EDITORIALE/ Roma, dare voce a una città

Una città ricca, viva, con tante storie da raccontare. Nell’editoriale di EMILIO INNOCENZI tutte le ragioni per uno spazio dedicato alla realtà capitolina

19.01.2011 - Emilio Innocenzi
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Piazza San Pietro sarà la zona più a rischio

Roma: il suo nome, la sua storia, i suoi monumenti, le sue chiese, i suoi vicoli costituiscono il fascino che avvolge, come in un manto, chi ci vive e chi viene a visitarla. In questo suo essere un luogo unico al mondo, Roma deve gran parte del suo fascino, ai più di tre milioni di persone che ci vivono, e un altro milione che ci passa quotidianamente.

Noi vogliamo cominciare a raccontare storie antiche e storie nuove, fatte di persone che si muovono dentro il tessuto urbano , che, con una superficie di circa 1300 km2, è dopo Londra la seconda città d’Europa, primo comune agricolo d’Europa e primo Polo Agroalimentare al mondo. Non è dunque un caso che vi abbiano la  sede la Fao, il World Food Program e l’Ifad.

Con il Sussidiario, per vocazione, vogliamo essere sussidiari a quello che c’è, che vive ogni giorno. Vogliamo raccontare fatti, esperienze, realtà, circostanze, eventi e avvenimenti che accadono senza sosta in questa città. Lo vogliamo dire con semplicità, raccontandolo o facendolo raccontare da chi  ne è protagonista.

Non vogliamo che qualcuno ci dica come deve essere quello che c’è, ma vogliamo far dire a chi opera, a chi costruisce un pezzetto di città ogni giorno, come fa a farlo. Lo faremo andando dentro la vita di oggi e la storia di ieri, facendo parlare chi fa cultura, arte, poesia, andando a riscoprire le chiese, cioè la tradizione religiosa che in ogni quartiere romano è radicata a suo modo. Lo faremo solidarizzando con la società civile, il volontariato, e le opere caritatevoli che, in questa città, sono  vitali e conosciute soprattutto dentro la vita dei rioni. Lo faremo entrando nella vita delle nostre periferie, dei quartieri, dei municipi e facendo parlare gli artigiani, i commercianti: gli “operai della saracinesca”, si potrebbero definire, quella da alzare tutte le mattine all’alba, quando in tanti ancora dormono.
 

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EMILIO INNOCENZI

È un popolo di circa 400 mila imprese (sono 600 mila in tutto il Lazio), composte al massimo da cinque persone. Sono quelli dei bar, dei ristoranti, dei pullman per turisti, delle botticelle, dei taxi, dei lattai e dei fornai, dei falegnami o degli idraulici, e tanti altri ancora. Sono quelli che costruiscono la nostra città. Quelli che vogliono che la politica faccia leggi a loro servizio, per la loro sussistenza, per il bene comune.

 

E poi ci sono le grandi imprese, le poche grandi imprese, che fanno fatica, con tutta la pressione fiscale, con il credito bancario che non dà più fiducia, con la pubblica amministrazione che non paga. Fanno fatica, eppure, come nella migliore tradizione del miracolo italiano, riescono ad andare avanti.

 

Il Sussidiario vuol dare voce a tutte le specificità della capitale, vuol far parlare le cose che accadono, e non commentare le cose che si dicono.

 

Vuole sollevare un ampio dibattito, nostro e di tutti quelli che si vogliono coinvolgere. Che coinvolga innanzitutto le associazioni di categoria di qualunque tipo, proprio perché, indipendentemente dalle aziende che rappresentano, sono lo specchio di quel che c’è in città, e sono coloro che dovrebbero garantire le regole per l’esistenza delle impresa e delle cooperative. Che coinvolga poi la politica, perché ponga al centro le persone e si metta a servizio della comunità, costruendo programmi e poi rispettandoli, per il bene della vita dei cittadini. Che coinvolga le stesse imprese, perché il profitto non è il loro unico scopo. Lo è anche il lavoro che producono e che crea occupazione, facendole così, più o meno volontariamente, strumenti di servizio verso il bene comune, vero motore trainante da rimettere al centro della vita imprenditoriale.

 

Vogliamo, in questa città che tutti amano ma alla quale nessuno vuole bene come chi è romano, ridestare, il desiderio nell’uomo di fare e di fare il bene per il proprio bene, e il bene di tutti, come il professor De Rita ha ben spiegato nella sua relazione annuale del Censis.

 

Questo è quello che vorremmo cominciare animando queste pagine, mattina dopo mattina: ricostruire insieme quel tessuto di vita pubblica tesa non a segnalare e condannare le questioni che non vanno o che ci deludono, ma a valorizzare cosa c’è di buono.

 

E lo vogliamo fare senza schierarci con una parte o con l’altra, senza direzioni a senso unico, non imponendo il nostro pensiero, ma tentando di essere un luogo che offre a tutti uno spazio per dibattere, che dia voce a ciascuna sensibilità,  soprattutto a  quelle che in nessun modo riescono a parlare, pur essendo una moltitudine.

 

Questo è quello che ci auguriamo. Questo è quello che vogliamo mettere al centro del nostro lavoro parlando di Roma, la nostra città.
 

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