WOJTYLA/ Morricone: Giovanni Paolo II, il Papa del popolo e degli artisti

- int. Ennio Morricone

ENNIO MORRICONE non era alla cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II ma è salito sul palco del 1° maggio. Con il pensiero rivolto a Wojtyla, riscoperto attraverso una colonna sonora

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Ennio Morricone (Foto Ansa)

«Ho conosciuto davvero Giovanni Paolo II qualche anno dopo la sua morte, quando mi sono ritrovato a scrivere la colonna sonora di “Karol”, un film dedicato alla vita del Papa polacco». Ennio Morricone inizia così il suo ricordo di Wojtyla, a pochi giorni da un Primo Maggio speciale che ha visto la beatificazione di Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro e il compositore di alcune delle più indimenticabili colonne sonore della storia del cinema al tradizionale “concertone” per la Festa dei lavoratori.

«La sceneggiatura – prosegue Morricone – era stata saggiamente pensata in due parti, con l’elezione al Trono di Pietro a fare da spartiacque e due titoli molto significativi: “L’uomo che diventò Papa” e “Il Papa che rimase uomo”. E così ho approfondito la sua storia, il suo eroismo in difesa degli operai, sotto i fucili spianati dell’Unione Sovietica, quando ancora era giovane e non sapeva che sarebbe diventato Papa».

«Qualche anno prima, la notizia della sua elezione fece piacere a tutti, me compreso. Anche se di lui si sapeva poco capitava raramente che non fosse l’Italia a dare un Papa alla Chiesa». Con il passare del tempo, anche se a distanza, cresce la stima e la curiosità per un Pontefice che è anche commediografo, attore e scrittore. «Decisi di musicare una Cantata utilizzando i testi di Karol Wojtyla che venne poi eseguita a San Giovanni Rotondo il giorno dell’inaugurazione della nuova Basilica ideata da Renzo Piano e dedicata a Padre Pio». Forse il pubblico non si rese conto di partecipare a un evento irripetibile, l’opera però non venne mai più eseguita. «Saltò fuori un’esclusiva di Placido Domingo sui testi delle edizioni vaticane e non ci fu più niente da fare», sdrammatizza il Maestro.

A dirla tutta non andò meglio nel 2000 quando al Cantico del Giubileo realizzato su commissione da Morricone venne preferito («e non per meriti artistici»), quello di un compositore francese. Quello stesso anno regalò comunque a un “compositore dalle qualità sacrali e mistiche (musicalmente parlando)” – come ama definirsi lui stesso – la gioia di un atteso incontro: «Lo ammiravo da tempo, soprattutto per il suo modo di porsi nei confronti della gente. Arrivò il suo invito: il Papa voleva incontrare gli artisti, in occasione del loro Giubileo. E così ci parlai, anche se per qualche secondo, dopo aver fatto la mia fila, appena dietro Carla Fracci…».

Quello fu l’unico colloquio tra il Santo Padre e Morricone, che  tornò così a seguirlo da lontano, nei momenti di gioia («Quando disse: “damose da fa’, semo romani”,  fu una grande prova di umanità e di simpatia, da parte di un Pontefice sempre lontano dall’etichetta») e in quelli più dolorosi («Il giorno in cui a causa della malattia non riuscì a parlare, affacciato alla sua finestra, resterà indimenticabile. Portò fino in fondo la sua croce. Altri al posto suo avrebbero abbandonato…»).

«Domenica è stato un giorno di festa. Roma è stata invasa da quelle stesse persone che appena dopo la sua morte dissero: “Santo subito”. E penso proprio che questo accadrà…». Il compositore non era però in San Pietro, ma sul palco di piazza San Giovanni: «La mia – precisa – non è stata una prestazione politica, ma patriottica, incentrata sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia. È stato il mio tributo al 150°: un’“Elegia per l’Italia” all’interno del quale all’Inno di Mameli ho sovrapposto il “Va, Pensiero”, dal Nabucco di Giuseppe Verdi. È un popolo che costruisce una nazione…». Nessun cedimento al rock quindi? «Guardi, la passione di Giovanni Paolo II per l’uomo e per i giovani avrebbe valorizzato anche il rock, come in parte è accaduto. Ma se parliamo di musica devo confessarle che mi sento più vicino a un altro grande Pontefice, certamente diverso, ma non per questo meno importante: Benedetto XVI».

(Carlo Melato)

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