BIDEN, XI, ONU/ “Ecco il ruolo dell’Italia dopo il siluramento della Francia”

- int. Paolo Quercia

Biden parla all’Onu dopo il patto Aukus. L’Ue non è più definita come partner strategico dell’America. Ora l’Italia deve svegliarsi

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Il presidente americano Joe Biden mentre parla all'Assemblea delle Nazioni Unite (LaPresse)

Joe Biden parla all’Onu per la prima volta, dichiara di voler aprire una “nuova era della diplomazia” e snocciola parole rassicuranti per tutti: clima, sicurezza, nessuna guerra fredda. La più scontenta però rimane l’Europa. Se infatti per l’amministrazione americana l’Aukus è il tassello di una nuova, indispensabile strategia di contenimento della Cina, per l’Ue è una bocciatura politica. Siamo davanti ad un “reset strategico” – dice Paolo Quercia, analista di relazioni internazionali – profondo ed importante, che conosciamo solo in parte”.

In questo nuovo contesto, l’Italia può e deve interpretare la relazione transatlantica a modo suo, fuori dallo spartito astratto e burocratico della difesa comune. O continuerà a rimanere senza politica estera.

Biden ha detto di voler aprire una “nuova era della diplomazia” dopo il ritiro dall’Afghanistan. Gli Usa, ha ribadito il presidente americano, sono pronti a parlare con tutti. Non suona ironico dopo l’ufficializzazione del patto Aukus?

Gli Stati Uniti hanno sempre parlato con tutti: Trump ha persino incontrato Kim Jong-un e fatto un accordo con i talebani, Biden parla con gli iraniani. La diplomazia è solo uno strumento, anche ingannevole. Quello che conta è la strategia che c’è sotto. 

E quale sarebbe?

Il reset strategico americano è qualcosa di profondo ed importante, che mette assieme uscita dall’Afghanistan, disimpegno dall’Iraq, dialogo con l’Iran, pressione sulla Cina. È una strategia che conosciamo solo in parte. E l’Aukus è un nuovo tassello di questa.

Biden ha anche detto che gli Usa non vogliono una nuova guerra fredda. In effetti, con la Cina non ce n’è già una in corso?

Non la definirei ancora una guerra fredda, perché è una categoria di un’era storica chiusa ed irripetibile. Dovremmo poi avere un mondo veramente diviso in due e una minaccia di guerra reale. Quello a cui stiamo assistendo è piuttosto una guerra economico-tecnologica e ad un confronto strategico estremamente acceso che durerà decenni. Certo, potrebbe certamente diventare anche qualcosa di simile ad una guerra fredda.

“L’Ue è un nostro partner fondamentale per affrontare le sfide su clima e sicurezza”. Sono ancora parole di Biden.

I concetti di clima e sicurezza sono molto generici. Quello che forse però dovrebbe colpirci è la definizione dell’Ue come “partner fondamentale”. È un’espressione politicamente debole. Poteva definire l’Ue un partner strategico o un alleato chiave. Di “partner fondamentali” l’America temo ne abbia tanti in giro per il mondo.

Von der Leyen ieri ha detto che “il trattamento riservato da Usa, Uk e Australia alla Francia non è accettabile”. E ancora: “Siamo amici e alleati, e partner di questo tipo parlano tra loro, specie in merito alle questioni di comune interesse”. Come commenta?

A mio avviso la protesta europea per come si è comportato l’alleato americano è corretta. Però questo vuol dire un altra cosa ancora più seria, e cioè che Usa e Regno Unito non ritengono essere “di comune interesse” con l’Europa la situazione strategica e la sicurezza marittima dell’Indo-Pacifico.

Uno smacco per l’Unione.

Se non c’è condivisione del dossier strategico comune verso la Cina, vuol dire che l’Europa non viene percepita come partner strategico globale. Soprattutto in quell’area. E forse è davvero così, fatta eccezioni per le ambizioni francesi, che però abbiamo visto come sono finite.

Parigi inseguiva un accordo riguardante l’industria e il ruolo della Francia, non altro.

È giusto, ripeto, che la von der Leyen difenda uno Stato membro. Sarebbe strano il contrario. Come sottolinea lei, però, è probabile che per la Francia la valenza industriale dell’accordo fosse molto più forte di quella strategica. Il problema comunque è ben più grande della commessa francese. Qui ci sono i presupposti per una marginalizzazione militare dell’Europa.

Come commenta il nuovo accordo tra Usa, Uk e Australia?

La fornitura di sottomarini a propulsione nucleare si aggancia ad un’alleanza politica e strategica tra i tre paesi coinvolti che probabilmente sarà anche commerciale, tecnologica e d’intelligence. Se i tre paesi anglofoni allineano questi interessi, nell’area che gli Usa identificano centrale per la sicurezza globale, la Francia non può competere. Né può colmare questo gap l’Unione Europea.

Cosa ci dice invece l’Aukus della proiezione politica della Gran Bretagna?

Ci dice in maniera incontestabile che la Brexit non era uno scherzo. È la dimostrazione che il progetto della Global Britain potrebbe essere anche velleitario, ma che ha una profondità e un’ampiezza che l’Europa non aveva e non potrà avere.

Il ministro degli Esteri francese Jean Yves le Drian ha dichiarato che la vicenda peserà sul futuro della Nato. Cosa può significare?

Dipende di quale Nato parliamo, perché ce ne sono tante. C’è la Nato a vocazione globale, quella che fa una guerra di vent’anni in Afghanistan; la Nato come espressione della solidarietà transatlantica di fronte a minacce dirette; c’è la super-Nato, quella cioè dove esiste un nocciolo duro di Paesi che hanno interessi più forti e coesi rispetto al resto dell’Alleanza e formano un nucleo decisionale più ristretto che gli altri seguono. Insomma, la Nato ha tanti volti, alcuni non più attuali. Quella che credo sia penalizzata è la Nato come provider di sicurezza globale. Comunque, è ipotizzabile che i nuovi scenari aprano a una stagione di minimalismo nell’Alleanza atlantica, che non è per forza negativo se serve a recuperare la funzione di base del Patto.

In concreto, quanto peserà l’affaire dei sottomarini?

Ritengo non in maniera esistenziale. Lo shock sarà riassorbito, perché non riguarda innanzitutto l’Alleanza ma il sistema politico e industriale francese. Ma c’è anche una seconda ragione.

Quale?

I Paesi europei hanno assoluto bisogno della Nato nella sua funzione originale, e rispetto ad essa non hanno alternativa. E non avendola, non sono in grado di reagire ad azioni poco ortodosse esercitate da membri dell’Alleanza.

Si riferisce alla Turchia?

Penso principalmente alle azioni di Usa, Uk e Francia in Libia. Altro che Aukus. Quello fu un vero terremoto, e sopratutto un tradimento degli alleati, ossia di noi italiani. Li però l’Unione Europea non ha protestato, mi pare. Certo, anche il caso turco dimostra come l’Alleanza sia in grado di sopravvivere a scossoni importanti, ormai piuttosto frequenti.

Parigi ha ritirato gli ambasciatori a Washington e a Canberra ma non a Londra, perché la Gran Bretagna è una semplice – così è stata definita – “ruota di scorta” di Washington. Perché questa scelta?

Sicuramente perché i rapporti con la Gran Bretagna sono troppo stretti. Basti pensare alla questione migratoria. Londra è talmente vicina a Parigi che non è ipotizzabile un eccessivo inasprimento delle relazioni, sopratutto in un momento in cui la Brexit deve ancora essere attuata. Detto questo, i francesi hanno anche ben chiaro che la postura strategica verso la Cina è a guida americana. Gli inglesi cercano di sfruttarla per avvantaggiarsene rispetto agli alleati europei, ma lo sgarbo principale Parigi lo ha subìto da Biden.

Nel mezzo della crisi tra Francia e Australia, Mattarella, a Napoli per i 70 anni di presenza Nato in Italia, ha detto che rafforzare adesso la difesa Ue rafforza l’Alleanza atlantica. È vero?

Sicuramente difesa europea e Nato sono collegate tra loro. In questo momento però rappresentano due debolezze che non possono rafforzarsi a vicenda. Sono progetti vecchi, geopoliticamente legati a un’era che non c’è più. Vanno ristrutturate e aggiornate alla nuova realtà strategica.

Ancora Mattarella: “le crisi ci hanno insegnato come la tutela delle nostre sovranità passi necessariamente attraverso la difesa e lo sviluppo della sovranità condivisa nell’Unione”. E poi: “Nessuna costruzione può sopravvivere mantenendo a lungo strutture edificate parzialmente con grandi lacune: queste ultime trascinerebbero nel vuoto anche le parti costruite”.

È vero: occorrerebbe sicuramente riprendere in mano la costruzione europea. Non credo però che sia il completamento della parte mancante a poter dare solidità politica alla parte già realizzata.

Perché?

Perché anche la parte già realizzata ha delle lacune, ed essa diventerebbe sostenibile solo con una profonda revisione della progettazione di tutta la costruzione europea. Sono le criticità della parte realizzata ad impedire il raggiungimento concreto dello sviluppo di un’effettiva politica estera di sicurezza comune, non necessariamente i nazionalismi degli Stati membri o la cattiva volontà politica.

Quanto dista l’obiettivo finale?

Una vera politica estera e di sicurezza comune è molto, molto lontana. Soprattutto, non è che mettendola in pista ora, dopo la disfatta afghana e dopo lo schiaffo dell’Aukus, si aggiusterebbero gli squilibri dell’Unione.

E cosa servirebbe per rimediare?

Una correzione profonda dell’architettura europea, che vuol dire, in sostanza, un processo di revisione dei trattati. Sono successe troppe cose da quando la visione originale fu sviluppata. Credo che sia la via migliore, piuttosto che tenere la struttura così come essa è ed accelerare per forzare la conclusione dell’architettura esistente attraverso sempre maggiori cessioni di sovranità, anche contro la volontà dei singoli Paesi membri.

Altrimenti?

Si rischia di spaccare l’Europa. E la Brexit è stata già il primo segnale.

In questo quadro come dovrebbe essere la nostra politica estera?

Per noi l’Europa e la Nato sono due pilastri fondamentali e osservarne le criticità da un Mediterraneo anch’esso in crisi non è affatto rassicurante. L’Italia dovrebbe darsi il ruolo di tenere insieme il sistema euroatlantico, mettendo al centro dell’incrocio tra Nato e Ue il Mediterraneo e la Libia.

In che modo?

Questo non può essere fatto con accordi asimmetrici con singoli Paesi alleati, ma solo sviluppando contemporaneamente tre patti politici coordinati, con Berlino, Parigi e Washington. Una grande azione dall’Italia verso la Francia, la Germania e gli Usa per ricucire la tela euroatlantica che si è lacerata, partendo dal Mediterraneo.

Ha detto patti politici, non trattati.

I trattati possono seguire il dialogo politico, confermandolo. L’importante in questa fase è non sbilanciarsi troppo verso uno solo di questi tre poli, perché saremmo relegati ad un ruolo secondario e subordinato, senza poter giocare nel Mediterraneo il ruolo che ci spetta.

(Federico Ferraù) 

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