RISCHIO INFLAZIONE/ La “scusa perfetta” per un’inversione a U delle banche centrali

- Paolo Annoni

L’inflazione negli Stati Uniti a giugno ha fatto segnar un +5,4%. Si tratta di un rialzo importante, ma i mercati si affidano ancora alle Banche centrali

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LaPresse

I prezzi al consumo, “l’inflazione“, a giugno negli Stati Uniti hanno fatto segnare il maggior incremento mensile da giugno 2008, +0,9% rispetto a maggio, con un rialzo rispetto a giugno 2020 del 5,4%. Il dato era atteso dai mercati perché il quadro finanziario attuale si basa sulla convinzione che le banche centrali continueranno a sostenere crescita e mercati finanziari sopportando l’incremento “transitorio” dei prezzi. All’interno della media si segnalano incrementi annuali importanti: +45% per benzina e +15,6% per il gas nelle case; +45% anche per le auto usate e +10% per i trasporti. 

L’inflazione rimane quindi uno dei temi centrali per gli investitori che in questo momento si interrogano sulle prospettive di medio termine. Siamo in una fase particolarissima in cui l’economia ha riaperto, più o meno, dopo una gelata durata a fasi alterne oltre un anno. La domanda dei consumatori è rimasta compressa da mesi di lockdown e le imprese, vista la situazione particolare, sono state prudenti nel programmare la produzione; a questo si aggiungono le tensioni geopolitiche e commerciali che stanno spingendo alcuni Stati ad accumulare scorte. 

Nessuno può escludere che il dato di ieri includa fattori eccezionali frutto di una situazione anomala che potrebbe rientrare nei prossimi mesi e che questo possa essere un picco. L’inflazione potrebbe comunque rimanere sostenuta trainata dalle politiche di immissione di liquidità delle banche centrali per sostenere l’economia e i mercati. In questo scenario le aspettative degli investitori non cambierebbero perché tutte le dichiarazioni dei banchieri centrali degli ultimi mesi dipingono una narrazione di “inflazione transitoria” comunque ritenuta il minore dei mali rispetto alle ragioni della ripresa. Rimane sullo sfondo la questione di quale sia la tolleranza massima per le banche centrali, ma anche con il dato di ieri, vista la reazione piatta degli indici americani, la scommessa è che siamo all’interno della fascia sopportabile.

La maggioranza degli investitori è obbligata a guardare al breve termine e non può permettersi il lusso di allungare l’orizzonte temporale per non sacrificare la performance in un mercato che è ai massimi di sempre. Se l’inflazione dovesse accelerare in uno scenario di riaperture e far segnare numeri vicini alla doppia cifra lo scenario invece potrebbe cambiare. Potrebbe essere la scusa per cambiare politica monetaria e i mercati non sembrano pronti a questa eventualità. L’economia non è una scienza esatta e non ci sono formule magiche che ci dicano entro od oltre quali livelli debba rimanere l’inflazione a prescindere dal contesto e da quello che “c’è attorno”. Ci può essere un’inflazione buona e una cattiva. Le decisioni su queste variabili non sono tecniche ma sempre politiche. Ci sono situazioni in cui avere l’inflazione al 10% per due anni è il male minore e altre in cui non si dovrebbe tollerare nemmeno la metà.

L’unica certezza è che l’inflazione, soprattutto se dovesse aggiornare i massimi, è una “scusa” per cambiare politiche monetarie e che questo avrebbe conseguenze profonde per i mercati. Per ora siamo all’interno della fascia di “sicurezza” e questo è quello che pensano gli investitori; altrimenti ieri avremmo visto gli indici americani in deciso rosso. Più si sale, più si avvicina il momento in cui si dovrà prendere una decisione “politica”. Insieme all’evoluzione della pandemia e ai “lockdown” questo è sicuramente il dato più importante. La spia non segna ancora “rosso”, ma gli incrementi cominciano a fare notizia.

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