SCENARIO COVID/ Stop all’emergenza: meglio un raffreddore che la depressione

- Luigi Fabbris

Questa asfissiante emergenza Covid non è più garanzia di benessere, anzi sta diventando un rischio di guai ancora più grossi di quelli vissuti in questi due anni

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La malattia che per due anni abbiamo chiamato Covid sta per “normalizzarsi”, ossia sta per diventare endemica e le inevitabili fiammate infettive future saranno determinate dalle variazioni climatiche. Il virus non sparirà, ma inciderà meno sulla nostra salute e, grazie ai vaccini e alla prudenza delle persone, dovrebbe generare fiammate infettive circoscritte e di impatto sanitario contenuto.

I dati della Johns Hopkins University mostrano senza dubbio che i contagi si stanno progressivamente smorzando (Figura 1) e che, parallelamente, cala la mortalità (Figura 2). Si vede che le due curve non sono mai andate a zero, né è immaginabile che ci vadano mai, allo stesso modo in cui nel passato non si sono mai azzerate durante l’inverno le infezioni polmonari e la mortalità per polmonite causate dai vari altri virus che chiamiamo di solito “influenza stagionale”.

Figura 1. Casi di infezione da Coronavirus in Italia (fonte: John Hopkins University)

Figura 2. Morti per Covid in Italia (fonte: John Hopkins University)

L’analisi dei dati storici dell’epidemia indica, da una parte, che i casi di infezione sono molto più numerosi di quelli rilevati dal sistema di rilevazione, detto contact-tracing, del Ministero della Salute e, d’altra parte, che la mortalità attribuita dalle statistiche ministeriali al coronavirus è esagerata. L’una e l’altra indicazione convergono nell’indurci ad affermare che l’emergenza è finita. Spieghiamo queste affermazioni che potrebbero sembrare strane.

In Italia, dal marzo 2020 ad oggi, i contagi (si potrebbe dire i tamponi positivi) da Covid sono stati oltre 16 milioni. Non sappiamo quanti siano i contagiati, perché una stessa persona può essere stata contagiata più volte, e questo ridurrebbe i contagiati ben sotto i 16 milioni. Tuttavia, il sistema ministeriale è un colabrodo che rileva solo una parte (tra un quarto e metà) dei contagi esistenti. Confrontando la curva di contagio con quella di mortalità, si nota che, nella prima fase della pandemia, nella più favorevole delle ipotesi, è stato rintracciato meno di un contagio ogni quattro. Così è stato per tutto il 2020 e durante i primi mesi del 2021. In sintesi, svariati milioni di italiani, forse tutti, sono entrati in qualche misura a contatto con il virus durante la pandemia.

Di questi, solo una minima parte si è ammalata tanto gravemente da essere ricoverata in un reparto Covid e, di questi, una piccola frazione è deceduta. Il tasso di mortalità è di circa 1 decesso ogni 100 contagi ufficiali. Siccome i contagi reali, come abbiamo spiegato sopra, sono molti di più, il rischio di morte per un contagiato da Covid è nettamente inferiore all’1%.

Inoltre, lo stesso Istituto Superiore di Sanità precisa che l’analisi delle schede di morte mostra che solo il 2% dei morti di Covid non aveva altre malattie croniche, mentre il 9,8% ne aveva un’altra, il 17,1% ne aveva altre due e ben il 71,1% aveva almeno altre tre malattie croniche conclamate. Insomma, per il 98% di queste morti il Covid è stato una concausa, non la causa.

In assenza di studi ad hoc, possiamo solo fare congetture su quante morti siano attribuibili specificamente a questa malattia. Per esempio, se si escludono dal conto i morti che avevano almeno altre tre malattie croniche oltre al Covid, si può affermare che i morti causati prevalentemente dal Covid sono meno del 30%, anzi il 28,9% del totale con Covid. Se questo è vero, dei 160mila morti in due anni di Covid, quelli da Covid sono poco più di 42mila.

Le statistiche dell’Istat mostrano che, in questi due anni di pandemia, è scomparsa la mortalità per polmonite da influenza stagionale che, invece, prima della pandemia, causava oltre 18mila morti l’anno. Alcuni affermano che la scomparsa dell’influenza invernale è un merito delle mascherine che hanno quasi annullato i contagi dal virus H1N1 e da altri virus che causano la polmonite. Se questo fosse vero, resta da capire perché, portando la mascherina, ci si contagia solo di coronavirus e non di altri tremendi virus. Comunque sia, è verosimile che una parte non trascurabile di polmoniti sia stata attribuita durante la pandemia al coronavirus, pur essendo questo solo uno degli agenti infettanti.

Un terzo elemento da considerare è il vaccino. Ce ne sono in circolazione diversi, di diversa fattura e diversa efficacia. Tutti, dopo un numero limitato di mesi (al massimo quattro ma spesso due, secondo gli scienziati), perdono gran parte dell’efficacia protettiva sia contro il rischio di contagio che contro il rischio di letali conseguenze in caso di contagio. Su una cosa gli scienziati sono d’accordo: le cellule B e T, che sono quelle che ci proteggono dal rischio di gravi conseguenze dell’infezione, sono efficaci più a lungo qualora si siano sviluppate naturalmente, vale a dire come reazione al contagio, piuttosto che create artificialmente da un vaccino.

Che cosa conviene fare allora? Con la scienza di oggi, chi sa di essere stato contagiato, sa anche di aver sviluppato proprie cellule protettive. Non sa quanto durano, né se sono sufficienti in caso di forte aggressione virale. Non lo sanno neppure i sanitari: è uno dei tanti misteri di questa pandemia. Tuttavia, siccome quelle naturali sono più resistenti e copiose di quelle generate dai vaccini, chi è stato contagiato tenderà a rifiutare ulteriori dosi di vaccino, almeno finché non si troverà un vaccino la cui efficacia duri almeno quanto le difese naturalmente generate.

Invece, come si deve atteggiare chi non sa di preciso se è stato contagiato? Questa è una domanda non banale, perché riguarda la grande massa degli italiani. Potremmo scherzare dicendo che se uno fosse sicuro di avere i modesti sintomi che la grande maggioranza dei positivi al Covid ha, ossia un raffreddore o una lieve influenza, andrebbe subito a bere un bicchiere assieme ad uno che ha già avuto un Covid blando al fine di immunizzarsi naturalmente. Oppure, più razionalmente, vivrebbe in modo più libero da costrizioni, tanto sa che un eventuale contagio non gli/le causerebbe danni irreparabili.

In definitiva, conviene aspettare un vaccino specifico per la generazione di cellule protettive contro i danni gravi di un eventuale contagio e, nel frattempo, conviene eliminare tutte o quasi le restrizioni alla libera circolazione delle persone. Con tutte le prudenze del caso: chi sta male per altre gravi malattie si deve proteggere anche dal coronavirus, perché potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso. Conviene altresì che se si va in ospedale, che si è dimostrato essere un epicentro d’infezione, o in altri luoghi in cui la carica virale è elevata, ci si protegga adeguatamente dal rischio di contagio.

Però, nella stragrande maggioranza dei casi, conviene vivere normalmente. Tra l’altro, tra poco farà caldo e il virus ci lascerà in pace. Le due curve dei contagi e delle morti nelle due figure prodotte sono quasi a zero durante le estati del 2020 e del 2021: verosimilmente, sarà così anche nell’estate che sta per arrivare.

Ritornando alla normalità dei comportamenti, ritroveremo anche condizioni psicologiche più favorevoli. In questi due anni, i casi di depressione sono enormemente aumentati a causa del prolungarsi della pandemia. La fiducia nel futuro dei giovani, di chi non ha famiglia ma anche di molte famiglie in difficoltà, dei lavoratori autonomi e di molte imprese è a livelli patologici. Ogni giorno che passa, altri giovani cadono in depressione, altre famiglie si rivolgono alla Caritas per un pasto caldo, altre imprese chiudono. Non che prima della pandemia fossero rose e fiori, ma oggi è molto peggio. C’è un grande bisogno di futuro, di nuove strategie, di vivere invece che sopravvivere. C’è nell’aria l’attesa di una decisa sterzata.

Su molti aspetti la pandemia ha fatto maturare nuove consapevolezze, in modo particolare sulla tutela dell’ambiente e su un più sobrio e sociale stile di vita. Quindi, il futuro si sta preannunciando, almeno in parte, diverso dal passato pre-pandemico. Inoltre, va riattivata l’economia, la voglia di consumare e di investire, la vita di relazione, anche lo svago, e ciò richiede energia, anche finanziaria. Energia che la gente metterà in circolo solo se avrà speranza in un domani migliore. Lo stesso tipo di speranza determinò la grande ripresa economica e sociale degli anni Cinquanta del secolo scorso, spazzando via le macerie della Seconda guerra mondiale.

In questa situazione, le distonie più acute sono quelle del ministro Speranza e della fantomatica Fondazione Gimbe. Il ministro continua a dire che è necessario essere prudenti e che il virus c’è ancora, come se fosse una novità. Anche se esagera sistematicamente, il ministro sembra convinto che è così che deve fare il primo guardiano della salute degli italiani. Siano dunque altri, i decisori capaci di ponderare più dimensioni, a correggere le esasperazioni unidirezionali.

D’altronde, l’igiene e la prudenza nei contatti umani e nei veicoli di possibile contagio gli italiani le stanno praticando almeno da quando la pandemia le ha imposte. Da un’indagine da noi condotta nella seconda metà del 2021 è emerso che tre italiani su quattro indosseranno la mascherina in pubblico se avranno un raffreddore o l’influenza, anche se non sarà obbligatorio. Sembra cambiato il mondo da quando guardavamo con stupore divertito gli orientali che la indossavano per un semplice raffreddore.

Quella che è del tutto fuori squadra è la Fondazione Gimbe. Ora che è stato finalmente chiuso l’inutile Comitato tecnico-scientifico, la Fondazione ha preso il testimone nella diffusione di commenti senza senso. Ha impiegato più di un anno ad accorgersi che era sbagliato confrontare dati giornalieri sul virus con quelli del giorno prima e che aveva senso compiuto solo confrontare dati che fossero, come minimo, settimanali, considerato che il sistema di contact-tracing va in vacanza ad ogni fine settimana e invia al centro i dati sui contagi e sulle morti a partire dal lunedì, e talvolta anche dal martedì, della settimana dopo. Ora, è successo che, nella settimana finita con domenica 24 aprile, durante la quale non si verificò il calo graduale nei contagi che durava da un mese, ha messo in allarme il mondo della comunicazione strillando che stava ripartendo l’epidemia. Ripartenza che non c’era nei fatti. Infatti, si è trattato di un dato anomalo subito smentito dai numeri in deciso calo a partire dal 25 aprile.

I dati bisogna saperli leggere, non basta saper fare le somme e le divisioni per sentirsi legittimati a trasformare i numeri in informazioni. Per farlo, bisogna conoscere per dritto e per rovescio il fenomeno in esame. E bisogna saper osservare le tendenze di medio periodo. Se si grida “al lupo!” conviene che ci sia il lupo, altrimenti al prossimo allarme la gente non si allarmerà anche se c’è il lupo. Non si è senza colpa se, a causa delle ombre sullo sfondo, si scambia un gattino per un lupo.

Concludendo: poiché stiamo andando verso l’estate, cominciamo a comportarci in modo proattivo, ignorando i profeti di sventura che ci vorrebbero isolati a vita, improduttivi, in attesa della manna dal cielo e mantenuti da uno Stato che si è già indebitato per chissà quanti anni a venire. In sintesi, riprendiamoci il futuro. Chiudiamo prima possibile questa asfissiante emergenza. Non è più una garanzia di benessere. Lo è stata, ma sta diventando un rischio di guai ancora più grossi di quelli vissuti in questi due anni. Meglio affrontare un raffreddore o un’influenza passeggera che una duratura depressione.

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