SCENARIO/ Debito alle stelle e fase 2 carente: Conte nel mirino di Pd e Renzi

- int. Guido Gentili

Con un debito che salirà oltre il 155% e una fase 2 carica di incertezze tornano le tensioni nella maggioranza. Pd e Renzi “commissariano” Conte

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Matteo Renzi. Sullo sfondo, Giuseppe Conte (LaPresse)

Debito pubblico più alto dalla fine della Prima guerra mondiale, piani di rientro ancora tutti da scrivere, misure per le imprese senza un quadro organico, fase 2 dopo il lockdown carica più di incertezze che di certezze e fibrillazioni nella maggioranza giallo-rossa che tornano a galla. Di fronte a questo scenario fosco, secondo Guido Gentili, editorialista del Sole 24 Ore, “non si può essere tranquilli”, perché non solo “si pensa di contrastare una crescita del debito molto robusta con intenzioni generiche”, ma anche perché “una svolta vera ancora non si vede e tante misure andrebbero corrette”. E da un punto di vista più prettamente politico, l’insofferenza di Pd e Italia Viva nei confronti del protagonismo di Conte “è anche un modo per testare i rapporti di forza all’interno della maggioranza giallo-rossa, in vista magari di sbocchi diversi”.

Il debito pubblico arriverà al 155,7%, secondo l’Istat un livello mai visto se non dopo la Grande guerra, e il deficit supererà il 10%. Numeri da paura, quelli previsti nel Def del governo, di fronte ai quali il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha promesso “6 miliardi di investimenti all’anno fino al 2031”. Basteranno?

E’ vero, questi numeri fanno paura, ma sono gli stessi previsti dalla Commissione europea o dal Fondo monetario internazionale. E vorrei ricordare che nel Def si delineano indicazioni per il percorso di rientro del debito che non lasciano del tutto tranquilli.

Perché?

Si parla di revisione organica della spesa pubblica, di cui abbiamo sentito parlare per la prima volta nell’ormai lontano 1971, quando è nata la prima Commissione per la spesa pubblica, si parla di lotta all’evasione, tema assai ricorrente, si parla di un fisco orientato all’equità, ma senza alcun cenno a una riduzione delle tasse. Insomma, un percorso di rientro decennale all’insegna di annose promesse rimaste lettera morta. E tutto ciò preoccupa, proprio perché si pensa di contrastare una crescita del debito molto robusta con intenzioni generiche. Alla luce soprattutto del fatto che nel Def si dice esplicitamente che la credibilità è decisiva per evitare al paese cadute onerose sui mercati. Ma la credibilità va conquistata, non basta parlare di sussidi, prestiti e liquidità. E far slittare di un mese il Piano nazionale di riforma non aiuta di certo.

A proposito di aiuti all’economia, il governo sta lavorando al decreto aprile da 25 miliardi. Si parla di rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, sussidi alle famiglie in difficoltà, bonus agli autonomi automatici ad aprile e selettivi a maggio. Che idea si è fatto di questo decreto? Corregge i difetti dei provvedimenti precedenti e viene davvero incontro al grido di dolore di imprese e professionisti?

Ho la sensazione che ancora non si intravede una svolta vera. Tante misure andrebbero corrette. Penso, per esempio, alla compensazione dei 30 miliardi di debiti che la Pa ha nei confronti delle imprese: in campo sono stati messi 12 miliardi, ma senza operare alcuna compensazione fiscale semplice, diretta e immediata. Le imprese chiedono liquidità, ma non possono indebitarsi con tempi poi ristretti per restituire questo debito, e hanno bisogno di risorse a fondo perduto. Siamo davanti a un puzzle di interventi senza un disegno organico e con una ridda di provvedimenti sganciati fra loro.

Per esempio?

Sono stati destinati 5 milioni per finanziare progetti di servizio civile a favore di bambini e anziani. Cinque milioni sono meglio che niente, ma sono certamente pochissima cosa su un terreno che presenta bisogni enormi, soprattutto nel momento in cui ci si appresta ad affrontare la fase 2. Avevamo bisogno di certezze, abbiamo invece alimentato molti dubbi.

Alle imprese intanto è stato detto: via libera alle riaperture, anche se scaglionate e graduali. Ma quali nodi occorre sciogliere per far sì che l’economia possa davvero ripartire dopo 50 giorni di lockdown?

Premesso che pre-condizione assolutamente necessaria deve essere la garanzia che si torni al lavoro rispettando la massima sicurezza possibile, di per sé questione non banale né secondaria, servirebbero un orizzonte chiaro di medio-periodo e una serie di certezze per le imprese, che si traducano in indicazioni semplici ed efficaci, come la già accennata possibilità di compensare i debiti fiscali. E poi, va evitata la sovietizzazione dell’economia: mi preoccupa molto il dibattito su ruolo del pubblico per indirizzare investimenti e compiti delle imprese. Lo Stato faccia il regolatore e si preoccupi piuttosto di creare un habitat, fiscale e normativo, favorevole all’attività d’impresa.

Senza i soldi dell’Europa l’Italia ha un po’ le mani legate?

Senza l’Europa l’Italia non è in grado di affrontare l’uscita da questa emergenza coronavirus. Basti ricordare, per inciso, che senza il contributo della Bce, che non è cosa diversa dalla Ue, anche se a volte si tende quasi a metterle in contrapposizione, saremmo già a gambe all’aria.

E il Mes?

E’ vero che non ne conosciamo ancora i dettagli in fatto di modalità, tempistica e qualità delle condizioni, ma sono 36 i miliardi che il Mes può mettere a disposizione dell’Italia per sostenere i costi sanitari diretti e indiretti. Sarebbe un delitto non accedervi, tanto più se non dovessero essere previste condizionalità e tanto più alla luce di quello che ieri ha ricordato l’Istat: in Italia nel 2019 la spesa sanitaria, pari solo al 22,7% della spesa per la protezione sociale a fronte di una media europea del 29,5%, è ai minimi dagli anni Novanta.

La fase 2 è una ripartenza lenta o una falsa ripartenza? Abbiamo forse sprecato il tempo del lockdown per prepararla?

Non tutto, ma una buona parte del tempo del lockdown è stato sprecato nella progettazione di una fase che sarebbe meglio chiamare 1,5. E’ una riapertura caratterizzata da molte incertezze, carenze e colli di bottiglia lessicali, che fanno molto male.

Ne può citare qualcuno?

Per esempio, nella sua visita a Milano il premier Conte ha parlato di migliaia di persone bloccate in casa ma contagiate. Ebbene, che cosa si farà per loro? Che cosa succede ai bambini che dal prossimo 4 maggio, con le scuole ancora chiuse, vedranno uno o entrambi i genitori riprendere il lavoro? Che cosa si deciderà sui tracciamenti, considerati la panacea di tutti i problemi legati alla diffusione dell’epidemia, ma che a tutt’oggi presentano complessità, incognite e dubbi sui quali hanno acceso i riflettori sia i servizi segreti che il Copasir?

Ieri è stata completata in tempi record la ricostruzione del ponte di Genova. Visto che la burocratizzazione sembra caratterizzare anche la fase 2, il modello della procedura d’urgenza anti-burocrazia può essere utile per affrontare la ripartenza?

L’esperimento di Genova ha dato ottimi risultati e insegna tanto, ma ciò non deve assolutamente significare un “tana liberi tutti”. Il modello Genova è stato applicato in un caso specifico, circoscritto e controllato, non possiamo correre il rischio che esteso su vasta scala possa farci cadere nell’estremo opposto.

Per il Pd il Dpcm sulla fase 2 è lacunoso e confuso, per Italia Viva è uno “scandalo istituzionale”. Tornano a galla le fibrillazioni all’interno della maggioranza?

Le fibrillazioni si erano assopite all’inizio dell’emergenza coronavirus – e poco prima eravamo nel pieno della verifica di governo – così come nella fase più acuta del lockdown sono state cauterizzate. Adesso, in coincidenza non casuale con la ripartenza della fase 2, le tensioni tornano di nuovo in pista in maniera netta, come a fine 2019-gennaio 2020, tanto che il partito di Renzi solleva addirittura una questione di costituzionalità e di violazione di diritti e di libertà, mentre il Pd, più sotto traccia ma con forza, palesa una certa insofferenza verso l’eccessivo protagonismo del presidente del Consiglio e il suo filo diretto con il M5s.

Renzi chiede di trasformare il Dpcm in decreto, così da poterlo portare all’esame della discussione del Parlamento. E’ solo un altolà alla pratica dei Dpcm o il primo passo verso un “commissariamento” di Conte e della sua sovra-esposizione istituzionale?

E’ un po’ tutto questo. Da un lato, c’è l’oggettiva esigenza di passare dai Dpcm, incardinati sulla figura del presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, a uno strumento legislativo, il decreto, che presuppone un maggior coinvolgimento del Parlamento. Dall’altro, in un non detto che sta dietro la posizione di Renzi, è un modo per tenere l’operato del premier sotto controllo come confronto fra le forze politiche, mentre finora era frutto del confronto fra presidenza del Consiglio, un ristretto numero di ministri e il Comitato tecnico scientifico. Infine, è anche un modo per testare i rapporti di forza all’interno della maggioranza giallo-rossa, in vista magari di sbocchi diversi.

A tal proposito, Berlusconi a Radio 24 è tornato a parlare dell’ipotesi Draghi, anche se al momento non praticabile. Ma, secondo lei, è già all’opera un fronte impegnato a delineare un dopo-Conte?

Dopo la famosa intervista di Draghi al Financial Times a marzo, era subito scattato il dibattito sul suo possibile richiamo o ritorno in Italia per guidare un governo di salute pubblica. Poi l’evolvere dell’emergenza ha un po’ sterilizzato questa ipotesi, ma oggi torna alla ribalta, anche se in pista ci sono anche altri nomi, come Colao o Letta. Berlusconi ha ragione quando dice che adesso non ci sono le condizioni, ma certo ci sono le condizioni per tastare le posizioni delle forze in campo e per vedere se dal punto di vista parlamentare può esserci uno sbocco diverso dal Conte-2.

(Marco Biscella)



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