IL CASO/ La Manna (centro Astalli): serve una regia per uscire dall’emergenza profughi

Dopo le polemiche a Castelnuovo di Porto e nella zona Grottarossa a Roma, parla GIOVANNI LA MANNA, presidente del Centro Astalli, che offre servizi di accoglienza per i rifugiati

21.04.2011 - int. Giovanni La Manna
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«Se le persone  vengono spostate come pacchi, senza alcuna progettualità e senza una regia che si preoccupi di loro, continueremo ad assistere a situazioni emergenziali e critiche che creano panico, disordini e fanno percepire ai cittadini italiani un senso di insicurezza».  Giovanni La Manna, intervistato da IlSussidiario.net, è il presidente del Centro Astalli, che offre servizi di accoglienza per i rifugiati.
Nato nel 1981, il Centro ha una mensa che distribuisce 400 pasti al giorno, un ambulatorio, tre centri d’accoglienza, una scuola d’italiano e tanti altri servizi di prima e seconda accoglienza. Dopo le polemiche e gli scontri nella zona di Grottarossa a Roma e a Castelnuovo di Porto a causa dei centri di accoglienza riservati agli immigrati, il presidente La Manna commenta: «Innanzitutto bisogna fare una distinzione tra immigrati e rifugiati politici. Poi è necessario chiarire in cosa consiste la protezione per un rifugiato in Italia. La grande confusione alla quale abbiamo assistito e ancora assistiamo adesso, probabilmente, è dovuta al fatto che in Italia, dalla firma della Convenzione di Ginevra, manchi ancora una legge organica sull’asilo politico».

Cosa si può fare per evitare gli scontri tra italiani e rifugiati?

«La battaglia è culturale, e serve a far comprendere alle persone che chi chiede protezione è una persona che è stata costretta a lasciare il proprio Paese, la propria famiglia, la propria cultura per venire in Italia e in Europa per cercare di vedersi riconosciuta nella dignità di persona, e soprattutto per vedersi riconosciuti i propri diritti».

Che tipo di accoglienza è necessaria?

«L’accoglienza deve uscire dallo schema dell’emergenza e deve essere un’accoglienza dignitosa e progettuale per offrire opportunità a queste persone di rimettersi in piedi e rifarsi una vita. Il fatto che molte persone abbiano paura e rifiutino la presenza di rifugiati e persone straniere è dovuto al contesto che abbiamo creato in maniera disonesta, spaventando, creando paura, disinformando le persone. Si creano quindi luoghi comuni che alimentano la paura. Devono essere smontati e alle persone bisogna dare informazioni vere e oneste per aiutarle a capire di fonte a quali persone si trovano».

Come mai l’accoglienza risulta così difficile?

«Quello che è difficile oggi è appunto parlare di accoglienza dopo che i cittadini sono stati spaventati ed esasperati e a questo hanno contribuito le immagini di una situazione indegna che si è creata ed è durata per  mesi a Lampedusa. Prima di accogliere, bisogna salvare vite umane: abbiamo assistito alla morte di più di duecento persone, le ultime due sono morte a Pantelleria. Abbiamo bisogno di canali umanitari che mettano in salvo queste vite: parliamo di donne, bambini, uomini, giovani, quindi prima preoccupiamoci di salvarli, poi passiamo a discutere se sono immigrati o rifugiati e se hanno il diritto di rimanere in Italia e in Europa chiedendo una protezione».

Cosa non funziona nel sistema di accoglienza?

«È un sistema che non è un vero sistema: se abbiamo chiaro qual è il fenomeno, abbiamo anche intelligenza per poterlo governare. Ma se continuiamo a muoverci spinti dall’istinto, continueremo a creare solo confusione e preoccupazione per gli italiani e il risultato sarà penalizzare tutte quelle persone che hanno bisogno di aiuto, senza garantire un minimo di umanità: abbiamo bisogno di una volontà onesta per controllare questo fenomeno. Non stiamo parlando di cifre bibliche. Stiamo parlando di 28mila persone, di cui 5mila rifugiati che chiedono asilo».

Ventottomila persone non sono poi così poche…

«Teniamo conto che dalla Tunisia non arrivano solo tunisini, ma anche libici che scappano dalla guerra. Il governo provvisorio sta gestendo un flusso superiore alle 100mila unità. Noi, per 28mila persone abbiamo fatto una pessima figura, ci siamo comportati in modo indegno. Restituiamo dignità alle persone che hanno bisogno di aiuto e cerchiamo di comportarci bene. Creiamo una regia, non dei sistemi paralleli».

In Italia non esiste già una rete di protezione per i rifugiati?

«C’è il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR): potenziamo uno strumento che sta funzionando da anni, piuttosto che crearne uno parallelo dove le varie istituzioni non dialogano. È assurdo che delle persone arrivino su un territorio senza che le istituzioni o gli enti locali ne siano a conoscenza, perché daranno luogo alle situazioni a cui abbiamo assistito in questi giorni, e chi paga il prezzo più alto sono poi  le persone che vengono in Italia in cerca di aiuto: questo è scandaloso».

Cosa pensa della rivolta a Castelnuovo di Porto?

«A Mineo si diceva che non si volevano i tunisini, ma i rifugiati. C’è stato il tentativo di svuotare i “Cara”, che sono i centri di accoglienza per i rifugiati, spostando tutte le persone a Mineo. Ora a Castelnuovo si fa un discorso diverso: vogliamo i tunisini, non vogliamo i rom: questo è assurdo. Stiamo scatenando una guerra tra poveri. Dobbiamo fermarci per un momento di fronte ai fenomeni che si stanno verificando per poterli capire bene e agire per risolvere la questione, non alimentando guerre che escludono le persone in difficoltà. Non solo, ci sono i magrebini e i rom, ma ci sono anche i rifugiati, titolari di protezione internazionale, che comunque dormono per strada. Abbiamo bisogno di governare le povertà esistenti nel nostro Paese, senza strumentalizzazioni a fini politici. In molti affermano l’importanza della centralità della persona: per una volta facciamo che sia vero. Creiamo una cultura onesta, non spaventata, per recuperare noi stessi dignità, perché sono sicuro che nessuno possa vivere con la coscienza pulita sapendo che in mare stanno morendo delle persone, degli innocenti e poter vivere con indifferenza questa situazione».

Qual è stato l’errore principale nella gestione di questa situazione?

«Il peccato originale, che risale a diversi anni fa, è stato mettere un centro con centinaia di persone a Castelnuovo di Porto, senza pensare a quali conseguenze potesse avere per gli enti locali e per le persone stesse che venivano accolte. l’Italia vive questo tipo di emergenze perché manca una volontà onesta di leggere il fenomeno dell’immigrazione. Spendiamo molti soldi per un contrasto del fenomeno e del flusso di persone, abbiamo messo in campo i respingimenti che considero vergognosi. Oggi sono fermi in Libia migliaia di eritrei, somali ed etiopi in un contesto di guerra. Castelnuovo è stata un’idea scellerata come quella di trasferire i richiedenti asilo e rifugiati dai “Cara” a Mineo. Per quanto critica possa essere la situazione bisogna capire che sono persone in difficoltà. Se si decide di protestare, bisogna farlo solo per ottenere un’adeguata gestione del fenomeno, capace di risolvere le difficoltà».

Con la collaborazione di altri paesi europei.

«È naturale che l’Italia non può farsi carico da sola di tutto il flusso di persone, ma ha un grande potenziale e una grande responsabilità nei confronti dell’Europa. Deve far capire che siamo una porta verso il continente e dobbiamo trovare un accordo su come distribuire in maniera dignitosa queste persone, offrendo loro la possibilità di integrarsi e rimettersi in piedi. Spero che questa esperienza fallimentare, vergognosa e indegna che abbiamo vissuto, interpelli le coscienze di quanti hanno la responsabilità di governare questo fenomeno e si attivi presto una regia per migliorare la situazione».

(Claudio Perlini)

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