SALUTE O ECONOMIA?/ Il braccio di ferro che fa male al bene comune

- Emanuele Bianchi

C’è un Partito della salute e un Partito dell’economia, ma la politica non sa tirare le fila. Per la fase 2 manca il coraggio di rischiare per il bene comune

Negozi chiusi ristoranti
Negozi chiusi per coronavirus (repertorio LaPresse)

Caro Direttore,

da quando è scoppiata l’emergenza Covid-19, si parla continuamente di salute fisica ed economica. Entrambe – soprattutto quando mancano – hanno ripercussioni sulla salute psicologica (del singolo) e sociologica (come trama di rapporti complessi).

Non sono medico: sulla salute fisica mi affido a chi stimo e ha quelle competenze. Vista la novità e la propagazione di questo virus, qualche misura draconiana andava presa.

Pur non essendo uno studioso, 15 anni di lavoro in multinazionali mi hanno fatto appassionare all’analisi di scenari. Io vedo questo.

Il Pil di tanti paesi sta crollando (5%-15% anno su anno, con punte anche più drammatiche). Il nodo socialmente più rilevante è quante aziende chiuderanno e quanti posti di lavoro verranno persi, per effetto diretto della crisi e del “New Normal” che ne seguirà.

L’Italia paga un tributo alto, a causa – tra gli altri – di una forte dipendenza da Pmi (60+% del Pil) che, pur eccellenti, hanno “cassa limitata” e vanno più in sofferenza, in cicli economici negativi; un peso rilevante (15+%) di settori molto colpiti, quali turismo e ristorazione; una popolazione più anziana della media (22% sopra i 65 anni), che riprenderà molto più lentamente.

Eppure bisogna in qualche modo ripartire: ogni settimana di lockdown riduce il Pil di un ulteriore 0,5% e causa esasperazione.

L’assenza più rumorosa, di questi tempi, mi pare quella della politica. L’indicatore principale di tale assenza è che salute fisica e salute economica, culturalmente, non si incontrano:

• ci sono quelli del “Partito della Salute”, capitanati da medici (fanno il loro mestiere), che si sgolano perché il fantomatico R0 è ora a 0,8, ma potrebbe risalire, quindi bisogna stare in casa ancora un po’;

• e  quelli del “Partito dell’Economia”, capitanati da imprenditori (fanno anch’essi il loro mestiere), che si sgolano altrettanto, minacciando che fra poco qualcuno comincerà a morir di inedia.

Il “Partito della Salute” vince – di poco – nel consenso: “Prima la salute (fisica)” è slogan facile da comunicare e da capire; soprattutto ove il Governo abbia un track record di assistenzialismo. La popolazione intelligente, se deve, sceglie la salute: i soldi di sussistenza, in qualche modo, arriveranno.

Manca qualcuno che tiri le fila, sulla base di competenze, di una visione dell’uomo e della società, e il coraggio di rischiare per il bene comune, ben sapendo che tutte le decisioni sono un imperfetto compromesso tra pro e contro. È quello che definisco un “politico”.

Senza rischio, non c’è azione di rilievo: non esiste medico che non rischi per i suoi pazienti; non esiste manager che non rischi per la sua azienda.

I leader di tanti Paesi comunicano senza sconti la serietà della situazione (si vedano la Merkel o Macron), ma si assumono poi il rischio di ripartire in qualche modo, fin dai prossimi giorni, a dispetto di indicatori non molto dissimili dai nostri (R0 Germania: 0,7; circa 15mila decessi in Francia). Ripartiranno anche le scuole, in alcuni casi.

Difficile sostenere che siano dissennati, o che abbiano in spregio la vita umana più di noi.

Mi sorprende che la politica italiana abbia abdicato alla guida del paese affidandola ai medici (“Non facciamo niente, se non ce lo dice la scienza” e simili candide dichiarazioni). Bisogna riaffermare il primato della politica sulle competenze settoriali, per agire sulla realtà nella sua interezza e realizzare il bene comune.

La domanda cardine è in effetti “sociologica”: che cosa ci aspettiamo che succeda, esattamente, per sentirci sicuri di “riaprire” le attività? Ci stiamo illudendo che, passato il Covid-19, sia “finalmente” eliminato il rischio della convivenza e “si possa ricominciare” a vivere.

Mi pare invece ragionevole assumere che, passato questo virus, prima o poi ne arriverà un altro (soprattutto se vogliamo mantenere la libertà di viaggiare, conoscere, fare impresa nel mondo). Continueranno a esserci altre malattie, incidenti, violenze, che manterranno il rischio della convivenza allo stesso livello di sempre.

Procrastinando l’estenuante attesa della Fase 2, l’unico rischio evitato è la responsabilità delle decisioni della politica: non facendo nulla, non si potrà accusare il Governo di mettere a repentaglio vite umane (si mettono in verità a repentaglio salute economica, psicologica, e sociale – meno visibili all’elettorato). Trent’anni di Mani Pulite e tentativi di moralizzare la società per via giudiziaria hanno lasciato uno strascico devastante.

La mia proposta, sulla scia di Giovanni Cagnoli e altri, è: prendiamo tutte le accortezze, usiamo le mascherine per un po’, scarichiamo l’app eccetera, ma ripartiamo! Guardando e imparando dagli altri paesi.  Ripartiamo anche come si può, con forme parziali di scuola in presenza. Usiamo i soldi (Mes, coronabond o altro), prima che per sussidi una tantum, per le infrastrutture (trasporti e banda larga, innanzitutto), per far ripartire le imprese e i corpi intermedi. Le aziende dovranno fare network, per sopravvivere. Nel ripartire, cerchiamo di migliorarci – è l’opportunità di ogni crisi.

Il professor Zamagni, in un interessante articolo sull’Osservatore Romano, dichiara che il pericolo più grande del futuro sarà il neoliberismo. Io trovo che una minaccia ancor più grande sia l’idea di “Homo homini lupus”. Ci stiamo abituando alla sclerosi del guardare l’altro come potenziale untore; ai Governatori che minacciano di chiudere i loro confini; all’odio ideologico di giornalisti affermati, che attaccano il modello della sanità lombarda con letture parziali di dati parziali. È questa la vera bomba sociale.

Il neoliberismo, pur limitatissimo e perfettibile, afferma un valore ultimo, non foss’altro che puramente economico, dell’altro.

Un uomo vivo parte da una positività, può valorizzare proposte e tentativi di tutti, anche se sfidanti, complessi o provocatori: l’invito di Paolo Giordano a svolgere gli esami di maturità in presenza, per non frustrare l’autocoscienza dei ragazzi; la proposta del governatore Bonaccini, secondo cui chi percepisce il Reddito di cittadinanza, se abile fisicamente, aiuti nei campi, per contribuire e godere della dignità del lavoro; l’intervista a Cesare Pozzoli sul non ammazzare le imprese con norme grottesche quali i sorveglianti della sicurezza; la lettera del bambino che chiede al presidente Mattarella con chi starà, se la scuola rimane chiusa, mamma e papà tornano al lavoro e i nonni sono isolati.

La politica deve aiutare, innanzitutto, la ripresa della fiducia nell’altro: non esiste salute fisica, se non abbiamo fiducia nei medici che ci curano. Non esiste commercio, se non c’è fiducia tra cliente e fornitore. Non esiste società, se temiamo che l’altro mi minacci. Non esiste persona, se non fiduciosa in se stessa e negli affetti.







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