IL CASO/ “Genitore 1 e 2”, quella scuola che ha paura di insegnare la verità

- Alessandro Benedetti

La preside romano, spiegano ALESSANDRO BENEDETTI e MARIA CLARA DI MARTINO, ha banalizzato il ruolo dei genitori, riducendoli a numero e di chi, in certe circostanze, ne fa le veci

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Concorso Scuola 2016 (Infophoto)

«Per noi non è stato un grande cambiamento – spiega Francesco, 16 anni – i miei genitori neanche l’hanno notato quando sono andati in segreteria a ritirare il nuovo libretto. Hanno firmato e basta. Sono stato io ad avvertirli della novità».

Dichiarazioni di uno studente del Liceo Classico Mamiani di Roma intervistato sulla “novità” introdotta dalla preside dell’Istituto: sostituire, sul libretto scolastico delle assenze, la dicitura “genitore 1” e “genitore 2” nello spazio riservato alle firme di padre e madre degli allievi.

Un piccolo gioco di prestigio, dunque, e… oplà! Madre e padre, soggetti che tutti sanno indispensabili per dare la vita ad ogni uomo, sono ridotti a numeri senza che neppure se ne accorgano, ormai assuefatti al vorticoso fluire delle loro vite senza verità.

Non è un caso se chi se ne accorge subito è il ragazzo: Francesco, come il bimbo di quella bella fiaba danese che grida a tutti la nudità del re, sveglia mamma e papà dal torpore di chi ormai è abituato a pensarsi numero.

Riusciranno altri Francesco ad abbattere le insidie fuorvianti e ipocrite di chi, come il serpente con Adamo ed Eva, vuole assopire la coscienza collettiva per  poi dominarla?

È fortunatamente vero che la forza della verità è immensa; ma è anche vero che nell’epoca dei social network, delle comunicazioni facili, immediate e omologanti, la capacità diffusiva di virus che falsificano la realtà ed impoveriscono il senso critico di ciascuno è direttamente proporzionale alla potenza dei media, e molti – troppi – potrebbero perciò rimanerne vittime.

La preside romana che – replicando la performance compiuta da altri sedicenti innovatori prima di lei – ha introdotto la bizzarra dicitura numerica al posto delle parole padre e madre afferma che non si tratta di attacco alla famiglia; anzi, «L’iniziativa è motivata proprio da un grande rispetto per tutti i tipi di famiglie. Non parlo solo di quelle con genitori dello stesso sesso, ma dei moltissimi alunni con genitori separati o divorziatiC’è chi ha un nuovo compagno che si occupa del ragazzo come un padre o una madre. Per non parlare degli studenti orfani».

Due considerazioni preliminari. La prima che l’affermata possibilità che esistano “genitori dello stesso sesso” è un macroscopico non sense sul piano sia lessicale sia oggettivo.

La seconda, che discende dalla precedente, è che la parola genitore indica chi genera, procrea, dà la vita: e ogni individuo è generato da un solo padre e una sola madre.

Va detto poi che, a dispetto delle dichiarate finalità perseguite dalla preside, il suo progetto finisce con lo svilire la nozione costituzionale di famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Nel contempo banalizza, riducendolo a numero, il ruolo di ogni genitore e quello, altrettanto importante, di chi, in presenza di determinate circostanze, è chiamato a farne “le veci”. 

Espressione, questa, magari “antica” ma di certo, nella sua semplicità, rispettosa della verità e quindi inoffensiva della famiglia e del senso di identità e di dignità dell’individuo.

In qualunque contesto familiare si viva, guai a ritenersi offesi o feriti da quelle due parole scritte nel cuore e nei cromosomi di ciascuno: padre e madre.

Chi educa le nuove generazioni dovrebbe insegnare a considerare con amore e secondo verità la propria situazione esistenziale; altrimenti diffonde tra i giovani una cultura effimera, poggiata sulla sabbia della falsità e dunque foriera di fragilità, di paura del futuro, di incapacità di affrontare il mondo e di generare altre vite.  

La verità, quale che sia, rende liberi e non bisogna averne paura.

Nella diversità di ciascuno e della sua condizione, se si ha il coraggio di riconoscerla, c’è la sua forza.

Se anche, dunque, le intenzioni fossero quelle dichiarate, cioè tutelare «realtà delicate», evitare di discriminare o di mettere in difficoltà qualcuno, verrebbe da chiedersi: schivare il problema della verità con dei giochi di parole non allontana forse i ragazzi dalla meta della loro vita – forse difficile, ma certamente meravigliosa – di incontrarsi con la verità su se stessi, con la bontà e la bellezza della loro esistenza?

 

(in collaborazione con l’avvocato Maria Clara Di Martino)

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