SCENARI/ Nord Stream 2, il “tubo” che isola l’Italia e fa paura agli Usa

- Giuseppe Gagliano

La società Nord Stream 2 Ag chiede alla Corte Europea di annullare le misure discriminatorie a suo danno. Il punto sulla partita dei gasdotti

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Lavori per la posa del Nord Stream 2 (LaPresse)

La Russia, dopo aver posto a latere il progetto del gasdotto South Stream a causa del veto della Commissione europea, ha oramai rivolto la propria attenzione al gasdotto Nord Stream 2 che le consentirà di dare centralità alla sua proiezione di potenza economica in Europa. Questo gasdotto, che ha una capacità di di 55 miliardi di metri cubi all’anno, parte da Vyborg per raggiungere il terminale tedesco di Greifswald sul Baltico, aggirando i paesi di Visegrad e cioè Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria.

La genesi politico-economica di questo ambizioso progetto è da individuarsi nell’accordo del 2015 tra Gazprom e la tedesca Basf al quale si sono poi uniti l’austriaca Omv, la Royal Dutch Shell e infine la francese Engie. Naturalmente un progetto di tali dimensioni darebbe assoluta centralità a Gazprom e alla Germania, che avrebbero il monopolio a livello europeo del gas. In particolare il 50% del fabbisogno energetico della Germania viene coperto dalla Russia. Ma i legami tra Russia e Germania passano anche attraverso l’ex cancelliere tedesco Gerard Schroeder che è diventato prima consulente dei russi in Gazprom e poi è diventato presidente del consorzio Nord Stream.

Tuttavia anche Londra, a parte la Germania, avrebbe un vantaggio rilevante, poiché una parte di questo progetto prevede di far arrivare il gas russo direttamente in Gran Bretagna. Fra i principali oppositori al Nord Stream 2 vi sono Polonia, Slovacchia e Ucraina (e in seconda battuta Irlanda, Danimarca, Svezia, Lussemburgo, Croazia, Estonia, Lettonia e Lituania) che non solo sono politicamente e tradizionalmente anti-russi ma, se questo progetto venisse posto in essere, finirebbero per perdere sia centralità geopolitica sia ingenti guadagni.

Il nostro paese, nonostante ambiguità e incongruenze, ha cercato – inutilmente -di ritagliarsi uno spazio tra la Germania e la Russia sperando in questo modo di diventare una sorta di hub del Mediterraneo. Questa centralità italiana potrebbe arrivare invece dalla Trans-Adriatic Pipeline (Tap) che si estende per 870 km attraversando il confine greco-turco, la Grecia, l’Albania e il mare Adriatico. Si prevede che, a partire dal 2020, dovrebbe trasportare circa 10 miliardi di metri cubi annui di gas proveniente dal giacimento caspico di Shah Denise 2. Questa infrastruttura, sostenuta da Usa e Ue, non solo consentirebbe all’Europa di accedere direttamente al gas del Mar Caspio e a quello mediorientale, ma soprattutto consentirebbe all’Europa di non dipendere dalla Russia.

Ora, sebbene l’attuale governo abbia avallato questo progetto, da solo esso non sarà sufficiente a soddisfare tutte le nostre richieste energetiche. Infatti, a livello politico, il nostro paese sta di fatto assumendo una posizione ambigua nei confronti del progetto EastMed, gasdotto che si estenderà per 1.900 km e che, attraverso Creta e Grecia, giungerà fino ad Otranto passando per il gasdotto Poseidon (progettato dalla società greca Igi-Poseidon, composta a livello di partecipazione azionaria dalla francese Edison e dalla società greca Dapa), che consentirà di collegare le reti gas di Snam Italia, Grecia, Cipro, Israele e Turchia per portare nel nostro paese il gas del Mediterraneo orientale consentendo in tal modo di diversificare, seppure solo in parte, le rotte di approvvigionamento provenienti dalla Russia anche grazie al Turk Stream. Ciò consentirebbe anche di contenere la proiezione di potenza economica tedesca che si concretizza con Nord Stream 2.

Tuttavia, nonostante la centralità di questo progetto, nel Piano nazionale energia e clima del Mise si afferma che questo progetto, sostenuto esplicitamente da Stati Uniti, Israele, Grecia e Cipro, potrebbe non rappresentare una priorità. Se il nostro paese dovesse rinunciare o comunque ridimensionare il suo ruolo – anche alla luce delle affermazioni di Conte e del M5s nell’aprile del 2019 – la Serbia sarebbe ben disposta a sostituirla.

Allo stato attuale l’Italia rischia di dover pagare 500 milioni di euro in più nel 2019 e altrettanti nel 2020 per mancanza di una politica energetica lineare volta a soddisfare i propri interessi nazionali. Se poi Nord Stream 2 si realizzasse pienamente, il nostro paese dovrà pagare ancora di più.

E veniamo adesso all’Ue e ai motivi che hanno spinto in passato sia la Commissione europea che il Parlamento europeo ad opporsi al Nord Stream 2.

L’Unione Europea si era opposta a questo progetto perché la sua realizzazione avrebbe certamente consolidato il ruolo egemonico della Russia in materia di gas nel contesto europeo. Per ostacolare la sua realizzazione, sotto il profilo strettamente tecnico, la Commissione ha cercato di inquadrare questo progetto all’interno della normativa europea in materia di concorrenza che indubbiamente avrebbe ridimensionato in modo considerevole la capacità di portare gas in Europa da parte della Russia. Quanto al Parlamento europeo, esso si era apertamente pronunciato a favore dell’abbandono del progetto.

Ma ecco che arriva la svolta nel febbraio del 2019, quando è stato trovato un accordo, dopo un lungo e travagliato negoziato politico-diplomatico, grazie al quale il Consiglio, il Parlamento e la Commissione europea hanno de facto legittimato la costruzione del Nord Stream 2.

Tuttavia, a luglio, ecco il colpo di scena. La Commissione europea, dietro pressione della Polonia e degli Stati baltici, ha presentato una serie di emendamenti che pare siano stati formulati per fermare il Nord Stream 2.

Nello specifico Nord Stream 2 ha chiesto l’annullamento della direttiva dell’Unione Europea 2019/692 che modifica la direttiva Ue sul gas a causa di una violazione dei principi del diritto dell’Ue in materia di parità di trattamento e proporzionalità. Ciò porterebbe all’annullamento della direttiva (Ue) 2019/692 poiché l’emendamento è stato chiaramente progettato e adottato allo scopo di svantaggiare e scoraggiare il gasdotto Nord Stream 2.

La Commissione europea avrebbe creato insomma una “legislazione discriminatoria” che riguarda non solo gli interessi di Nord Stream 2 e del suo azionista Gazprom, ma anche i progetti dei suoi investitori dell’Europa occidentale. Il conflitto politico e giuridico per essere superato ha condotto all’arbitrato internazionale e quindi alla Corte di giustizia europea, unica via per uscire dall’impasse, che vede contrapposti da un lato l’Ue e dall’altra parte la russa Gazprom, la francese Engie, l’anglo-olandese British-Dutchhell e le tedesche Wintershall e Uniper. L’arbitrato infatti rappresenta l’unica via giuridica soprattutto per evitare una sanzione verso Nord Stream 2 che potrebbe arrivare sino a 11 miliardi di euro nonostante il fatto che siano stati posizionati, ai fini della realizzazione di Nord Stream 2, fino a questo momento sul fondale del Mar Baltico 1500 chilometri di tubi del gasdotto e cioè circa il 61,2% della sua lunghezza totale.

Per quanto riguarda gli Usa la loro contrarietà al raddoppio del Nord Stream 2 dipende dal fatto un’alleanza tra la Russia e la Germania sul fronte energetico viene interpretata come una vera e propria minaccia geopolitica, una minaccia in grado cioè di ridimensionare in modo considerevole le loro esportazione di gas in Europa. Proprio recentemente il segretario all’Energia Rick Perry ha ribadito la contrarietà alla realizzazione del nuovo gasdotto Nord Stream 2, contrarietà che dipende dal fatto che undici paesi europei dipendono per il 75% del loro approvvigionamento energetico dal gas russo. Lo stesso presidente Donald Trump ha attaccato la Germania proprio sul Nord Stream 2 al vertice Nato di luglio 2018 a Bruxelles.

Vediamo adesso di giungere ad alcune conclusioni. In primo luogo è difficile non osservare come ancora una volta l’Italia rischia di avere un ruolo assolutamente marginale, nonostante la sua centralità all’interno del Mediterraneo nella fondamentale partita che si sta giocando sul gas e nonostante il ruolo rilevante che Eni ha giocato, e gioca, nel contesto della politica energetica italiana.

In secondo luogo, questa complessa vicenda dimostra, ancora una volta, il ruolo che le materie prime hanno avuto nell’influenzare l’intera storia umana e come continuino ad avere un ruolo centrale negli equilibri dell’economia mondiale. In passato era il pepe, oggi è l’energia, in futuro saranno forse il coltan, il litio, il germanio, il tulio e altri metalli. Insomma, le materie prime hanno causato guerre, portato la pace, stimolato spedizioni in terre sconosciute, dato vita a incredibili operazione di spionaggio ma soprattutto stabilito nuovi equilibri tra i paesi e gli uomini.

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