SCENARIO ITALIA/ L’agenda Draghi (già archiviata) e il surreale dibattito sui banchi

- Stefano Cingolani

Dopo aver indicato la linea di marcia al Meeting, secondo un sondaggio Draghi ha il consenso del 53% degli italiani. Ma la politica non lo ascolta

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Mario Draghi, presidente della Bce dal 2011 al 2019 (LaPresse)

Secondo il sondaggio Demos pubblicato ieri da Repubblica, Mario Draghi ottiene il consenso di 53 italiani su 100. L’ex presidente della Bce è al terzo posto dopo Giuseppe Conte (60%) e a una incollatura da Luca Zaia (54%) che sono, però, in discesa rispetto all’ultima rilevazione effettuata nel giugno scorso quando Draghi non era nemmeno menzionato. E’ chiaramente l’impatto del discorso con il quale ha aperto il Meeting di Rimini martedì 18 agosto (il sondaggio è stato realizzato tra il 24 e il 26 scorsi) e segna una novità politica di non poco conto. Secondo Ilvo Diamanti, conferma “quanto contano i conti”, ma anche “quanto sia forte l’attesa di novità. Di un uomo veramente forte”. Si potrebbe forse dire di un uomo che mostri competenza, saggezza e dica chiaramente le cose da fare, anche le più difficili.

Era già accaduto con Mario Monti, che poi è stato messo alla gogna. Quindi, bisogna stare attenti alle incoronazioni che arrivano dalle piazze o dai sondaggi. Tuttavia Draghi non ha cercato il facile consenso, non è stato “un piacione”, come ha commentato a caldo Stefano Fassina, deputato di LeU, e non è stato nemmeno una mina sotto la poltrona di Conte come il capo del governo ha pensato, vista l’irritazione fatta filtrare da Palazzo Chigi. Certo, ha indicato la linea di marcia, ha delineato l’agenda per le riforme e ha suggerito i capitoli del piano per la ripresa che l’Italia deve presentare se vuole accedere alle risorse messe a disposizione dalla Ue.

Il fondo europeo si chiama Next Generation e Draghi ha messo al primo posto proprio la nuova generazione, i giovani, quindi l’istruzione e il lavoro. Ha detto che occorre passare dai sussidi agli investimenti, che c’è un debito cattivo che rischia di scacciare quello buono. Il messaggio è stato apprezzato dalla gente, ma i partiti politici, quelli al governo e quelli all’opposizione, hanno fatto finta di non sentire. Lo dimostra il dibattito surreale in corso sulla scuola.

A giudicare da quel che si sente dire e che rimbalza sui giornali o in televisione, la questione di fondo riguarda i banchi: la politica si è divisa tra chi li vuole singoli o doppi, con o senza rotelle. Non vogliamo trascurare l’importanza di sedere in sicurezza e con una certa comodità nelle aule per ascoltare i docenti, ma non è altrettanto importante discutere su che cosa gli insegnanti dovrebbero dire ai ragazzi? Non è forse vero che la pandemia ha cambiato molte vecchie certezze, modi di pensare, di vivere, di insegnare? La rivoluzione digitale accelerata dal coronavirus ha bisogno di computer e linee veloci accessibili a tutti, come un tempo c’era bisogno di matite e lavagne. Ma l’Italia è ancora arretrata e divisa. Colmare il digital divide è una priorità per dotare la nuova generazione dei mezzi necessari ad affrontare il mondo in cui vive. E i programmi, nei modi e nei contenuti, devono adeguarsi. La Francia ha deciso di alternare l’insegnamento, un giorno a casa da remoto e un giorno in classe. Forse non è la soluzione giusta, ma meglio discutere di questo che delle rotelle.

La scuola dà conoscenza e prepara al lavoro, dunque il passaggio dai banchi al mercato del lavoro è immediato. Ma il governo resta vittima di misure come il reddito di cittadinanza che non sono servite a creare occupazione e l’opposizione è succube anch’essa di una cultura del non lavoro, visto che con quota 100 ha messo al centro non l’ingresso, ma l’uscita anticipata dal mercato del lavoro. La recessione gravissima provocata dalla pandemia non sembra aver cambiato le priorità: i cinquestelle vorrebbero estendere il reddito di cittadinanza, per la Lega “quota 100 non si tocca”, la Cgil vuole reintrodurre l’articolo 18, il Pd è diviso e non sa che pesci pigliare.

Quanto agli investimenti che dovrebbero essere secondo Draghi i destinatari del “debito buono”, non se ne trova traccia nel dibattito politico. O meglio, si recita come una giaculatoria che bisogna investire senza sapere né come, né dove, né cosa, né quanto. Appena si aprono i cassetti dove sono sepolti i progetti bloccati da anni, cominciano i mal di pancia che diventano veri e propri contrasti. E’ tornato alla luce persino lo stretto di Messina, sotto forma di un tunnel invece che di un ponte, ma è chiaramente un diversivo. Si è celebrato il nuovo ponte di Genova, si è detto che quello doveva essere il modello da seguire: finita la retorica, è finito tutto. Chi è davvero d’accordo a mettere le grandi opere in mano a dei commissari riducendo al minimo i kafkiani regolamenti italiani? Anzi, chi è davvero d’accordo a investire in grandi infrastrutture? Diradato il fumo negli occhi, rispuntano “le piccole opere”.

Potremmo andare avanti, passando in rassegna uno per uno i punti dell’agenda Draghi, ma sarebbe noioso e pretenzioso. Non si può sfuggire però dall’osservare che ancora una volta nessuno è profeta in patria, soprattutto nell’Italia della politica come arena di rancori, rabbia e inconsistenza, dove il dire è tanto, il fare è poco. Si è diffusa l’illusione che, finita l’emergenza, tutto tornerà come prima.

E’ lo stesso miraggio che ha provocato la nuova impennata di contagi un po’ ovunque, tra i giovani, ma non solo, nelle discoteche o nei più casalinghi pranzi di compleanno; se tradotta in politica, questa falsa convinzione può trascinare il paese dalla grande recessione in una grande depressione.

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