SCENARIO/ Europa e manovra, a Salvini serve un patto con Tria e Conte

- int. Stefano Folli

“Sono aumentati i fondi Ue, costerebbe di più non farla”: Conte annuncia il sì alla Tav, una vittoria per Salvini che però non mette fine alle fibrillazioni dentro il governo

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

“Sono aumentati i fondi Ue, costerebbe di più non farla”. Conte annuncia il sì alla Tav, una vittoria per Salvini che però non mette fine alle fibrillazioni dentro il governo: oggi il presidente del Consiglio riferirà in aula alla Camera sul Russiagate, mentre pare che il Cdm previsto giovedì sull’autonomia abbia subito un nuovo stop. Sul primo fronte, “difficilmente il premier darà uno schiaffo a Salvini”; né sarà il regionalismo differenziato a mandare in crisi il governo, dice Stefano Folli, editorialista di Repubblica. Secondo Folli in Salvini esiste una grave contraddizione, per il momento non risolta, tra il consenso nel paese e l’isolamento in cui lo hanno cacciato le sue scelte europee. Una linea che potrebbe rivelarsi fatale in occasione della legge di bilancio.

Folli, la crisi di governo è scongiurata o no?

Vediamo cosa dirà oggi sul Russiagate il presidente del Consiglio. Io non credo che Conte darà uno schiaffo a Salvini. Aspettiamo anche di vedere come reagirà il capo della Lega. Se Salvini avesse deciso di aprire la crisi di governo, troverebbe ogni modo per contestare Conte, qualsiasi cosa dicesse.

E invece?

Io penso che Salvini non abbia ancora deciso esattamente cosa fare, perché sa benissimo a quali rischi andrebbe incontro. Questo ovviamente non significa che i problemi siano risolti. Anzi. La tensione rimane grande.

Giovedì scorso, quando il governo sembrava virtualmente morto, Giorgetti dev’essersi sentito pronosticare dal Capo dello Stato che la Lega avrebbe passato i prossimi 4 anni all’opposizione.

È così. Il presidente della Repubblica applicherebbe la Costituzione, il problema è che le cose sono politicamente più complicate. Immaginare una maggioranza raccogliticcia per non fare le elezioni e tenere in piedi un governo purchessia è facile, ma nella realtà comporterebbe un rischio altissimo.

Quale rischio?

Quello di tenere fuori da Palazzo Chigi il maggiore partito italiano. Con la Meloni e uno spezzone di Forza Italia il blocco guidato da Salvini si avvicina al 50 per cento.

Pd e M5s sono destinati a incontrarsi?

Dopo le elezioni può darsi, prima no. Il Pd è spaccato in mille pezzi, Renzi sta facendo una guerra senza tregua contro qualsiasi ipotesi di accordo e controlla ancora i gruppi parlamentari. Credo che il voto potrebbe dare a Pd e M5s più o meno lo stesso peso elettorale di oggi, il 20 per cento salvo sorprese. Con nuovi gruppi non più renziani, se M5s andasse incontro a una débâcle, l’alleanza diventerebbe più facile. Ciò non significa che basterebbe a governare.

Ha parlato di elezioni. Si riferisce a quest’anno o al 2020?

Al 2020. Non tutto si può prevedere, d’accordo, ma ripeto: vedo in Salvini una grande incertezza.

Secondo lei a che cosa è dovuta?

A una profonda contraddizione. Salvini sa perfettamente di avere i voti, è un consenso che non sembra intaccato nemmeno dall’inchiesta sui fondi russi, però questo non lo rafforza sul piano istituzionale, dove rimane assolutamente debole. E l’isolamento in Europa gli complica ancor più le cose.

Giovedì il governo potrebbe cadere sull’autonomia?

Non direi… Siamo quasi ad agosto, è tempo di ferie. Non credo che l’autonomia sia un fatto esplosivo. Rimane però un grande nodo irrisolto che Salvini deve dimostrare di saper sciogliere.

I presidenti di Lombardia e Veneto danno battaglia, e Salvini sembra intenzionato ad assecondarli.

In realtà Salvini farebbe volentieri a meno dell’autonomia. Come leader che è riuscito a cambiare il volto della Lega da partito regionale a partito nazionalista, non può volere fino in fondo questa riforma, che può essere una cosa seria solo se non è l’anticamera del secessionismo e soprattutto se non premia eccessivamente le Regioni del Nord rispetto a quelle del Sud. Salvini ha dimostrato di essere abilissimo nell’ottenere consenso, però stavolta non basta.

Cosa gli serve?

Governare bene una nazione vuol dire riuscire a gestirne gli squilibri, come ha fatto la Dc per cinquant’anni. Salvini è bravo nei talk-show, è stato bravo a gestire immigrazione e sicurezza, è stato bravo ad alzare la bandiera della flat tax, ma nella gestione effettiva di molti dossier di governo, a cominciare dalla politica economica, deve ancora dimostrare di avere idee e soluzioni.

Se l’autonomia non andasse in porto Salvini perderebbe voti?

Non credo. Esiste uno zoccolo importante della Lega tradizionale legato a un certo mondo produttivo e a certe rivendicazioni: meno tasse, meno burocrazia. Se Salvini dovesse deluderle, quel mondo lo sosterrà comunque, perché è l’unico leader sulla piazza che può garantirle.

Torniamo alle difficoltà in Europa. Dove sta il punto?

La parola “establishment” fa inorridire Salvini, se però Salvini si ostina a starne fuori e a criticarlo, l’establishment gli farà la guerra. La Merkel ha detto in modo esplicito che il governo deve chiarire i rapporti con Mosca, Macron ci crea volentieri problemi sui migranti, la von der Leyen non ha mostrato nessuna indulgenza sui conti. Siamo un’anomalia. Salvini dice di essere amico di Orbán, ma dovrebbe imparare di più da lui.

Che cosa intende?

Orbán è nel Ppe, lo critica ma si guarda bene dall’uscirne. E ha detto sì alla von der Leyen. Salvini invece ha rotto la coalizione di governo per votarle contro. Questa radicalizzazione si somma alla sua ambiguità nei rapporti internazionali: quelli con la Russia, ma anche quelli con gli Usa: buoni, certo, ma niente di più.

Il no alla presidente della nuova Commissione è stata una ripicca per distanziarsi da M5s e Pd?

Si aspettava che la von der Leyen definisse prima l’accordo per il commissario italiano. Non è stato così; l’impreparazione generale e l’improvvisazione hanno fatto il resto.

Quale è il punto di caduta di tutte queste difficoltà?

La legge di bilancio in autunno. Ci sono due ipotesi. La prima è che Salvini voglia fare della legge di bilancio il primo passo della campagna elettorale: vorrebbe dire fuochi d’artificio a tutto campo e rottura su tutti i contenuti.

E la seconda?

Fare come nel giugno scorso, quando il governo ha evitato la procedura di infrazione. Se proprio non si riesce a sospendere lo scontro politico, lo si dirotta su altri temi, si lascia fare al governo, a questo governo, permettendo a Tria di lavorare alla legge di bilancio al riparo da polemiche strumentali. Avremmo una manovra non semplicissima, ma fatta sulla base di una considerazione più tecnica dei vari problemi.

I rapporti  di Salvini con l’Unione Europea sono destinati a deteriorarsi?

L’Ue sarà il banco di prova della sua maturità politica. Se Salvini sceglie di radicalizzarsi sempre di più, allora andremo incontro a scenari poco positivi, anche abbastanza inquietanti. Se invece assumerà, via via che si consolida il suo consenso, una posizione più moderata, molti problemi potrebbero diventare più semplici. Ma non deve più commettere errori.

(Federico Ferraù)

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