RIFORMA PENSIONI/ Quota 100. Boeri: non è Quota 41 chiesta dal Nord (ultime notizie)

- Lorenzo Torrisi

In un articolo pubblicato su Repubblica, Tito Boeri evidenzia come il Governo abbia fatto poco per il Nord Italia, citando anche i provvedimenti di riforma pensioni

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QUOTA 100, BOERI ANCORA CRITICO

In un articolo pubblicato su Repubblica, Tito Boeri evidenzia come il Governo abbia fatto poco per il Nord Italia, citando anche i provvedimenti di riforma pensioni. “‘Quota 100’ non ha affatto smantellato la Fornero, non è certo la ‘quota 41’ invocata dal blocco sociale del Nord. Contrariamente a quanto più volte sostenuto dal sottosegretario Durigon, comporta penalizzazioni attuariali per chi fruisce di questa opzione anziché aspettare la vecchiaia o la pensione anticipata. Non a caso, la propensione a prendere quota 100 è stata più alta al Sud, dove molti arrivano alla pensione dalla disoccupazione”, scrive l’ex Presidente dell’Inps, sottolineando anche che “il blocco sociale del Nord ha mal digerito il Reddito di Cittadinanza che va per il 60% a persone che vivono al Sud e che incoraggia chi ha lavori part-time o a salari bassi nel Mezzogiorno a non lavorare”. “Oggi il Nord non sembra avere più una rappresentanza, un proprio partito territoriale. Si è creato uno spazio che, prima o poi, qualcuno è destinato a occupare”, aggiunge Boeri.

I DATI INPS SU QUOTA 100

L’Inps ha fornito dei nuovi dati aggiornati sulle domande presentate per accedere a Quota 100, la novità principale di riforma pensioni. A oggi ne sono arrivate 162.000, la maggior parte proveniente da Roma, Milano e Napoli. Le domande provenienti da lavoratori del settore privato sono più di 59.000, mentre quelle del pubblico sfiora quota 52.000. Si conferma il forte divario di genere esistente, visto che solo 42.406 domande sono state presentate da donne. E a proposito di disparità e iniquità, Orietta Armiliato, in un commento a un post di Claudio Durigon, ha scritto: “Mi domando come mai non vi occupate delle iniquità e delle storture in essere come, ad esempio, l’esclusione dalla possibilità del cumulo dei contributi versati nelle diverse casse, preclusa solo alle donne che intendono scegliere l’Opzione Donna e ai lavoratori Esodati ancora in attesa di una soluzione pensionistica? Le ho scritto parecchie volte (via e-mail) anche a nome del CODS il Comitato che rappresento ma mai ho ricevuto risposta”. Vedremo se il sottosegretario al Lavoro stavolta risponderà.

LE PROPOSTE CGIL CONDIVISE

Si è parlato molto della riforma pensioni proposta dalla Cgil a seguito dell’allarme che ha lanciato sul rischio che i 40enni di oggi vadano in pensione non prima dei 73 anni. Camillo Linguella, su finanza.com” finanza.com, spiega che a suo modo di vedere la proposta complessiva presentata poggia “su basi realistiche perché non elude i capisaldi base sui quali si fonda qualsiasi sistema previdenziale, cioè l’adeguatezza e la sostenibilità economica nel lungo periodo. La flessibilità in uscita si deve articolare dentro questo perimetro di sostenibilità finanziaria all’interno del quale si deve aggiungere l’elemento solidaristico, per realizzare concretamente la pensione contributiva di garanzia per le giovani generazioni”. Un altro aspetto rilevante è che “un ruolo importante viene attribuito alla previdenza complementare in particolare, perché ‘oggi non può accedere chi ne avrebbe più bisogno, i giovani e chi è nel sistema contributivo’. Il secondo pilastro è l’elemento cardine per avere delle pensioni adeguate che mettano al riparo dal rischio povertà in vecchiaia”.

QUATTRO PENALIZZAZIONI PER I GIOVANI

Occorre una riforma pensioni per i giovani, che rischiano di andare in quiescenza tardi e/o con assegni di importo basso. Valentina Conte, su Repubblica, spiega che ciò è dovuto a quattro motivi. Il primo riguarda “i requisiti Monti- Fornero del 2011 che legano l’età del pensionamento al valore della pensione. Un vincolo fin qui inedito e stringente perché nessuno ancora ha preso una pensione tutta contributiva, tutt’al più mista con un pezzetto di retributivo”. Il secondo motivo “è l’eliminazione della pensione integrata al minimo per chi è totalmente nel sistema contributivo. Oggi se non arrivi a 513 euro, il resto lo mette lo Stato. Per i post-1996 no. Dovranno accontentarsi anche di 200-300-400 euro”. Poi c’è lo “slittamento in là delle pensioni e del loro assottigliamento è la carriera di chi oggi lavora in modo intermittente e precario. Di chi cioè colleziona contrattini, voucher, nero, cococo. E soprattutto tanti buchi tra un lavoretto e l’altro”. Infine, c’è “l’aspettativa di vita. Viviamo di più, lavoriamo di più. L’età della pensione tenderà a spostarsi sempre più in là nel tempo”.

CAMBIAMENTI IN ARRIVO PER ENPACL

Una riforma pensioni di categoria sembra poter offrire ai consulenti del lavoro degli assegni futuri più alti “anche grazie a sanatorie sui debiti contributivi”, come spiega Il Sole 24 Ore. Il nuovo regolamento dell’Enpacl, la cassa dei consulenti del lavoro, prevede la possibilità di ricongiungere in maniera non onerosa dei periodi contributivi maturati presso altre gestioni. Viene inoltre introdotta la contribuzione volontaria per gli iscritti anche ad altre casse. Anche per facilitare le operazioni di riscatto, è stata prevista una rateizzazione che può arrivare a sette anni. C’è anche il ravvedimento operoso a rendere conveniente (sconto del 70% sulle sanzioni) il pagamento di debiti arretrati. C’è però anche da dire che è stato deciso di elevare le sanzioni per quei consulenti che sono in situazioni di morosità senza mostrare la volontà di mettersi in regola coi pagamenti come nel caso del ravvedimento operoso. Le sanzioni arrivano infatti fino al 100% del debito contributivo: più che un incentivo quindi a mettersi in regola.

LA RIFLESSIONE SU OPZIONE DONNA

In tema di riforma pensioni si discute anche di Opzione donna, la cui proroga, da alcuni esponenti della maggioranza, viene data come certa nella prossima Legge di bilancio. Orietta Armiliato, con un post sulla pagina Facebook del Comitato Opzione donna social evidenzia che “più si viene a contatto con la realtà, quella che è tangibile, quella del mondo concreto che è fuori dai palazzi e dai pc, dalla propaganda e dalla speculazione, dai tablet smartphone e strumenti affini, e più ci si rende conto che siamo spettatori idioti di una norma come è quella dell’Opzione Donna che, nata come legge pensionistica seppur sperimentale, oggi si sta trasformando in una prassi assistenziale”. Questo perché, evidenzia l’amministratrice del Cods, “un numero importante e crescente di donne la invoca, dopo 35 anni di lavoro come unica possibile fonte di mantenimento in assenza dei requisiti per accedere alla pensione di anzianità ovvero come alternativa a quello che è un reddito pari a zero, dovuto alla disoccupazione e all’impossibilita di re-impiegarsi”. Cosa che dovrebbe far riflettere sulla necessità di strumenti più consoni a far fronte a questa situazione.

RIFORMA PENSIONI, COMPITI IN PIÙ ALL’INPS?

Si è parlato non poco della proposta, avanzata da Pasquale Tridico, di una riforma pensioni volta a far sì che vi sia una previdenza complementare di tipo pubblico gestita dall’Inps. Secondo Felice Roberto Pizzutti, nell’attuale sistema pensionistico, “coloro che più avrebbero bisogno di integrare le prestazioni insufficienti che matureranno nella previdenza obbligatoria non hanno nemmeno la possibilità di iscriversi a quella complementare la quale rimane uno strumento utile per chi può permettersela, e può usufruire anche degli incentivi fiscali pubblici e dei contributi dei datori di lavoro. Dal suo punto di vista, quindi, “è paradossale che i lavoratori iscritti al sistema obbligatorio non abbiano la facoltà – che sarebbe praticabile anche per periodi circoscritti, in base alle disponibilità – di aumentare la contribuzione all’Inps e, corrispondentemente, di incrementare la pensione nell’ambito del sistema a ripartizione; le cui prestazioni sono molto più stabili e gravate da costi di gestione relativamente irrisori”.

LE PAROLE DI PIZZUTTI

Il Professore della Sapienza, in un articolo sul Manifesto, fa anche notare che “il metodo contributivo si presterebbe benissimo a questo ulteriore compito dell’Inps che non avrebbe nessun costo gestionale ulteriore”. “Oltre ad aumentare il risparmio previdenziale, l’uso di questa nuova opzione previdenziale, aumentando le entrate contributive, avrebbe l’effetto immediato, particolarmente utile in questa fase, di migliorare il bilancio pubblico”, sottolinea ancora Pizzutti, secondo cui la proposta avrebbe quindi più di un vantaggio.

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