CONSIGLIO DEI CARDINALI/ L’umiltà di un Papa che sa di avere bisogno di aiuto

- Cristiana Caricato

Per CRISTIANA CARICATO, da una parte Bergoglio rifiuta l’isolamento e le imbrigliature, dall’altra rimane evidente la solitudine ultima di fronte alla missione a cui è stato chiamato

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L’hanno chiamato il “consiglio della Corona” o “G8” cattolico, preferendo una definizione o l’altra a seconda delle simpatie nostalgico-medievaliste o global-geografiche. Il Consiglio dei Cardinali istituito con un Chirografo da papa Francesco (per chi non è avvezzo ai termini legali è un atto o un documento firmato a mano che entra nelle fonti del diritto) è stato salutato come la prima grande rivoluzione del pontefice argentino. Senza spingersi tanto in là bisogna riconoscere che è una novità, per lo meno nell’istituzione formale di un organismo destinato ad affiancare il successore di Pietro alla barra del timone. Non che i precedenti manchino. Prendiamo Innocenzo XI che alla fine del ‘600 se la doveva vedere con una Curia avvelenata da nepotismi e lussi, con le mire assolutiste di Luigi XIV e l’avanzata turca. Nonostante il difficile rapporto con le congregazioni e i guai della politica, scelse un santo, il Card. Gregorio Barbarigo, come consigliere, avvalendosi di suggerimenti e consigli di amici autentici.

E se un altro Papa Alessandro VII, il pontefice mecenate che incaricò il Bernini per la costruzione del colonnato, è passato alla storia come un indeciso proprio per l’abitudine ad ascoltare troppi pareri (in gran parte di parenti vicini e lontani), ben altri da Clemente VIII, il Papa che leggeva e sbrigava personalmente la corrispondenza in arrivo ( vi ricorda qualcuno?) e si pregiava dell’amicizia di San Filippo Neri, al più vicino nel tempo Pio XII, hanno mostrato piglio e autonomia, sebbene fossero circondati da più di un cardinale-collaboratore. Nella lunga e tortuosa storia del papato monarchi assoluti si sono alternati a illuminati sovrani che amavano ascoltare consiglieri fidati, sempre muniti di berretta rossa, per governare uno Stato e una Chiesa perennemente sotto assedio. Che fossero bramosie di case reali europee o lusinghe del maligno poco importa. E se qualche volta il gruppo dei consiglieri prendeva il sopravvento per manifesta debolezza dell’eletto al soglio, nella maggioranza dei casi il circolo di cardinali chiamati ad affiancare il Papa mostrava la saggezza e l’apertura del candidato, qualità quasi sempre necessarie al buon governo.

Se la storia insegna, l’idea partorita da Bergoglio sin dai primi minuti dopo l’elezione, è destinata ad avere conseguenze nella conduzione della barca di Pietro. Positive? Io credo di sì, avendo mostrato il soggetto in questione, Francesco, le qualità di cui si parlava, oltre ad un piglio decisamente monarchico. Perché va bene la collegialità e la sinodalità, parole-chiave per interpretare la creazione del Consiglio, ma è chiaro come il sole, che le decisioni finali spetteranno solo a lui. L’organo, è stato sottolineato infinite volte in Vaticano, ha una funzione puramente consultiva, gli 8 membri sono stati scelti dal pontefice per il carattere sintonico e la fiducia ispirata, il loro compito è di riportare al Papa la ricchezza di valutazioni ed esperienze che la cattolicità offre nella sua dimensione universale, il consiglio sebbene abbia ottenuto uno status giuridico è fluido quanto a numero di componenti e modalità di convocazione.

Insomma rimane intatta la drammatica libertà che appartiene al Pontefice Romano. Da una parte c’è l’umiltà e la consapevolezza di un uomo che sa bene di aver bisogno di aiuto, che non cessa di chiedere preghiere e suppliche per il suo ministero, che ostinatamente rifiuta l’isolamento e le imbrigliature della “corte” forzando una comunione episcopale finora non esercitata in tutta la sua potenza, dall’altra rimane evidente la solitudine ultima di fronte alla missione a cui è stato chiamato. Francesco vuole una Chiesa armonica, agganciata alla realtà, capace di intercettare ogni desiderio e aspirazione. Una Chiesa che, come ha confidato al laicissimo Scalfari, deve scrollarsi di dosso il Vaticano-centrismo, aprirsi alle periferie, tornare ad essere una “comunità del popolo di Dio”. I cardinali chiamati dai 5 continenti devono aiutarlo a tenere aperta questa prospettiva, ad impedire alle faccende curiali di oscurare la missione primaria, l’annuncio di Cristo ad un mondo sempre più vasto e diversificato. E i primi passi del neo-nato consiglio sono rivelatori: riflessione sul Concilio Vaticano II e prima di mettere mano alla sospirata riforma della Curia, il ripensamento del sinodo dei vescovi, organo principe dell’esercizio della collegialità. Appare chiaro che Papa Francesco fa sul serio. Si cambia.

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