SCENARI/ Post Brexit: la strategia di Londra per rimanere a capo del suo impero

- Leonardo Tirabassi

Dopo aver ottenuto l’uscita del Regno Unito dall’Europa, Boris Johnson programma il futuro del paese in un mondo globalizzato

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LaPresse

Definire una strategia geopolitica per un media potenza, non è cosa da poco. Non lo è nemmeno per la Gran Bretagna, specialmente dopo la Brexit. Ma gli eredi di quello che fu uno dei più duraturi e grandi imperi a livello globale non si sottraggono al compito. Global Britain in a competitive age. The Integrated Review of Security, Defence, Development and Foreign Policy è il documento presentato da Boris Johnson al Parlamento inglese a marzo che delinea la visione, gli interessi e gli strumenti del Regno Unito per il prossimo decennio.

Per noi italiani questo documento è di estremo interesse per molte ragioni. Perché l’Uk sta in Europa ma non nell’Unione Europea; perché ha da sempre una relazione speciale con gli Stati Uniti, ma ha relazioni militari strettissime anche con la Francia dal 1995, si vedano i trattati di Lancaster House (2010) che stabiliscono tra l’altro la Forza Comune di Reazione Rapida.

Perché la Gran Bretagna è un paese membro fondante della Nato – tra l’altro è il secondo paese ed il primo in Europa a mantenere il suo contributo sopra la soglia del 2% del prodotto interno lordo. È uno dei cinque membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed è dotata di armi nucleari. Ha una visione globale delle sfide che gli deriva dal ruolo avuto nel passato e che ha forgiato un modo di pensare, delle relazioni e degli interessi unici – il Commonwealth ancora esiste – e infatti intrattiene con i paesi anglosassoni alleanze uniche, ad esempio il così detto Five eyes, club di intelligence tra Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti.

Tutti fattori che fanno della Gran Bretagna un “European country with global interests”. Ma allo stesso tempo si trova a fronteggiare sfide e problemi globali di enorme portata con mezzi e risorse assolutamente impari che costringono Londra, come perfino gli Usa, a scelte oculate.

La prima cosa che balza agli occhi ad una prima lettura della Integrated Review sono le orgogliose parole del primo ministro Boris Johnson nella presentazione. La Gran Bretagna è forte, lo sono i suoi cittadini e il suo Stato, basta guardare come ha affrontato l’emergenza Covid, la più grande sfida globale dopo la Seconda guerra mondiale. E questo grazie appunto alle qualità morali dell’intera nazione e della sua classe dirigente, che le hanno permesso di fronteggiare la crisi con “agilità e velocità d’azione” come pochi altri paesi hanno fatto.

È a partire da questa potente sicurezza che Londra vuole difendere i suoi interessi strategici nel mondo. Il primo compito, come ovvio per qualsiasi Stato sovrano, risiede nella protezione dei propri cittadini. Da qui deriva la lotta al terrorismo nelle sue varie forme a partire da Daesh. In secondo luogo, ma è il vero primo punto, la Gran Bretagna vuole consolidare il suo status di “super potenza tecnologica e scientifica” e “confermare il ruolo di fornitore globale di servizi digitali e data hub” per il mondo.

Ora questi obiettivi vanno perseguiti in un “ambiente mondiale fluido” per non dire caotico, anarchico, attraversato da quattro grandi trasformazioni. Uno spostamento d’asse geopolitico ed economico dall’Atlantico all’Indo-Pacifico; una competizione sistemica tra Stati, tra democrazie e regimi autoritari; un rapido cambiamento tecnologico; e da sfide transnazionali quali cambiamenti climatici e terrorismo, compresi attentati alla biosicurezza. Ed il Regno Unito vi si deve “adattare”, “rinforzando le parti dell’architettura globale sotto minaccia” e contribuendo a disegnare “l’ordine internazionale del futuro”, perché è evidente la precarietà dello status attuale. Per questo la Gran Bretagna si deve muovere in sicurezza, indipendenza – di nuovo l’elogio della Brexit –, velocità ma assieme agli alleati e ai paesi che condividono gli stessi interessi e valori.

Ora per capire bene il punto di vista di Londra bisogna considerare che le maggiori sfide alla sicurezza globale prevengono principalmente da tre fonti, in aeree geografiche diverse ed ogni minaccia portata è avanti con strategie diverse. Con un dato centrale: nessun attore vuole sfidare e confrontarsi direttamente sul piano militare con gli Stati Uniti ed i suoi alleati. Quindi ovviamente tutte le armi impiegate saranno ricercate negli strumenti sotto soglia, per così dire, magari impiegando anche la forza ed in modo duro ma appunto scegliendo con cura gli avversari.

In primo luogo, vero e unico competitore globale, la Cina che si muove in un’area geografica di rilevante interesse per il Regno Unito, tra l’Oceano Indiano ed il Pacifico. Cina che cerca un posto da super potenza attraverso una strategia complessa, durissima, quando può, nel suo cortile, ma con una strategia d’attacco che privilegia nei confronti dell’occidente il piano della competizione economica, usata per mire espansionistiche senza risparmio di colpi.

Al secondo posto viene la Russia di Putin, che adotta una linea di condotta ben diversa, stante anche la sua debolezza economica, attraverso l’uso sapiente, ereditato dalla tradizione comunista dell’Urss, della “zona grigia”, attraverso disinformazione, sedizione, omicidi mirati, mercenari, pressione coercitiva anche militare nei confronti dei nemici. Qui il caso Ucraina docet. Russia che rimane insomma “la più acuta minaccia al Regno Unito” in Europa, quindi non a livello globale.

Poi vi è l’Iran che si vuole dotare di armi nucleari, con il suo sogno di edificare la mezzaluna sciita, di assumere un ruolo di potenza regionale in una delle aree più caotiche del mondo anche a causa degli errori degli occidentali. E che si muove con una rete di alleanze che le permettono di minacciare Israele per “procura”.

E allora la Gran Bretagna per continuare ad essere la quinta potenza del mondo, quali strumenti deve utilizzare? Quale combinazione di soft power e forza deve usare? Perché purtroppo nel mondo una cosa è certa. Che impalpabile è il consenso, il patrimonio di autorevolezza, mentre su ben diversa consistenza si basano la deterrenza, la coercizione, e la dissuasione. E poi sempre scarse sono le risorse.

Londra però sa bene qual è la sua posizione nel mondo, lo affermò con lucidità e senza mezze parole nel gennaio del 2017 Theresa May in un discorso al congresso del Partito repubblicano a Washington dove si congratulò per la vittoria di Trump, presidente non scelto nei “corridoi della capitale”. Rinforzo del rapporto speciale con gli Stati Uniti sopratutto dopo la Brexit, lotta al terrorismo – in quel momento l’Isis –, difesa degli alleati orientali della Nato, difesa di Israele, mantenimento della libertà di commercio mondiale, e quindi dei mari. Se fin qui, si poteva immaginare il contenuto, ecco le conclusioni non scontate. “Non bisogna ritornare alle fallite politiche del passato. Sono finiti i giorni in cui la Gran Bretagna e l’America intervenivano in Stati sovrani in un tentativo di rifare il mondo a loro immagine e somiglianza”. Quindi mai più interventi in Iraq, mai più sogni neo-imperiali, di impronta neocon, di esportazione della democrazia. Londra non è più disponibile ad impegni gravosi e, ai suoi occhi, inutili. La partita globale non si gioca in Medio oriente.

In un mondo dove regna il disordine e le sfide sono di diversa natura e provenienza, la sicurezza è un concetto che va affrontato complessivamente, “mettendo assieme difesa, diplomazia, sviluppo, intelligence, commercio e aspetti della politica interna” attraverso un’ azione multilaterale in cui al centro rimangono gli Stati Uniti e la Nato. Per questo Londra ha ancora bisogno del deterrente nucleare e delle sue basi e infrastrutture all’estero da Cipro, a Gibilterra, alla Germania; dall’Oman a Singapore passando dal Kenya. Perché, anche se l’impero vittoriano non c’è più, il mondo è sempre più piccolo e i confini della Gran Bretagna sono ancora lontani, dall’Europa all’Atlantico, dal Mediterraneo all’Oceano Indiano fino al Pacifico. 

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