista anche la difficoltà che c’è per chiedere l’anticipo del Tfs/Tfr dato che sono poche le banche che hanno deciso di aderire alla convenzione, sembra in ragione dei bassi tassi che erodono quindi i loro margini di guadagno.

IL LAVORO DI CURA NON VALORIZZATO

In un articolo riportato da fotospot.it, in vista della festa della donna, Guido Bianchini, esperto di sicurezza sul lavoro della Uil di Ascoli Piceno, ha ricordato che “il lavoro di cura delle donne, in casa, non ha retribuzione, non è utile alla pensione. In questa emergenza sanitaria sono le più penalizzate”. Inoltre, il sindacalista snocciola alcuni dati contenuti nell’ultimo rapporto di Itinerari previdenziali, secondo cui “nel 2019 le donne hanno rappresentato il 51,9% dei pensionati, ma il loro reddito pensionistico medio è di 15.587 euro contro i 21.906 euro degli uomini. A conferma che le differenze di genere presenti sul mercato del lavoro hanno un pesante impatto anche quando arriva il momento di ottenere l’agognato assegno pensionistico da parte dell’Inps”. Secondo Bianchini, questi dati, insieme ad altri relativi all’occupazione femminile e agli infortuni sul lavoro, mostrano che “è un dovere di tutti tentare di migliorare concretamente la situazione”. Anche con misure di riforma pensioni che guardino maggiormente alle donne.

RIFORMA PENSIONI, IL DIVARIO DI GENERE

La Festa della donna può essere un’utile occasione per ricordare la necessità di misure di riforma pensioni che colmino un divario di genere che oltre che pesare sulle retribuzioni durante la vita lavorativa finisce per incidere sull’importo delle pensioni. Come riporta veneziatoday.it, infatti, lo Spi-Cgil del Veneto ha evidenziato che “le entrate delle pensionate venete sono mediamente inferiori di un terzo rispetto a quelle dei maschi: 900 euro netti mensili contro i 1.300 euro degli uomini. Nel dettaglio, quasi 190 mila pensionate venete (il 30% del totale) sopravvivono con meno di 750 euro lordi mensili. Gli uomini in questa condizione sono invece 72 mila, il 10% del totale. Se poi si guarda al solo settore privato, il divario di genere è ancora più marcato tanto che le pensioni ‘maschili’ hanno importi doppi rispetto a quelle femminili”.

IL PESO DEL LAVORO DI CURA

L’edizione pisana del Tirreno ricorda invece le parole di Giuseppina Sandroni (coordinamento donne Spi-Cgil Pisa) a proposito del peso che la discontinuità delle carriere, dovuta spesso alla cura dei figli, ha sul futuro pensionistico delle donne, oggi costrette a fare i conti con le difficoltà dello smart working “senza separazione tra il lavoro retribuito e quello domestico”. È così poi che, con assegni pensionistici sempre più bassi, si arriva anche, come scrive Giorgio Langella su vicenzapiu.com, all’aumento della povertà constatato settimana scorsa dall’Istat: “Gran parte di chi vive nel nostro Paese, ceti medi, lavoratori, pensionati, si sono impoveriti”.



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