INNOVAZIONI/ Dalle strisce sulla sabbia di Miami Beach al QR Code

- Nicola Sabatini

I codici a barre si evolvono e (discretamente) animano la vita di tutti i giorni come e forse più di tante innovazioni più ‘blasonate’. Ne parla NICOLA SABATINI

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Un moderno QR Code (Foto: Infophoto)

Il 26 giugno del 1974 è una data che probabilmente non dice nulla a nessuno. Nessun grande avvenimento politico, nessun eclatante risultato sportivo, nessuna nascita illustre gli dà rilievo nella storia recente. Eppure si tratta di una data storica per il progresso mondiale. Quel giorno, infatti, in un supermercato della cittadina di Troy, nell’Ohio (Usa), un pacchetto di gomme da masticare veniva passato al lettore ottico e registrato in cassa, grazie allo strano codice a strisce chiare e scure che per la prima volta contrassegnava un articolo in vendita. Questo gesto, per noi ormai scontato e banale, segnava in realtà l’inizio di una grande rivoluzione, che ha consentito di migliorare in modo eccezionale il mondo della piccola e della grande distribuzione e in generale della logistica, rendendo più semplici, economici e affidabili i processi di gestione, stoccaggio, vendita e movimentazione di merci di qualsiasi tipo. Quel pacchetto di gomme è così importante da essere tutt’ora gelosamente conservato allo Smithsonian’s National Museum of American History, a Washington.
La rivoluzione prende le mosse quasi trent’anni prima, nel 1948, quando uno studente laureato del Drexel Institute of Technology di Philadelphia, Bernard Silver, venne causalmente a conoscenza della richiesta di un gestore di un supermercato locale al rettore dell’istituto di trovare un modo affidabile e veloce per catalogare e gestire le movimentazioni delle merci nel suo magazzino. Silver, a differenza del rettore, che non diede seguito alla richiesta del commerciante, si mise alla ricerca di una soluzione coinvolgendo il più giovane Norman Joseph Woodland. Il nome di Woodland è tornato recentemente sulle prime pagine dei giornali per la notizia della sua morte, avvenuta pochi giorni fa, il 9 dicembre, all’età di 91 anni.
L’inizio del lavoro portò a una prima idea, basato su inchiostro fluorescente e luce ultravioletta, che si rivelò sostanzialmente infungibile. I due però non si arresero e continuarono a lavorare. La storia che ne seguì è un affascinante esempio di come nell’innovazione giochino sempre in maniera determinante alcuni fattori: la storia personale, che è un po’ il punto di inizio di tutto, l’humus da cui il soggetto estrae creativamente idee e ipotesi di soluzione; le circostanze, anche le più banali, che possono portare un suggerimento inaspettato; l’attenzione e la capacità di visione, che fanno sì che i suggerimenti che il reale può offrire acquistino forma, concretizzandosi per il soggetto in un’immagine di quello che si vuole realizzare.
Woodland era stato un boy scout e proprio durante gli anni da scout imparò il linguaggio Morse: dopo il fallimento del primo brevetto, si convinse che la soluzione alla codifica da associare agli articoli in vendita fosse quella di utilizzare il linguaggio Morse, molto semplice oltre che unico codice da lui conosciuto, trovando un modo per trasformare i punti e le linee in qualche forma di segnale acustico o elettrico, utilizzando le conoscenze tecnologiche su cui sia lui che Silver avevano già lavorato. L’idea li afferrò con grande forza e Woodland la prese seriamente a tal punto da abbandonare l’istituto e dedicarvisi interamente. Tutto il lavoro che potevano mettere in campo, però, non poteva produrre l’imprevedibile circostanza che visse Woodland.
Per pensare alla soluzione del problema aveva deciso di trascorrere un periodo, durante l’inverno del 1949, nella casa dei nonni al mare, a Miami Beach: era là in villeggiatura e passava i suoi giorni seduto su una sedia da mare sulla sabbia, pensando a come rendere il codice Morse utilizzabile allo scopo. Proprio durante uno di questi giorni, apparentemente persi nel vuoto di una ricerca sterile e totalmente sui generis per oggetto e modalità di indagine (in fondo a cosa poteva servire stare in spiaggia a rimestare pensieri invece che andare in laboratorio?), ecco il fatto inaspettato. Woodland sporgeva un braccio dalla sedia e allungava le sue dita, facendo strisce nella sabbia più o meno larghe, a seconda del dito o della forza con cui la solcava. Giocherellava. Ma a un certo punto, l’illuminazione: realizzare un codice Morse bidimensionale, con righe al posto dei punti e barre al posto dei trattini! Quello che serviva a quel punto era sviluppare una tecnologia ad hoc per la lettura precisa delle sequenze chiaro-scuro.

Oltre a questo problema, che necessitò complessivamente un ulteriore lavoro di ben 25 anni, compresa l’attesa per lo sviluppo della tecnologia laser e di riconoscimento ottico adeguate, Woodland dovette realizzare gran parte del lavoro senza il suo compagno dell’inizio, perché Silver morì in un incidente d’auto a soli 38 anni, senza avere la possibilità di vedere cosa sarebbe nato dalla loro intuizione. Che si rivelò epocale: la diffusione del codice a barre è infatti tale che nel nostro moderno mondo occidentale risulta ormai impossibile anche solo pensare di rinunciarvi: si stima che ogni giorno mediamente cinque miliardi di oggetti vengano riconosciuti da scanner ottici. Se non ci fosse il codice a barre, i tempi di registrazione degli articoli si dilaterebbero, ma questo non sarebbe l’unico inconveniente, perché le possibilità di errori nelle battiture a mano crescerebbe drammaticamente, con un danno soprattutto per chi gestisce i magazzini. La realtà è che i codici a barre ormai identificano pressoché tutti gli articoli e gli oggetti intorno a noi, dai vestiti ai generi alimentari, dai libri ai medicinali, ed è una rivoluzione che non accenna certo a fermarsi: esistono diversi standard di codici a barre, come il codice a due dimensioni Datamatrix, che arriva a 3.116 caratteri in un quadratino di pochi millimetri di lato, o il QR Code, leggibile dagli smartphone, che può incapsulare più di 7.000 caratteri numerici o quasi 4.300 caratteri alfanumerici. E altri se ne stanno realizzando. I 65 anni di storia del codice a barre è un successo inarrestabile, che ci dice ancora una volta che le innovazioni sono tali quando rispondono in modo semplice a un’esigenza concreta e a volte inespressa, aprendo lo spazio a un progresso tangibile e diffuso. E paradossalmente, tanto più una invenzione ha successo, tanto più tende nel tempo a “scomparire”, diventando un dato quasi ovvio.
Così è per il codice a barre, ormai per noi “invisibile” compagno di tutto quello che acquistiamo, nato per una imprevedibile circostanza, che ci insegna che quando si sta cercando la risposta a un problema, anche un piccolo gesto o un avvenimento a prima vista poco significativo possono aiutare a trovare la soluzione tanto agognata, suggerendo strade nuove e non ancora pensate. L’importante è scrutare ogni possibile suggerimento che il reale ci offre, come fece Woodland, scrutando il mare, comodamente assopito sulla sua sedia da spiaggia.



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