SCENARIO DRAGHI/ Il nuovo Merkel (senza partiti) “votato” da mercati e Confindustria

- int. Mario Sechi

Draghi raccoglie la standing ovation di Confindustria e consacra il suo ruolo forte sui partiti. Lega e Pd? Sono nella condizione del “prigioniero libero”

piero ignazi draghi
Mario Draghi (LaPresse)

Mario Draghi, all’assemblea di Confindustria, ha ricevuto “un’investitura piena, totale, plateale”, come la definisce Mario Sechi, direttore dell’agenzia Agi e titolare di List, tale da consacrare il premier come “centro del sistema”, anche perché i partiti non riescono a esprimere leadership in grado di guidare il paese. Il problema è che non esiste un partito di Draghi, in grado di esprimerne “istanze, pensiero e pilastri”. Ciononostante non può temere cadute come avvenuto per il Conte 2, perché, da un lato, Draghi “gode di un consenso altissimo, è forte di suo ed è l’assicurazione per i mercati finanziari che l’Italia verrà condotta oggi e domani bene”; dall’altro, Salvini, “draghista tentennante”, e Letta, “draghista per convenienza e non per convinzione”, sono nella “meravigliosa e terrificante condizione del prigioniero libero: sono liberi di dire tutto quello che vogliono, ma prigionieri dell’alleanza. Nessuno dei due può rompere”. Così, alla fine, chiosa Sechi, “tutto si annulla di fronte alla figura di Draghi, che sovrasta tutti, tanto da poter dire tranquillamente ogni volta che il governo va avanti”.

Draghi ha chiesto un Patto per l’Italia, gli industriali gli hanno tributato una standing ovation, “schierandosi” apertamente per la sua riconferma a Palazzo Chigi. Che valenza politica ha tutto questo?

È la conferma di un fatto evidente: Draghi è il centro del sistema. Ci ha messo pochi mesi a diventarlo e senza di lui non ci sarebbe una direzione, un equilibrio politico. Questo è il dato primario.

Lo è diventato per meriti suoi?

Ovviamente sì, ma anche per le carenze del sistema. I partiti esprimono leader riconoscibili ma non riconosciuti, personalità che possano guidare l’Italia. E quindi a guidarla è Draghi. E aggiungo: per fortuna.

Perché per fortuna?

Proviamo a immaginare chi potrebbe mai guidare l’Italia in un simile scenario e con i soldi del Recovery Plan in arrivo… Nessuno. Draghi raccoglie il tributo dei ceti produttivi, in particolare di quel 30% di imprese esportatrici che sono una parte fondamentale del paese. Ma in questo tributo c’è paradossalmente qualcosa che manca.

Che cosa?

Il partito di Draghi. Certo, non lo farà mai, non è quello il suo progetto, Draghi è un uomo che sta sopra i partiti. Ma quando una leadership viene così investita per l’oggi e per il domani, non si può non rilevare il fatto che c’è un leader senza partito, un movimento che ne rappresenti le istanze, il pensiero, i pilastri. Draghi ha però il paese, perché gode di un consenso altissimo, e non solo fra gli industriali.

Essendo alla guida di un governo di unità nazionale molto frastagliato e non avendo un partito alle spalle, anche Draghi potrebbe cadere come è successo a Conte?

No, non c’è paragone. Conte era un politico venuto dal nulla. Draghi è forte di suo e ha i mercati. È l’assicurazione per le piazze finanziarie che l’Italia verrà condotta oggi e domani bene, guardando con attenzione i conti.

È attento anche alla crescita.

Sì, Draghi fa sostanzialmente una scommessa sulla crescita e i mercati credono alla sua scommessa. E anche sul fisco, affermando che non saranno aumentate le tasse e che questo è il momento di dare, non di prendere i soldi, è stato molto abile, perché ha stoppato sul nascere le polemiche sulla riforma del catasto.

Se non c’è il partito di Draghi, si può dire che c’è un partito draghista?

No, anche se ci sono elementi di draghismo un po’ in tutti.

Non lo è neppure la Lega, considerata l’asse portante del suo governo?

La Lega era, in effetti, il partito più draghista. Poi ha cominciato a soffrire della competizione con Fratelli d’Italia e ha iniziato a tentennare sui pilastri del draghismo, che sono due: la vaccinazione del paese, cioè la fine dell’era delle chiusure e dei lockdown, e la ricostruzione, ossia la riapertura dell’economia e l’utilizzo del Recovery per trasformare il rimbalzo, il +6% del Pil ormai certificato da tutti, in ripresa “duratura e sostenibile” come ha detto Draghi all’assemblea di Confindustria. La Lega è arrivata a una svolta ondivaga, per me inspiegabile e dannosa, soprattutto su vaccini, no vax e green pass, dove ha inseguito minoranze rumorose, a caccia di uno zero virgola che non avrebbe mai cambiato le sue sorti. Anzi, temo che Salvini e la Lega ne vedranno gli effetti nel prossimo voto amministrativo.

C’è un partito meno draghista?

Era il Pd.

Era? Oggi non lo è più?

L’arrivo di Draghi provocò le dimissioni di Zingaretti e anche Letta al suo esordio alla guida del Pd ha provato a differenziarsi dalla figura di Draghi per cercare una politica più di sinistra, sui temi identitari.

Poi cosa è successo?

Letta, non potendo occuparsi a fondo del suo partito, perché ogni argomento che tocca lo spacca, suo malgrado è ritornato draghista. Non per convinzione, ma per opposizione a Salvini. Questa è una politica che ha bisogno del nemico e il nemico ideale per Letta è Salvini, così come per Salvini è Letta. Ma il paradosso è che i due nemici sono insieme al governo.

Insomma, siamo di fronte a più paradossi?

Esatto: il paradosso dei draghisti per convenienza e non per convinzione; il paradosso del partito di Draghi che si manifesta per acclamazione ma non c’è materialmente; il paradosso dei draghisti che non hanno un movimento che possa rappresentarli; il paradosso del Parlamento che vota le fiducie e si affida all’uomo della necessità storica, come ha detto Bonomi, riecheggiando una formula di Georgij Plechanov, uno dei padri del marxismo russo, che parlava della “funzione della personalità nella storia”. Ecco, Draghi ha proprio questo compito.

Quale?

Alla fine tutto si annulla di fronte alla figura di Draghi, che sovrasta tutti come un sovrano illuminato capace di comporre gli screzi e governare, tanto da poter dire tranquillamente ogni volta che “il governo va avanti” e c’è “finché il Parlamento lo vuole”.

Lo stesso Bonomi si è augurato che Draghi continui a lungo alla guida dell’esecutivo. Può significare che per il Quirinale servirà una figura di garanzia in grado di accompagnarlo nella sua attività di governo nel migliore dei modi?

Premesso che il Presidente deve esser sempre di garanzia – perché è il garante della Costituzione -, è chiaro che la richiesta degli industriali, un pezzo d’Italia che si confronta con il mondo, è avere un capo dell’esecutivo forte, deciso e dal grande standing internazionale che protegge la crescita attuale per trasformarla in ripresa stabile. È un’investitura piena, totale, plateale.

Ammettiamo che Draghi resti al governo. Che succede?

Se restasse, come è auspicabile, molto dipenderà da quello che farà Mattarella.

E cosa farà Mattarella?

Mattarella non vuole proseguire il suo mandato al Quirinale. Sarebbe chiaramente un’altra anomalia, perché il bis non è vietato dalla Costituzione, ma non è la regola. Quindi, punto primo: questa è una cosa che decide il Presidente. Punto secondo: è il Parlamento che deve darsi una mossa. Punto terzo: i giochi per la presidenza della Repubblica sono ancora tutti da aprire (e scoprire). C’è gente che spera, gente che fa i conti, gente che prende contatti…

Chi ci spera?

Berlusconi ci spera, è chiaro, ma per sperarci deve arrivare alla quarta votazione e per arrivarci non deve fare accordi su nessun nome ed eventualmente farli naufragare tutti. Basta questo per capire quanto la partita sia complicata.

La corsa al Colle come viene vista all’estero?

Ai mercati finanziari e alle istituzioni internazionali la coppia Draghi-Mattarella piace molto. Offre ampie garanzie in tempi difficili, segnati da un’enorme competizione globale, una ritirata strategica degli Stati Uniti, problemi giganteschi in Asia centrale, che non è poi così lontana come sembra, nuovi assetti nel Mediterraneo e “la questione cinese” che promette scintille e un negoziato permanente con il nostro naturale alleato, l’America.

Intanto domenica si vota in Germania. Quanto le elezioni tedesche potrebbero influenzare il cammino di Draghi?

Questo è uno dei due spartiacque a brevissima scadenza. Uno è esterno, le elezioni a Berlino, e l’altro è interno, il voto nei Comuni. Partiamo dalla partita tedesca: al di là di chi vince o chi perde, finisce l’era straordinaria di Angela Merkel e la domanda che si pongono tutti gli osservatori internazionali è: l’Europa è pronta all’uscita della cancelliera?

La risposta?

No. Eppure la soluzione c’è già: Mario Draghi. I vuoti si riempiono e tutti gli riconoscono la leadership, è l’italiano Draghi il leader europeo nascente. Ma è una grande leadership che si porta dietro un grande paese con grandi problemi. Da qui nasce l’entente cordiale con Macron -ricorda la cena dei due a Marsiglia? – che ha l’ambizione di guidare la difesa europea, nel solco di un neo-gollismo che sta dispiegando in vista dell’altro voto europeo fondamentale: le elezioni presidenziali francesi del 2022.

Nel mezzo c’è lo spartiacque interno, il voto amministrativo di inizio ottobre: è un appuntamento importante?

Molto importante, perché sono in gioco Milano, la capitale economica d’Italia, e Roma, la capitale da reinventare.

Sarà un momento della verità per le coalizioni e i singoli partiti?

A Milano e Roma, due grandi città dove fino a qualche settimana fa era favorito, il centrodestra ha perso completamente la direzione di marcia, sbagliando prima di tutto i candidati. Potrebbe pure vincere a sorpresa – per me resta un fatto più che remoto -, ma questo è il dato politico.

Come si spiega questo errore?

È frutto della disfida perenne fra Lega e Fratelli d’Italia che ha raggiunto ormai livelli patologici. Salvini e Meloni fanno l’autoscontro, gli avversari li guardano a bordo dei dischi volanti.

E negli altri schieramenti?

Le amministrative segneranno la fine di una fase storica dei 5 Stelle e probabilmente il non-inizio di Giuseppe Conte. L’unico risultato che potrebbe ottenere il Movimento sarebbe un “colpaccio” di Virginia Raggi, l’aggancio del ballottaggio a Roma (siamo sempre nel remoto, ma la Città Eterna è imprevedibile), ma questo aprirebbe lo psicodramma collettivo nel Pd. Il quale Pd potrebbe raccogliere un’insperata affermazione positiva – mi sembra eccessivo chiamarla “vittoria” – senza fare sostanzialmente nulla o quasi, raccogliendo i demeriti altrui. Anche fare il sommergibile è una scelta strategica. E può portare risultati.

Dovesse la Lega uscire ridimensionata dal voto del 3-4 ottobre e il Pd invece rafforzato, che effetti avremmo sul governo Draghi?

Nessuno. Letta e Salvini sono nella meravigliosa e terrificante condizione del “prigioniero libero”.

Vale a dire?

Sono liberi di dire tutto quello che vogliono, ma prigionieri del pragmatismo draghista che alla fine porta risultati concreti. Sono liberi di prendersi a schiaffi, ma prigionieri nel dover andare avanti insieme dopo essersele suonate di santa ragione. Nessuno dei due può rompere. E chi in tutto questo trionfa ancora una volta? Sempre lui, Mario Draghi.

(Marco Biscella)

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