SCENARIO/ Violante: taglio dei parlamentari e legge elettorale, gli errori da evitare

- int. Luciano Violante

Tagliare i parlamentari non basta, serve una riforma del bicameralismo, dice l’ex presidente della Camera. E una legge elettorale fatta con l’opposizione

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L'aula del Senato (LaPresse)

“Bisogna fare il pane con la farina che abbiamo” dice al Sussidiario Luciano Violante, ex magistrato e giurista, uomo di partito (nel Pci, Pds e Ulivo) e delle istituzioni (da presidente della Camera). Nessuna legge elettorale può produrre la stabilità, perché questa dipende dai partiti. Gli stessi che ora devono sedersi e negoziare, spiega Violante. Anche con l’opposizione, cioè con Salvini.

Ieri M5s e Pd hanno raggiunto l’accordo sulla calendarizzazione del taglio dei parlamentari: una riforma-simbolo dei 5 Stelle che dopo tre letture durante il governo giallo-verde si appresta ora ad affrontare l’ultimo passaggio.

“Vedremo in aula chi avrà il coraggio di non votare per il taglio dei parlamentari” ha detto Di Maio, sfidando Salvini. È l’approccio giusto?

Tutti i progetti di riforma precedenti prevedevano una riduzione del numero dei parlamentari, ma all’interno di un sistema di revisione del parlamentarismo.

E stavolta invece?

Manca una correzione del sistema bicamerale. C’è un problema: la Camera può certamente fare con 400 deputati quello che faceva con 630, non così il Senato. Con 200 senatori il Senato non ce la fa a reggere il lavoro parlamentare, tenendo conto del lavoro che impegna le commissioni, i presidenti e i vicepresidenti. 

Lei cosa propone?

Approvata la riduzione dei parlamentari, occorre pensare a un superamento del bicameralismo. Secondo me la soluzione migliore sarebbe un bicameralismo non paritario in cui le leggi sono monocamerali e vanno al Senato solo se questo chiede alla Camera di esaminare i ddl. E dove la fiducia e la sfiducia sarebbero votate dal Parlamento in seduta comune. Bisognerebbe però dare al Senato funzioni di controllo evidenti, significative. 

Lei ha difeso l’ipotesi di un ritorno al proporzionale con liste brevi e bloccate e soglia di sbarramento al 4%. Perché?

L’idea che il maggioritario dia per sé stabilità è sbagliata. Per la verità, nessuna legge elettorale può produrla automaticamente. La legge elettorale serve solo a trasformare i voti in seggi, ma che quei seggi diano stabilità non dipende dalla legge elettorale, dipende solo dai partiti. Detto questo, le forze piccole contano nel maggioritario molto più che nel proporzionale.

Eppure, con la crisi della prima repubblica si è difeso il maggioritario proprio perché ci avrebbe dato l’agognata “governabilità”.

Con la legge Mattarella dal 1994 al 2001 abbiamo avuto il governo Berlusconi, il governo Dini e quattro governi di centrosinistra. Il sistema inglese è iper-maggioritario ma oggi è nella confusione più generale; gli spagnoli votano per la terza volta in quattro anni. Il sistema politico più stabile è quello tedesco, dove vige il proporzionale con clausola di sbarramento.

Quindi?

Se nessun automatismo può garantire la governabilità, può però ridurre la frammentazione. E una clausola del 4-5% dovrebbe essere sufficiente a questo scopo.

Non c’è da temere un potenziale ricatto delle forze centriste?

Guardi, nemmeno un santo riuscirebbe a fare un sistema elettorale che dia automaticamente la stabilità. Nel maggioritario i collegi si vincono quando i piccoli partiti si alleano ai grandi, perché i primi, pur portando pochi voti, fanno vincere i secondi. 

Ma poi, quando i partiti arrivano in Parlamento, ognuno va per la sua strada.

Esattamente. Come Rifondazione nel Prodi 1 e Mastella nel Prodi 2. Detto questo, una forza anche piccola, ipotizziamo del 6%, potrà sempre fare pressioni ricattatorie. 

Cosa serve di più oggi?

Un dibattito tra forze responsabili. Possono piacerci o meno, ma i cittadini le hanno scelte. E tocca ad esse confrontarsi.

Lei dice che non si deve chiedere al sistema elettorale più di quanto esso può dare. Nemmeno si deve chiedergli di estromettere qualcun altro.

Assolutamente no. Non dimentichiamo però che la parola ultima spetta ai cittadini. Se il partito di Tizio non supera il 4%, è un problema di voti che non ha ottenuto.

Rappresentanza e governabilità: quale equilibrio?

Io parlo da tempo di democrazia decidente. La rappresentanza serve per decidere, non per guardare se stessi negli occhi degli elettori: occorre un sistema che garantisca la rappresentanza senza porre ostacoli alla decisione. C’è anche il problema della modifica dei Regolamenti delle camere. 

Delle riforme abbiamo parlato. Al tavolo siedono oggi M5s e Pd. Cosa pensa delle forze politiche che sono chiamate a realizzarle?

Sono quelle che ci hanno regalato i cittadini: bisogna fare il pane con la farina che abbiamo. Io non sono per nulla d’accordo con alcune posizioni estremistiche di Salvini, ma la Lega complessivamente amministra bene le sue Regioni e non può non essere un interlocutore.

È la stessa Lega che chiede di andare al voto. Prima della crisi di governo anche Zingaretti voleva votare.

Un momento, c’è una differenza. La crisi non è stata determinata da un attacco delle opposizioni, ma da contrasti insanabili interni alla maggioranza gialloverde. Un conto è dire: questo governo non è capace, ridiamo la parola ai cittadini; altro è mettere in moto la crisi e, avendo perso, dire: bisogna votare. 

E adesso?

Bisogna sempre distinguere il momento della lotta politica dal momento dell’impegno costituzionale e istituzionale. Il governo è questo che vediamo. E quindi le parole d’ordine che servono per la battaglia politica non sono più idonee a definire una possibile traiettoria di uscita.

Perché dice questo?

Perché è auspicabile che la legge elettorale venga cambiata con il maggior concorso di forze possibile, opposizione compresa. Non si può fare una legge elettorale di maggioranza. 

E la tempistica? Nel momento in cui si approva una nuova legge elettorale, prevale il rompete le righe e il governo ha vita breve.

In genere accade così, è vero. Va fatta quando le forze della maggioranza si sono assestate, dopo uno o due anni di governo. In ogni caso, questo tipo di negoziazioni non si fanno solo in Parlamento, bisogna farle nel paese. 

Che cosa intende?

Che bisogna andare nel paese a spiegare. Non voglio dar lezioni a Zingaretti, che stimo e apprezzo, ma in una certa fase ci vuole il fuochista, in un’altra ci vuole la locomotiva. Il fuochista ha fatto benissimo il suo compito, ha chiuso l’accordo e messo in moto la macchina. Adesso tocca a quest’ultima: il Pd deve andare nelle piazze di cento città italiane a spiegare la legge elettorale che vuole e perché, perché è entrato in questa maggioranza di governo e quali obiettivi vuole ottenere. Così si sensibilizza l’opinione pubblica, la si interessa e questo facilita anche la negoziazione politica.

Altrimenti?

Contano solo le operazioni degli esperti, tra piccoli interessi o sofisticati giuridicismi. Lo so perché a quei tavoli mi sono seduto anch’io. Ma se manca un rapporto con l’opinione pubblica, la sostanza politica sfugge. Un partito deve costruire, non recepire puramente e semplicemente. 

Questo è il suo messaggio a Zingaretti. Ne ha uno anche per Di Maio e Salvini?

Non mi permetterei mai; non condivido molte cose di Salvini, non condivido alcune cose di Di Maio, pur avendo rispetto sia per l’uno che per l’altro, ma preferisco riflessioni amichevoli solo per il mio partito.

(Federico Ferraù)

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