AMBIENTE / Un mare di microplastiche minaccia i mari (anche il Mediterraneo)

- Marco Faimali

Nuove forme di inquinamento marino sono oggetto di studio e mostrano scenari inaspettati legati alle loro minuscole dimensioni, PAOLO FAIMALI racconta le microplastiche

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(InfoPhoto)

L’inquinamento dell’ambiente marino è uno dei grandi problemi che l’uomo moderno ha dovuto e deve affrontare. Tutto prima o poi finisce in mare. Il ciclo dell’acqua, il grande fluido vitale del pianeta, comincia e finisce in mare concentrando in esso tutti gli inquinanti incontrati durante il suo lungo percorso. Nuove forme di inquinamento, fino ad ora ancora troppo sottovalutate, sono finalmente oggetto di studio e mostrano scenari abbastanza inaspettati legati alle loro minuscole dimensioni. Le microplastiche sono una delle nuove e preoccupanti forme ‘invisibili’ di inquinamento marino delle quali non si conosce ancora il reale destino ambientale. L’inquinamento marino da plastica è un problema che esiste da molto tempo. Come evidenziato da un report tecnico pubblicato nel 2012 dal CBD (Convention on Biological Diversity), che ha esaminato lo stato attuale delle conoscenze degli effetti dei rifiuti marini (marine litter) fornendo una preliminare valutazione dell’impatto sugli ecosistemi e la biodiversità, i rifiuti di plastica sono stati identificati come uno dei rischi globali al pari dei cambiamenti climatici, l’acidificazione degli oceani e la perdita di biodiversità. Sono circa 260 i milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno, dei quali circa il 10 % finiscono in mare. Circa l’80% dei rifiuti macroscopici in mare aperto e sulle coste è infatti costituito da rifiuti di plastica.

Questi macro-rifiuti galleggianti (46.000 pezzi di plastica galleggianti in ogni miglio quadrato di oceano!) formano un vero e proprio “mare di plastica” responsabile, in un primo tempo, di una vera ecatombe di uccelli, rettili e mammiferi marini. Secondo i dati del sono oltre 267 le specie marine che presentano nei loro stomaci rifiuti di plastica. Sfortunatamente questi pezzi di plastica sono inevitabilmente destinati a degradarsi nell’ambiente marino frammentandosi in micro-particelle di dimensioni variabili tra gli 0,3 e 5 mm, le ‘microplastiche’, un problema di cui si è sempre parlato poco ma che sta finendo sotto la lente d’ingrandimento degli operatori di settore e della Comunità Europea che ha lanciato in questi giorni un bando internazionale cofinanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) per incrementare le conoscenze sugli effetti delle microplastiche negli ambienti marini. I ricercatori dovranno proporre progetti in grado di convalidare e armonizzazione i metodi di analisi; individuare e quantificare le microplastiche nell’ambiente marino e studiarne gli effetti ecotossicologici sugli organismi che in esso vivono. Anche la situazione del Mediterraneo è allarmante: oltre al 70 % dei rifiuti che invadono il Mare Nostrum è costituito da plastiche e il valore medio di particelle di microplastica per metro cubo (>0,36 particelle/m3) è simile a quello riscontrato nelle isole di spazzatura che galleggiano nell’Oceano Pacifico.

Questi microframmenti, che nel tempo possono diventare anche di dimensioni inferiori (nanoframmenti), possono arrivare attraverso la catena trofica, fino ai nostri piatti? Le microplastiche impattano pesantemente sul plancton e quindi, a cascata, sugli organismi marini che di esso si nutrono. In particolare, oltre ai piccoli organismi filtratori, anche i grandi cetacei sono minacciati da questi micro-inquinanti. La balenottera comune, uno dei più grandi filtratori al mondo di acqua marina, specie a rischio di estinzione, è risultata contaminata in modo preoccupante dagli “ftalati”, i derivati più nocivi della plastica che hanno la capacità di interferire sulle capacità riproduttive (interferendo con il sistema endocrino). A questi risultati è giunto recentemente uno studio tutto italiano, che ha verificato la presenza di microplastiche nel plancton e nelle balenottere, attraverso analisi tossicologiche effettuate su campioni di grasso sottocutaneo. È assolutamente indiscutibile che molti animali sono a serio rischio di sopravvivenza per colpa dei rifiuti plastici (vedi galleria degli orrori); ma altri, tuttavia, sfruttano la plastica per prosperare come mai era successo nella loro storia recente.

Alcuni animali infatti sembrano non badare minimamente al problema, sfruttando i materiali plastici galleggianti come nuovi substrati adatti a deporre le uova o come sistema di trasporto a basso costo energetico per colonizzare nuovi ambienti (trasporto di specie aliene) aumentando la loro possibilità di successo come singola specie. La realtà è che la plastica, solo per il fatto di essere tale, non sembra essere letale per la maggior parte degli animali e sono ancora pochi gli studi in grado di certificare gli effetti dannosi delle microplastiche Non è del tutto corretto, quindi, affermare che la plastica stia distruggendo ogni forma di vita marina come spesso molti ‘ecologisti isterici’ tentano di farci credere. È corretto supporre, invece, che la ‘plastisfera’ questo sesto continente artificiale estremamente esteso e invisibile (l’isola che non c’è) stia alterando l’equilibrio degli ecosistemi e avrà sicuramente un forte impatto sulla biodiversità marina. L’evoluzione del fenomeno deve essere ancora studiata nel dettaglio valutandone con criteri scientifici le reali e specifiche potenzialità di rischio ambientale senza generare inutili scenari eco-catastrofici che forniscono un immagine alterata della situazione dei nostri mari.

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