NEUROSCIENZE/ Quello sguardo che funziona meglio di una risonanza magnetica

- Nadia Correale

Per conoscere noi stessi non possiamo avvalerci esclusivamente di un metodo scientifico. Questo vale, spiega NADIA CORREALE, anche quando si parla di cervello e mente umana

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Di fronte alla seguente domanda: “Se il vostro cervello fosse estratto dal vostro corpo e fosse messo in una vasca omeostatica, continuerebbe a funzionare normalmente?” che cosa vi verrebbe in mente di rispondere? Per quanto la situazione descritta sia del tutto paradossale, un neurologo dei nostri giorni, in base a una tendenza molto diffusa in questo ambito di studi, risponderebbe di sì, in quanto la mente umana – comprendente quella fitta rete di pensieri, sentimenti e pulsioni istintive integrate in modo altamente complesso che costituisce il nostro stato di coscienza – e il cervello – ovvero l’organo principale del sistema nervoso centrale, formato da 100 miliardi di cellule perenni non sostituibili collegate tra loro da miliardi di miliardi di sinapsi – coincidono, sono sostanzialmente la stessa cosa.

Prova ne sarebbero gli studi eseguiti adottando la risonanza magnetica funzionale per poter conoscere quali aree del cervello vengano attivate in diverse situazioni a cui corrispondono diversi stati mentali. Grazie a questa tecnica è possibile infatti registrare, mediante applicazione di un campo magnetico, le variazioni di tipo elettrochimico di flusso sanguigno nell’encefalo. Da qui prende le mosse la diffusione di notizie sensazionalistiche sulla presunta scoperta dell’area dell’altruismo piuttosto che dell’egoismo.

Non è di questo parere il neurologo Mauro Ceroni, Docente presso l’Università di Pavia, il quale intervenendo il 4 maggio scorso al primo incontro del ciclo “Neuroscienze, determinismo o libertà” organizzato dal Centro Culturale di Milano in collaborazione con Medicina & Persona, ha esplicitato il fatto che per conoscere noi stessi non possiamo avvalerci esclusivamente di un metodo scientifico, concependolo erroneamente come l’unico in grado di fornirci certezze. Abbiamo necessariamente bisogno di partire dalla nostra esperienza. In base a essa possiamo constatare di essere costituiti non solo di materialità, ovvero di quegli aspetti osservabili e misurabili scientificamente, ma anche di spiritualità, vale a dire di razionalità e giudizi di valore.

Ma queste due dimensioni vanno concepite come inscindibili e completamente integrate, altrimenti, se commettiamo l’errore di giustapporle, come è accaduto nel corso della storia a partire dal filosofo Cartesio, siamo inevitabilmente destinati nel tempo ad assumere concezioni deterministiche e riduzionistiche del tutto fuorvianti, come quella oggi predominante in cui vige l’assunto indiscusso prima ricordato circa la coincidenza di mente e cervello. Una delle conseguenze più aberranti di questa impostazione di pensiero è la negazione della libertà e responsabilità della persona. Oltretutto, ha precisato Ceroni, siamo solo agli inizi di questo tipo di ricerche.

Ceroni ha parlato delle scoperte più importanti relative al funzionamento del cervello avvenute a partire dal 1860 mediante lo studio di malattie neurologiche come la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), il morbo di Parkinson o di Alzheimer. Ha poi accennato ad altre situazioni di pazienti in stato di coma neurovegetativo persistente o con handicap neuropsichiatrici, sostenendo che in questi casi non sono sottovalutabili i giudizi espressi dalle persone che si prendono cura di questi malati in quanto esse sono le uniche in grado di cogliere e interpretare anche le più piccole sfumature di tipo gestuale ed espressive del volto che nessun metodo clinico potrà mai sostituire. Inoltre, ha riferito che alcuni studi con la risonanza magnetica hanno anche accertato la presenza di attività cerebrale in persone in stato di coma neurovegetativo.

Nella stessa serata il tema è stato ampliato da Roberto Cavallaro, responsabile del “Centro disturbi psicotici” presso la Fondazione San Raffaele, che ha descritto i disturbi da cui è affetto in particolare il paziente schizofrenico, in cui si riscontra un “delirio” strutturale, ovvero un’introduzione illogica e quindi alterata di significati attribuiti alla realtà. Alcune conseguenze di ciò sono la tendenza a isolare dal contesto ambientale le informazioni rilevate o l’incapacità di integrare informazioni che si aggiungono. Interessante osservare come a tale malattia corrispondano anche caratteristiche encefaliche evidenti, sempre a riprova del fatto che corpo e anima sono intimamente connesse.

Sarà interessante ora seguire lo sviluppo di questo ciclo di incontri dedicati alle neuroscienze, in particolare i prossimi due appuntamenti che approfondiranno l’aspetto estetico (23 maggio) e quello linguistico (15 giugno).

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