SALARIO MINIMO/ La soluzione al lavoro povero non passa (solo) da una legge

- Giancamillo Palmerini

È bene che i lavoratori siano pagati il giusto. Perché ciò avvenga non bastano né una legge, né un contratto collettivo

Operai_Lavoro_Magazzino_Lapresse (LaPresse)

Il Consiglio europeo ha adottato nel gennaio scorso una raccomandazione per l’istituzione, in tutti i Paesi del nostro continente, di un adeguato reddito minimo per i lavoratori.

La raccomandazione si propone di combattere la povertà e l’esclusione sociale e di sostenere, allo stesso tempo, il miglioramento dei tassi di occupazione promuovendo un adeguato sostegno alle persone mediante un reddito minimo, un accesso effettivo ai servizi essenziali per le persone che non dispongono di risorse sufficienti e favorendo l’integrazione nel mercato del lavoro di chi può, per i più vari motivi, lavorare. Si ritiene, infatti, che i meccanismi di fissazione del salario minimo possano rappresentare uno strumento importante per il buon funzionamento di un mercato del lavoro.

L’attuazione di questo strumento è diffusa, seppure con modalità diverse, in tutti i Paesi europei. Dei 27 Stati membri, ben 22 lo stabiliscono attraverso norme a livello nazionale, gli altri lo fanno, altresì, attraverso la contrattazione a livello settoriale. In tutti i casi le parti sociali svolgono un ruolo chiave nel far rispettare le norme sul salario minimo. Nei Paesi nordici hanno, addirittura, un ruolo di ispezione diretta per far rispettare l’applicazione dei contratti collettivi. In molti Stati membri spesso le parti sociali forniscono anche orientamento e sostegno a lavoratori e datori di lavoro e hanno un loro ruolo nella risoluzione delle controversie e nell’elaborazione delle politiche pubbliche a sostegno dei redditi.

Nel nostro ordinamento nello specifico non esiste un livello minimo di retribuzione fissato per legge, ma l’articolo 36 della Costituzione riconosce il diritto, per il lavoratore, a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. L’articolo 39 della stessa Costituzione attribuisce, quindi, ai sindacati, previa registrazione in uno specifico elenco mai regolamentato, il potere di stipulare contratti collettivi di lavoro vincolanti per tutti i lavoratori appartenenti alla categoria cui il contratto si riferisce.

La mancata attuazione di questa previsione costituzionale ha, tuttavia, determinato due criticità: la mancata estensione nei confronti di tutti i lavoratori appartenenti alla medesima categoria dell’efficacia dei contratti collettivi e una proliferazione degli stessi (i cosiddetti contratti pirata). La proposta dell’Esecutivo sembra muoversi nella prospettiva “costituzionale” valorizzando al massimo il contributo delle parti sociali.

Il tema, tuttavia, troppo spesso, non è sottoscrivere i contratti collettivi, ma rispettarli e applicarli, specialmente in alcuni settori dove è ancora troppo spesso diffuso il lavoro nero, o perlomeno grigio, e nei quali i lavoratori, spinti dalle necessità, accettano compromessi al ribasso.

La soluzione, insomma, probabilmente, non la si trova né in una legge, né in un contratto collettivo, ma in un profondo cambiamento culturale, di lavoratori e imprese, che metta al centro la dignità del lavoro e delle persone.

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