SANTA CHIARA/ L’“eresia” di imitare Cristo in tutto

- Luigi Campagner

Santa Chiara d’Assisi (ricorre oggi) ebbe un confronto molto duro e complesso con il Papa, che esitava ad approvare la sua Regola. Perché?

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Santa Chiara di Assisi

Chiara d’Assisi fece testamento nell’anno 1253, aveva quasi sessant’anni. Quando una notte scappò dalla nobile casa degli Offreducci per unirsi – unica donna – a Francesco e ai primi compagni aveva solo diciassette anni. Non fu un colpo di testa, era un atto a lungo premeditato che le sarebbe potuto costare la vita: una giovane nobile era dopotutto proprietà della sua famiglia. Nel Testamento Chiara rende grazie per i benefici ricevuti, soprattutto per gli insegnamenti di Francesco, precisando di non riferirsi solo a quelli ricevuti “dopo la nostra conversione, ma fin da quando eravamo ancora nelle vanità del secolo”. Accogliendola nella fraternità – che da allora sarà maschile e femminile – Francesco le dà una forma vivendi: nella sostanza la stessa che aveva pensato per i primi compagni. Chiara la coltivò e promosse fino a divenirne consapevolmente l’erede più autentica.

Nel 1250 fissò una Regola, la prima in assoluto scritta da una donna. In attesa che fosse approvata affidò al Testamento, un testo breve, semplice e intenso il suo lascito spirituale e giuridico. L’agognata approvazione arrivò circa due anni dopo, il 9 agosto 1253, a soli due giorni dalla sua morte: Chiara la strinse a sé e la baciò come se si trattasse di una persona e simbolicamente lo era. Perché la sua regola concretizza l’amore per “Il Figlio di Dio (che) si è fatto nostra via” e l’amore per colui che “con la parola e con l’esempio ci indicò e insegnò” tale via: “il beato padre nostro Francesco”. La “Chiesa di Roma” esitava a concedere la Bolla, perché la “forma di vita” di Chiara e delle Sorelle povere di san Damiano (Damianite, solo più tardi Clarisse) si discostava vistosamente da quella predisposta da Innocenzo IV per i nuovi ordini femminili.

Gli otto secoli e mezzo che ci separano dagli eventi attutiscono, fin quasi ad annullarlo, il clamore di tali differenze, ma per i protagonisti esse erano assai significative, a tal punto che “l’ostinata Chiara” (C. Frugoni) ritenne di opporre più di un diniego al Pontefice, fino a piegarne la volontà, anche se solo a beneficio del convento di San Damiano.

Le sfasature tra le istanze di Chiara e quelle del papato riguardavano soprattutto due punti. Il primo era relativo al modo più elastico di intendere la clausura da parte di Chiara, grazie alla distinzione tra le sorores e le sorores extra monasterium servientes. Tale preziosa distinzione è stata accuratamente analizzata da Chiara Frugoni in Una solitudine abitata (Laterza). Nell’opera, rilevantissima anche per la storia dell’arte, l’autrice ipotizza una rotazione tra i due ruoli (interno ed esterno) sul modello della rotazione dei “frati madri” (operativi) e dei “frati figli” (contemplativi) prevista da Francesco per i primi compagni, nei periodi di ritiro contemplativo. La tesi della Frugoni è che quella di Chiara non fosse una regola claustrale. Nessun ritiro dal mondo è previsto perché per lei come per Francesco il chiostro e il mondo coincidono.

L’ altro punto di amorevole dissenso con il papato – in Chiara come in Francesco non c’è traccia di clericalismo, né della sua ombra (l’anticlericalismo) – riguarda “l’altissima povertà”.

Con il Testamento Chiara si era dunque portata avanti componendo un testo giuridico vincolante, perché tale è un testamento e tale era nella lucida consapevolezza di una delle donne più determinate, intraprendenti e di maggior prestigio della sua epoca e di quelle a venire. Nel suo lascito Chiara nomina Francesco venti volte, praticamente in ogni paragrafo, ribadendo il contenuto del Testamento che lo stesso Francesco aveva lasciato ai suoi fratres, ingiungendo loro di leggerlo sempre assieme alla Regola, di prenderlo alla lettera e di non sognarsi neppure di interpretarlo. 

In sintesi, i Testamenti di Chiara e Francesco si riassumono nel privilegio chiesto (e ottenuto) di adottare come forma di vita “l’altissima povertà”.  Ovvero la forma di vita più aristocratica e paradossalmente più ricca che un uomo innamorato della nobiltà come era stato Francesco e una giovanissima nobildonna del Trecento come Chiara potessero immaginare. L’“altissima povertà” è la forma di vita scelta da Cristo, sommo Re e Signore, che nulla possiede – neppure una pietra dove posare il capo – perché tutto possiede e su tutto ha signoria. La richiesta della “altissima povertà” che si concretizza con la rinuncia perpetua ad ogni possesso individuale e collettivo, era quella di un privilegio inaudito, immodesto, persino sfacciato, non già una mortificazione. Un ardimento che ancor meno sembrava potersi adattare a delle donne. Le riserve di Roma, oltre che su motivi di ordine pratico, poggiavano su un motivo teologico: l’ardimento, al limite dell’eresia, non solo di voler prendere a modello la vita di Cristo ma di farla propria, fino al raggiungimento di una perfetta imitazione.

Il nesso paradossale tra la povertà perfetta, liberamente scelta – da non confondere con la miseria e l’indigenza – e la ricchezza è la bussola della mente di Chiara come lo era di quella di Francesco. Nella seconda lettera alla principessa Agnese di Boemia (figlia del re di Boemia e promessa sposa dell’imperatore Federico II, la futura santa Agnese) Chiara scrive: “O povertà beata! A chi t’ama e t’abbraccia procuri ricchezze eterne”. La brama di un bene particolare si fa ostacolo al legittimo godimento di ogni bene che il Creatore mette a disposizione degli uomini. È il tema modernissimo dell’uso (sostenibile) distinto dalla proprietà, dal momento che sin dal diritto romano la cifra del possesso coincide con la facoltà del proprietario di distruggere il bene posseduto.

In merito al nesso povertà e ricchezza non è casuale che Francesco usi proprio il verbo bramare riferito all’“altissima povertà”: “questo voglio, questo chiedo questo bramo”. Ad essa egli si rapporta come alla maggiore delle ricchezze. Sul finire della sua vita Chiara ebbe “una stupefacente visione” che illustrò alle sorelle, le quali ne riferirono il contenuto – ricchissimo – al processo di canonizzazione (18 agosto 1253). Nel culmine della visione Chiara vede la propria immagine in uno specchio d’oro: attraverso il simbolo comprende di aver raggiunto uno stato di perfezione, che la sua “forma di vita” potrà essere assunta come modello dalle donne e dagli uomini del suo tempo e di quello a venire.

Siamo di fronte al pensiero di una donna riuscita, pienamente soddisfatta e convinta oltre ogni ragionevole dubbio del valore universale della propria “forma di vita”. Una ricchezza preziosa per tutti, ma in particolare per i “poveri” che la bramano.

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