ELUANA/ Il medico: i malati in stato vegetativo sono vivi, ma l’Italia se ne frega

- int. Giovan Battista Guizzetti

Un paziente in stato vegetativo da più di dieci anni ha dimostrato di avere coscienza di sé e di rispondere alle domande. GIOVAN BATTISTA GUIZZETTI spiega perché il malato ha sempre valore

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Immagine di archivio

Dal Canada arriva la segnalazione di un risultato clamoroso nel campo della cura dei malati in stato vegetativo. Un paziente in tale stato da più di dieci anni  e che non aveva mai mostrato alcun tipo di reazione spontanea, neanche il movimento degli occhi, è stato in grado di rispondere a domande specifiche. Ad esempio dicendo che non sta soffrendo alcun dolore e che ha coscienza di chi è lui. Come è stato possibile? In realtà, come ha spiegato a Ilsussidiario.net il professor Giovan Battista Guizzetti, già nel 2007 si era ottenuto un risultato analogo. “Si tratta di una tecnica che usa uno scanner a immagini che permette di individuare quelle zone della corteccia cerebrale ancora funzionanti”. In tal modo, dice Guizetti, “è possibile fare domande e ottenere risposte positive o negative dal soggetto”. Uno scenario che rinnova la discussione sullo stato di coscienza di pazienti considerati in stato vegetativo e dunque senza alcuna forma vitale: il pensiero va subito al caso Eluana.

Professore, non è dunque la prima volta che si ottiene un risultato del genere?

No, non è la prima volta. L’utilizzo di questa tecnica  dovuta agli studi del professor Owen in Inghilterra, già nel  2007 venne alla ribalta grazie al famoso esperimento con una signora in stato vegetativo per trauma cranico. Si trattava di una giocatrice di tennis a cui avevano chiesto di immaginare di giocare e vedevano che le aree corticali di percezione al suono e alla lavorazione si erano attivate nonostante la signora fosse in stato vegetativo.

Quali segnali aveva dato la signora?

Per capire meglio se veramente interpretava l’ordine dato le si è detto di interpretare l’immagine che le era stata data di giocare la partita a tennis come sì o no e hanno visto che anche in questo caso la signora utilizzava l’immagine per dire sì. Queste aeree si attivavano anche a domande sul suo nome e sui suoi parenti.

Questi studi spalancano una porta sulla discussione di chi ritiene che invece i malati in stato vegetativo non abbiano alcuno stato di coscienza, pensiamo ai motivi per cui è stata tolta la vita a Eluana, per fare un esempio clamoroso.

Sì, e sono molto contento che la medicina si sia messa a studiare queste nuove tecniche per studiare lo stato di coscienza che rimane sempre molto difficile da studiare. Però non vorrei che questo aspetto della coscienza o dell’incoscienza fosse troppo enfatizzato.

In che senso?

Nel senso che se anche non potessimo trovare un contenuto di coscienza in queste persone non è che siamo autorizzati alla non cura e all’abbandono di queste persone. Se la coscienza fosse la motivazione per dargli la cura, ad esempio anche noi nel nostro reparto abbiamo persone che hanno un contenuto di coscienza e persone che quasi certamente non l’hanno, il livello di cura che comunque diamo è uguale per tutti. Non è che chi ha lo stato di coscienza venga curato meglio.

Lei sottolinea il valore della persona innanzi tutto a prescindere dal suo stato, giusto?

Sì altrimenti si va incontro a una deriva un po’ pericolosa: chi non ha lo stato di coscienza cosa ne facciamo? E’ una cosa molto importante.

 

Anche perché poi si sconfina in altri campi, ad esempio i malati di mente che sono meno persone delle altre e via dicendo.

 

Infatti: bisogna mettere dei punti fermi se no la deriva coinvolge i disabili, i malati di Alzheimer, i grandi vecchi e tanti altri a cui si decide di togliere le cure perché tanto non sono guaribili.

 

Approfondiamo questo passaggio.

 

Faccio un esempio: uno dei termini con cui venivano definite le persone in stato vegetativo oggi per fortuna, caduto in disuso, era lo stato di morte corticale. C’era anche il tentativo da parte di alcuni medici di equiparare la morte corticale con la morte cerebrale e di fatto la morte della persona. Gli esami hanno dimostrato che invece la corteccia cerebrale di questi soggetti non è affatto morta dando risposte specifiche a stimoli esterni che eroghiamo. Al di là del tentativo di dire che era morto poi fallito era una affermazione di un dogmatismo inaccettabile. E’ bastata la risonanza magnetica per vedere che le aeree della corteccia funzionavano ancora, non tutte ma diverse.

 

La comunità scientifica oggi come vive tutto questo?

 

A parte degli esempi di eccellenza, penso alla Casa dei risvegli di Bologna dove ci sono professionisti bravissimi che fanno un lavoro straordinario, la comunità scientifica in generale se ne frega totalmente del problema.

 

Se ne frega?

 

Sì, ci sono persone in stato vegetativo che hanno bisogno di cure particolarissime, a volte si devono aspettare anni per permettere che si possano fare queste cure. La medicina oggi in Italia di queste persone non ne vuole sapere. Le dico anche un’altra cosa.

 

Ci dica.

 

Intanto che la risonanza magnetica funzionale, quella degli esperimenti canadesi, non prenderà piede presto in Italia. Poi noi ci troviamo a fare i conti con una situazione di disabilità che può durare anche trent’anni. Noi  cominciamo a vedere recuperi a distanza di dieci anni: da noi una persona ha parlato dopo 12 anni quindi non è un binario morto. Con gli anni qualcosa si ottiene quasi sempre. Si tratta di recuperi piccolissimi ma significativi. Ecco perché non bisogna mai sospendere la cura.

(Paolo Vites) 

 

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