LA STORIA/ Quell’esercito del bisogno di 1.600 dipendenti

La Nuova Sair Onlus è una delle cooperative sociali più grandi d’Italia, attiva in tutto il Paese con oltre 1.500 operatori. LUIGI GRIMALDI: “Lo sviluppo è arrivato con la crisi economica”

30.05.2011 - int. Luigi Grimaldi
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La Cooperativa Sociale Nuova Sair

«Nell’ambito dell’assistenza alla persona non sei tu a trovare i bisogni, sono loro a trovare te». Luigi Grimaldi, responsabile commerciale della Cooperativa Nuova Sair, racconta a IlSussidiario.net la storia di una delle più grandi imprese sociali in Italia, specializzata da vent’anni nell’assistenza sociale e sanitaria in ambito ospedaliero, residenziale e domiciliare. «La cooperativa è nata nel 1991 per rispondere ai bisogni che emergevano dalla società e che non ricevevano nessuna risposta. A quel tempo l’Aids era un’infezione praticamente incurabile e non c’era neanche presente un servizio di assistenza per i malati. Abbiamo iniziato così con servizi di assistenza domiciliari di tipo infermieristico rivolti ai malati di Hiv. Nel corso degli anni siamo poi andati incontro a quello che la realtà dettava».

Ci racconti questo sviluppo.

Grazie a una migliore organizzazione aziendale siamo andati incontro ai sempre più numerosi e complessi bisogni che si presentavano. Oggi proseguiamo con l’assistenza domiciliare di tipo sanitario e sociale rivolta anche a patologie croniche o oncologiche, anche per tutto l’arco delle 24 ore e con l’utilizzo di macchine per l’alimentazione e la respirazione. Operiamo nell’ambito dell’outsourcing, entrando all’interno dei contesti di ricovero o di residenza di persone anziane o disabili per offrire ogni tipo di servizio assistenziale. Un altro settore è quello educativo: abbiamo sviluppato con i nostri operatori dei progetti di promozione dell’affido e di accoglienza di minori che ci vengono affidati dal tribunale.

Quante persone collaborano con la cooperativa?

Queste attività vengono svolte da circa 1.600 operatori, tutti soci lavoratori: medici, infermieri professionali, fisioterapisti, assistenti sociali, educatori e psicologi. Quasi tutti sono legati a noi da un contratto di lavoro subordinato.

In che zone operate?

Abbiamo cominciato a operare nel Lazio, poi la nostra attività si è estesa a gran parte del Paese. Nelle varie regioni lavoriamo per conto dell’Asl, che ci chiede di fare assistenza domiciliare, e all’interno di case di riposo e RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale).
Per certi versi il nostro sviluppo nelle altre regioni e l’assortimento del nostro fatturato sono nati proprio dalla crisi economica. Nel Lazio il debito sanitario ha oltrepassato il valore di bilancio della Regione stessa, quindi chi lavorava con la Regione Lazio doveva o difendere le poche risorse disponibili oppure diversificare il lavoro. È quello che abbiamo fatto, sia da un punto di vista territoriale, andando anche in regioni più virtuose, come Lombardia, Piemonte, Marche e Toscana, che permettono modelli gestionali più sviluppati e una maggiore stabilità da un punto di vista economico. Un’altra mossa che abbiamo fatto è stata quella di sganciarci dalle sofferenze derivanti dal debito pubblico e assortire il nostro fatturato, che prima era per il 90% nel pubblico, mentre ora è al 50% pubblico e il restante privato. In questo momento stiamo cercando di renderci ancora più autonomi, creando delle nostre strutture per continuare ad assistere la persona.

In che modo vi approcciate alle differenti realtà che incontrate?

La tentazione sempre dietro l’angolo è quella di affrontare le sofferenze che vediamo con freddezza, cercando di essere impermeabili a quelle realtà che rischiano di coinvolgerti troppo.
Noi cerchiamo di essere sempre accanto alle persone che assistiamo e mai altrove e, se possibile, di far arrivare a tutti i nostri operatori un messaggio: oltre al puro mestiere ci vuole il cuore. Lo si vede soprattutto nell’ambito dei disabili, in cui bisogna voler bene sia al paziente che alla famiglia.

Ma quali sono i pro e i contro di fare impresa sociale nella capitale?

Mi vengono in mente solo i contro e sono tanti. Le dico solo il più importante che attenta all’esistenza stessa dell’impresa sociale. Nonostante il fatto che la Regione Lazio riconosca l’importanza della nostra opera e della sussidiarietà, com’è giusto che sia, non esiste una normativa, una regola che prenda atto del ruolo dell’impresa sociale e che indirizzi le funzioni dell’impresa…

(Claudio Perlini)

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