RICERCA/ Ma i numeri spiegano davvero “tutto”? La biologia dice di no

- Amerigo Barzaghi

Sempre più spesso molti esponenti delle cosiddette “scienze esatte” intervengono in dibattiti televisivi e pubblicano libri che hanno la pretesa dogmatica di spiegare tutta la realtà. AMERIGO BARZAGHI espone l’opera di due scienziati controcorrente

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La scienza oggigiorno, specialmente in sede divulgativa, viene spesso circondata di un’aura di sacralità: ad essa solamente spetterebbe l’unico e definitivo accesso all’essenza ultima della realtà. Ma questa visione “neoilluminista” è ancora attuale? Cos’è effettivamente l’impresa scientifica?

A interrogativi come questo rispondono il biostatistico romano Alessandro Giuliani e il biofisico americano Joseph Peter Zbilut in un’opera, fresca di stampa, che è la traduzione italiana di Simplicity: the latent order of complexity (L’ordine della complessità). Si tratta di un’affascinante riflessione filosofico-epistemologica sulla scienza, sulle sue peculiarità e sui suoi limiti intrinseci. L’opera è suddivisa in nove capitoli: nove piccoli saggi, potenzialmente indipendenti l’uno dall’altro, ma tutti percorsi da uno speciale fil rouge, il cui nucleo concettuale racchiude la proposta interpretativa degli autori. La chiarezza espositiva e il carattere non strettamente specialistico, unitamente all’approccio rigoroso all’argomento di indagine, allargano il campo dei potenziali lettori. Secondo Zbilut e Giuliani, essa piuttosto è paragonabile ad una «sorta di artigianato artistico», a «un’interazione continua tra osservatore e osservato (…) e, come tale, artistica»; l’“impatto umano” è determinante per comprendere la scienza: «il mondo (…) non è matematico, ma è l’uomo che spesso riesce a costruire una rappresentazione efficace del mondo utilizzando la matematica, e in questo modo riesce a cogliere dei particolari ripetibili e ricorrenti della realtà».

Ma la matematica, specialmente in campo biologico, può bastare? No: per essere più efficace, la scienza odierna dovrebbe “semplificare” i suoi oggetti di indagine. Semplificare significa riconoscere l’importanza delle “condizioni al contorno”, ovvero del fattore ambientale in cui è immerso l’oggetto di interesse e che non è “ingabbiabile” aprioristicamente in modo matematico. Un approccio, questo, opposto alla cosiddetta de-complessificazione che la matematizzazione scientifica classica ha operato, e continua ad operare: se da un lato una modellizzazione matematica è utile per fornire alcune buone approssimazioni, dall’altro un’equazione non riesce ad esaurire la ricchezza intrinseca del reale.

In questo contesto, la statistica è un esempio ottimale: se una curva a campana riesce a descrivere efficacemente una tendenza generale (un trend), essa risulta miope (è come sfuocata) nell’esaurire la ricchezza del singolo. Se forzato, inoltre, un modello matematico-statistico può generare overfitting (sovradeterminazione): viene cioè descritto “il rumore” di un sistema (le fluttuazioni sperimentali) e non “il segnale” di interesse; i modelli finiscono per essere “troppo esatti”, e quindi falsi (“Troppo esatto per essere vero”). Gli autori si fanno dunque promotori di una scienza «semplice senza semplificazioni». Uno scienziato dovrebbe: adottare uno stile di indagine chiaro ed essenziale; utilizzare modelli di indagine che riducono l’uso della matematica; evitare la formulazione di “teorie del tutto”, che hanno la pretesa di ricondurre ogni aspetto della realtà ad un unico modello descrittivo. E di conseguenza abbandonare alcune idee «ferocemente deterministiche» sul mondo, evitare ogni facile riduzionismo e preferire un «determinismo a tratti».

 

L’opera è densa di riferimenti bibliografici alla letteratura scientifica di settore: i due autori sono infatti affermati specialisti nei rispettivi campi d’indagine. La lettura è però impreziosita anche da una colta apertura interdisciplinare: gli autori, per rendere più accessibili le argomentazioni, ricorrono a metafore e ad esempi extrascientifici, che spaziano dall’arte alla letteratura, dalla filosofia all’architettura, dalla poesia al cinema, mantenendo però sempre inalterato l’assoluto rigore scientifico, e non mischiando mai i rispettivi piani di indagine.

L’epitaffio finale di Alessandro Giuliani per il coautore Zbilut, scomparso di recente, ci fornisce conferma di come qualunque impresa intellettuale, se sorretta ed alimentata da una profonda amicizia tra i ricercatori, riesca meglio, e guadagni molto in profondità teoretica. Il libro diventa quindi anche la celebrazione conclusiva della proficua e appassionante impresa scientifica portata avanti di concerto dai due autori per ben vent’anni.

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