SANREMO 2020/ Diodato, Gassman, il trionfo e gli errori nel Festival “ritornato”

- Alberto Contri

Il Festival di Sanremo 2020 è stato particolare. Trionfo negli ascolti, ma non senza pecche. Nota positiva quella dei vincitori

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Diodato con Amadeus e Fiorello (Lapresse)

Quando arriva Sanremo, l’Italia si divide: ci sono quelli che si vantano di non guardarlo, ma poi commentano in rete. Ci sono quelli che criticano per principio, ci sono quelli che amano confrontare le canzoni, ci sono quelli che amano la competizione e soffrono per i troppi intermezzi, ci sono quelli che aspettano soprattuto i comici e gli ospiti, ci sono i pensionati che guardano volentieri le modelle formose, ci sono le donne che amano giudicare i vestiti delle modelle famose, ci sono quelli che vorrebbero veder lanciare campagne sociali di ogni genere, ci sono quelli che…

Mai come questa volta a Sanremo c’è stato spazio per ogni cosa, trasformando ogni serata in una maratona fino a ore piccole, con ottimi effetti sullo share e protesta della stampa costretta a non dare i risultati nelle prime edizioni. Per i meno esperti, occorre spiegare che man mano che si riduce la platea, percentualmente lo share sale. Senza dimenticare che le altre reti non “controprogrammano”, evitando di fare una vera concorrenza. Questo combinato disposto, insieme a una formula azzeccata, ha prodotto i risultati da record di questa edizione. Resta il fatto che da settant’anni Sanremo è un fenomeno sociale che interessa a vario titolo ben oltre la metà degli italiani.

Partito come mero concorso musicale che ha lanciato nel mondo la canzone italiana, pian piano è diventato uno spettacolo che ingloba la gara, con tutti i problemi che questo comporta. Per questo a un certo punto si è cercato un direttore artistico in grado di gestire sia la scelta delle canzoni concorrenti, sia la conduzione di serate assai complesse.

Indimenticabile il primo presentatore, che accompagnò il Festival ai tempi in cui c’era solo la radio, Nunzio Filogamo, con la sua formula: “Cari amici vicini e lontani, buonasera”. Poi ci sono stati veri e propri mostri sacri come Pippo Baudo, Corrado, Mike Bongiorno, e molti altri e altre, di mestiere attori e attrici, conduttori e conduttrici, che hanno svolto il loro lavoro con maggiori o minori risultati, vuoi per la forza o la debolezza della formula scelta, vuoi, ovviamente, per il valore delle canzoni. Una grossa svolta, con qualche limite, è stato Baglioni che certamente di musica se ne intende, è pure un bravo intrattenitore, ma ha cantato e fatto cantare un pò troppe sue canzoni.

La scelta di Amadeus per il settantesimo compleanno del Festival è stata indubbiamente indovinata. Per molti è stata una sorpresa, perché si è rivelato una macchina da guerra come Carlo Conti e Baudo, ma addirittura con maggiori doti di garbo e simpatia. Ha giocato a fare il bravo presentatore con un pò di understatement appoggiandosi alla creatività disinibita ma mai greve di Fiorello, capace di cogliere ogni spunto per far ridere e sorridere, con notevoli doti di imitatore e soprattutto di cantante, e addirittura di crooner, in particolare in “Quando quando quando”.

Iniziando con una gaffe nel presentare le donne che lo avrebbero accompagnato per cinque sere, Amadeus ha saputo fare di necessità virtù recuperando alla grande grazie al supporto di Fiorello che lo ha molto aiutato nel raffreddare la polemica. Proprio per le polemiche che sempre lo accompagnano, il Festival di Sanremo è stato tra gli argomenti più trattati sui social media, dove hanno spopolato tanto l’hahstag #ionoguardosanremo, che le clip di RaiPlay. Interessante questo commento: “Sanremo non è lo specchio dell’Italia: è l’Italia”. Concordo. È l’Italia con i suoi pregi e i suoi difetti, con i suoi alti e i suoi bassi. Un valore altissimo, che sfugge ai più, è la capacità tecnica dei tecnici audio e degli orchestrali, che sono sempre stati per settanta anni invariabilmente ai massimi livelli, tenuto conto dell’enorme difficoltà di ottenere una qualità audio così buona dal vivo e in un contesto così complesso.

Come ogni anno anche questa volta c’è stato spazio per alcuni messaggi sociali, quello contro la violenza alle donne è stato affidato alla schieratissima giornalista Roula Jebreal, la cui scelta ha sollevato molte polemiche per il timore che la buttasse in politica. Invece non è andata per nulla oltre le righe, e con molta commozione è andata sul personale con una scelta molto indovinata.

La grande attesa per Benigni si è rivelata una delusione per la sala (che non gli ha riservato la standing ovation che ha riservato a diversi altri ospiti come Zucchero e I Ricchi e Poveri) e anche per molti commentatori che hanno fatto rilevare la riproposizione “per la prima volta” di un pezzo sul Cantico dei Cantici già fatto tempo fa a Tv2000, e per di più in una rilettura apocrifa filo gender in omaggio al pensiero unico imperante, con una “forzata licenza interpretativa che ha tradotto, tradendolo, l’amore tra amato e amata in altri amori che sono lontani e fuori dal limpido orizzonte biblico”. (Rosanna Virgili, Avvenire). Triste declino di un grande interprete di Dante, che sul tema peraltro la pensava molto diversamente, basta leggere il canto XV° dell’Inferno.

Sulle canzoni scelte si potrebbe discutere all’infinito: è stato evidente il tentativo di accontentare i più diversi pubblici e le più diverse età. Molti i rap e i trap, che sinceramente, a un orecchio non particolarmente allenato, paiono tutti molto simili tra loro. Che sia un genere destinato a non lasciare grandi segni nella storia della musica, lo si è capito dalla serata dei duetti: il confronto con le canzoni degli anni passati è stato semplicemente impietoso.

Davvero strepitosa, per contro, la performance di Tosca con la cantante spagnola Silvia Perez Cruz: una vera perla di bella musica, e infatti la giuria formata dall’orchestra le ha assegnato il primo posto in quella serata.

Nonostante i rapper che hanno tentato ogni tipo di provocazione e travestimenti in pieno stile Gay Pride, come ha fatto ad esempio Achille Lauro, che in rete è stato definito “il David Bowie de noantri”, la giuria delle Nuove proposte ha premiato il bel canto e la bella faccia pulita di un figlio d’arte come Leo Gassman. Qualcosa vorrà ben dire… anche perché le facili provocazioni non hanno fatto presa, relegando chi ha esagerato agli ultimi posti. È il caso di Morgan, presunto genio da sempre sopravvalutato che ha voluto strafare provocando la fuga del suo compagno d’avventura Bugo, che se n’è andato indignato: prima volta di abbandono di un cantante durante l’esecuzione di una canzone nella storia del Festival. Immancabile il post su Facebook “Eh… gli amici se ne vanno, la musica è finita…”.

Purtroppo il Festival è l’Italia anche negli aspetti del suo irrimediabile livello medio: se tutto è grandissimo, bellissimo, meraviglioso, straordinario (il che non è possibile, questo è un difetto da attribuire a Amadeus) significa che tutto è uguale, e quindi picchi non ce ne possono essere. Da anni si va ripetendo che i testi sono un punto debole: oggettivamente è difficile scrivere in forma brillante per un pubblico che mediamente (per RaiUno) è composto di pensionati ultrasessantenni concentrati al sud, cercando di catturare contemporaneamente anche i più giovani. Situazione maliziosamente rilevata in rete: “È il Festival dei ‘Ma questi sono ancora vivi?’ e dei ‘Ma questa chi diavolo è?'”.

Poi c’è un irrisolto problema di scaletta: dato che durante la conferenza stampa di sabato gli editori hanno avvisato che se non avessero avuto i nomi del vincitore entro l’una e un quarto, non avrebbero dato la notizia. Così, per dare spazio a 23 esibizioni canore, e a tutta la pubblicità prevista per un contenitore più ampio, a Biagio Antonacci (bravo, ma perché altri cantanti in un’ammucchiata di cantanti?, mah) si sono spostati a dopo le esibizioni i numeri previsti, e così la finale ha perso mordente. Con così tanti programmisti registi, non ci si rende conto che 24 canzoni in una sera, più alcune canzoni di altri ospiti, sono in grado di ammazzare un bue? E infatti alle due e quindici della notte non si conosceva ancora l’esito del voto.

Ammazzando anche l’Altro Festival, quest’anno emigrato solo in rete grazie a Raiplay, ma costretto a iniziare a ore antelucane. Raiplay, lanciata con Fiorello, ha cominciato a diffondere con sistematicità videoclip e contenuti speciali, facendo conoscere definitivamente la nuova applicazione che consente di vedere una quantità crescente di contenuti in modalità differita. Era il 2006 quando Rainet, , allora incaricata della presenza della Rai in rete, di cui fui Amministratore delegato dal 2003 al 2008, lottava in azienda con i direttori dei tg che affermavano che la scritta www.tg1.rai.it gli disturbava il logo, e le clip di Sanremo le mandavamo in onda registrandole di straforo da un normale televisore. Sembra un’altra era geologica. Ma fu un laboratorio sperimentale che oggi dà i suoi frutti, in quanto la responsabile dei contenuti di allora oggi è la direttrice di RaiDigital, e la vicedirettrice di Rainet oggi è direttrice di RaiTre e RaiCultura. Segno che la gavetta è tuttora molto importante come anche la storia di Fiorello conferma. E mai nomine furono più azzeccate.

Sono le due e trenta del mattino, la promessa di consegnare i nomi dei vincitori entro l’una e un quarto non è stata affatto rispettata: quasi sei ore di trasmissione, quasi un giorno intero! Ci auguriamo sia la prima e l’ultima volta. Finalmente, dopo una interminabile consegna di vari premi speciali (anche questi, oramai sono davvero troppi) si conosce il nome del vincitore.

Che sorpresa, vince Diodato con una canzone neomelodica, orecchiabile e ben interpretata. Un’ulteriore, chiara e lampante vittoria sul trap e sul rap. Leo Gassman e Diodato sanciscono un’ulteriore, chiara e lampante vittoria sul trap e sul rap: Sanremo è tornato a essere Sanremo.

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