SAN PATRIGNANO/ 26mila ragazzi tornati alla vita sono più di scandali e ombre

- Laura D'Incalci

“SanPa”, la serie tv di Netflix, si propone di raccontare la storia dell’opera di Muccioli. Lo fa molto meglio il libro di Giorgio Gandola

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Vincenzo Muccioli (1934-1995), fondatore di San Patrignano (LaPresse)

San Patrignano è una comunità di recupero per tossicodipendenti. Lo si sa. Se ne ricorda a grandi linee la storia legata al nome di Vincenzo Muccioli, alla sua intraprendenza fuori protocollo, alle battaglie sociali e legali che l’avevano resa nota fin dal suo nascere, 42 anni fa.

Oggi torna a far discutere l’opera fondata da Muccioli messa a tema nella docu-serie tv di Netflix che a parere di molti, a partire dalla stessa comunità di San Patrignano, ha puntato con insistenza i riflettori sulle zone d’ombra e sugli aspetti scandalistici delle cronache da tempo archiviate, trascurando i tratti essenziali di un’avventura pionieristica creata per riportare alla vita giovani distrutti dalla droga.

La questione più interessante, quindi, quella che riguarda la scommessa più improbabile, quella di tornare a guardare come persone i ragazzi che al tempo erano considerati scarti irrecuperabili, continua ad alimentare la curiosità, a moltiplicare la ricerca di notizie soprattutto sugli esiti. Ripercorsa e scandagliata per intero dal giornalista Giorgio Gandola, quella storia, raccontata di recente in un libro allegato a Panorama, mette a fuoco il dramma della tossicodipendenza – purtroppo sempre attuale – affrontato nella comunità che nei fatti, nel numero di vite salvate, si dimostra in grado di arginare un flagello tuttora inquietante.

Sono 26mila i “ragazzi tornati alla vita” grazie a quell’esperienza che da un decennio all’altro ha incrociato vite smarrite, strafatte, avvitate in un cunicolo senza uscita, e le ha sottratte al degrado, recuperate all’aria pura, riabilitate al gusto del lavoro e del vivere. Ventiseimila, un numero esorbitante di percorsi e di storie che nelle pagine del libro sembra di vedere, di percepire come un popolo in cui ognuno ha vissuto la sua prova, ha attraversato il deserto, il vuoto vertiginoso, il travaglio di una strada impervia che può condurre ciascuno al ritrovamento del proprio cuore, del proprio posto nel mondo. Tutto in un abbraccio è il titolo che racchiude il segreto dell’avventura che finisce bene e svilupperà gli anticorpi per resistere alla diffidenza di una società conformista, spesso allineata con l’antiproibizionismo e una concezione di libertà individualista prevalente.

Nel libro sono i fatti messi in fila e confermati dai protagonisti di ieri e di oggi a delineare lo sviluppo di un’opera suscitata dall’intuizione di un uomo carismatico, travolgente e audacissimo che si è rivelato capace di trasformare un sogno, quasi un’utopia dall’esito incerto, nella più importante comunità di recupero dalle tossicodipendenze in Europa. Fra le pagine che descrivono l’evoluzione dell’accoglienza avviata in un casolare via via attorniato da capannoni e roulotte e trasformata in realtà imprenditoriale che crea lavoro e autofinanziamento di servizi sanitari ed educativi d’avanguardia, la fisionomia di Vincenzo Muccioli si rivela decisiva dalla prima all’ultima riga. Già, perché la sorpresa di un cambiamento che è personale e anche culturale e sociale, di una vittoria sul non-senso, sul malessere e ogni sorta di deleteria dipendenza, si riconduce all’impeto assolutamente originale di chi l’ha concepita, si riconduce a una relazione generativa, a una reale paternità.

“Al centro del dramma non ci sono hashish, cocaina, eroina o ecstasy, non c’è la crisi di astinenza, ma c’è l’uomo con le sue paure e i suoi vuoti in cui rischia di essere inghiottito” sono le parole di Muccioli. “Per questo non mi piace dire o sentir dire che la nostra sarebbe una comunità per drogati. La nostra è una comunità di vita, un luogo di passaggio in cui gli uomini che la società ha considerato dei rifiuti possono imparare a praticare la libertà dei cittadini, per tornare ad essere elementi positivi in quella stessa società che li aveva rifiutati e avvelenati”.

È una sorta di dichiarazione di intenti che si rintraccia in tanti dialoghi, in episodi che diventano emblematici, pietre miliari di una storia condivisa e trattenuta nella memoria. Così è nato un metodo, spesso incarnato dagli stessi ragazzi “salvati” che diventano colonne della stessa comunità richiamandosi continuamente all’esperienza vissuta sulla propria pelle. Il metodo di San Patrignano “è sapere cosa avrebbe fatto lui perché lo ha fatto con noi”, racconta uno degli educatori ricordando Muccioli: “Quando un ragazzo vuole andare via e grida, tu lo abbracci e lui si ferma”.

Tutto in un abbraccio non è una formula o modo di dire. In quell’abbraccio si scopre una passione capace di rischiare anche sulla libertà dell’altro che può rivelarsi ancora fragile, come quella di Antonio, che è già scappato cinque volte e un giorno assicura di sentirsi guarito e chiede di tornare a casa. Muccioli acconsente, lui corre alla stazione di Rimini a farsi una dose. Poi prende il treno, arriva a Verona, entra in casa. E ad aspettarlo, accanto ai suoi genitori, trova Vincenzo: “Mi dice solo: andiamo. Da allora non sono più scappato”.

Vincenzo Muccioli non aveva in testa un’iniziativa sociale, è stato provocato dagli sguardi persi di ragazzi annientati dalla droga: per loro e accanto a loro sperimenta il rischio di un’avventura educativa che assume tutte le vibrazioni di un dialogo carico di comprensione, ma anche di suggerimento e di correzione che a volte ha il peso dell’imposizione, di una sfida alla libertà. Ed è lui stesso a imparare, a verificare, a cambiare passo, mutare le regole. “All’inizio Vincenzo aveva più fiducia, ci faceva uscire la sera e ci dava persino dei soldi: noi andavamo giù in riviera a ballare e a sballare”, ricorda uno dei protagonisti dei primi anni, sottolineando come il metodo sia stato forgiato nell’esperienza sostenuta da uno sguardo umile e lungimirante, sempre realistico. “Cominciò a costruire il vestito psicologico su misura delle persone, qualche volta fuori dagli schemi ma sempre con l’obiettivo di farci tornare alla vita”, prosegue. “Ricordo che quando mi rimbrottava, in realtà mi massacrava; davanti a lui ti sentivi male. Poi passato il momento cominciava a recuperarti. Non ti abbatteva per annientarti ma per ricostruirti”.

Sono innumerevoli le schegge di vita che raccontano la storia di una rinascita, di una paternità autentica, di un amore che schiude le porte al futuro. E propongono suggestioni decisive, da trattenere come l’ispirazione di un desiderio realizzabile.

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