MEMORIA/ Per ricordare ci serve un archivio ben ordinato e due “laser”: i nostri occhi

- Paolo Floriani

Un gruppo di ricerca ha studiato come organizziamo i dati nella nostra memoria individuando le modalità attraverso cui ricordiamo qualcosa. Commento di PAOLO FLORIANI

cranio-cervello
Immagine di archivio

Le possibilità di studiare i nostri comportamenti cognitivi stanno crescendo giorno dopo giorno e le scoperte si susseguono. Ci sono apparecchiature, ad esempio, che consentono di seguire gli spostamenti dei nostri occhi e durante una serie di osservazioni per poi collegare tali spostamenti ai processi mentali che hanno guidato o sono susseguiti alle osservazioni. Una apparecchiatura come la EyeSeeCam vHIT si presta per eseguire test impulsivo cefalici (Head Impulse Test – HIT), misurando il riflesso oculo-vestibolare, cioè quella reazione spontanea che coinvolge il vestibolo e gli occhi e ci permette, ad esempio, di tenere a fuoco un oggetto che stiamo fissando anche mentre la testa si muove.

Una EyeSeeCam è un sistema che comprende una sorta di maschera, molto leggera e non fastidiosa, una videocamera ad alta velocità, un computer e un software specifico: con questo sistema si può eseguire una visualizzazione simultanea del movimento della testa e dell’occhio ed compiere una analisi in tempo reale dei dati che vengono poi rappresentati graficamente. È applicando un sistema del genere che un gruppo di ricerca del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Università di Zurigo, ha potuto studiare come organizziamo i dati nella nostra memoria e ha individuato la modalità con cui andiamo a recuperarli quando dobbiamo ricordare qualcosa.

I risultati della ricerca sono descritti in un articolo pubblicato sulla rivista Cognition (Keeping an eye on serial order: ocular movements bind space and time), dove gli autori – Luisa Girelli e Luca Rinaldi, rispettivamente associato di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica e dottorando di ricerca presso l’ateneo milanese – spiegano anche la situazione sperimentale che ha prodotto tali risultati. I ricercatori hanno analizzato, mediante occhiali speciali della EyeSeeCam, i movimenti spontanei degli occhi di alcuni soggetti sia nella fase di memorizzazione sia in quella del ricordo di informazioni della cosiddetta memoria di lavoro, quella a breve termine. Più precisamente, hanno chiesto a dieci partecipanti al test di memorizzare una sequenza di cinque numeri, che comparivano uno alla volta al centro di uno schermo che avevano di fronte. Poi, hanno mostrato loro altri numeri (da 1 a 10) e hanno chiesto ai partecipanti di indicare verbalmente se questi facessero o meno parte della sequenza memorizzata. Infine, in un’ultima fase, i partecipanti hanno dovuto ripetere i numeri verbalmente, secondo l’ordine di memorizzazione.

Dall’analisi dei movimenti oculari è emerso che i partecipanti ricorrevano a una strategia visiva ben definita per ricercare nella memoria le informazioni. In particolare, gli occhi si muovevano da sinistra a destra in base alla posizione del numero da ricordare. Verrebbe quindi confermata l’ipotesi che il nostro cervello memorizza le informazioni sistemandole ordinatamente da sinistra a destra e che quando dobbiamo recuperarle dalla memoria, esploriamo lo spazio mentale muovendo gli occhi nella stessa direzione. La ricerca conferma che il nostro cervello ricorda con più facilità le informazioni se le memorizza organizzandole così, appunto da sinistra a destra: come se fosse lo scaffale di una biblioteca dove i volumi dell’enciclopedia sono sistemati secondo un ordine prestabilito.

«Questi risultati – spiegano i due autori dello studio – mostrano come il nostro cervello si avvalga di strategie visuo-spaziali per codificare e rappresentare dell’informazione puramente verbale. L’informazione memorizzata, infatti, viene rappresentata spazialmente dal nostro cervello e gli occhi orienterebbero la nostra attenzione proprio lungo tale rappresentazione. Sembrerebbe dunque che gli occhi vengano utilizzati come uno strumento attivo per ricercare nella memoria informazioni recentemente apprese e disposte in “scaffali” spazialmente ordinati».

E in questa loro attività, i nostri occhi funzionano come due puntatori laser, che cercano le informazioni nella mente andando a fare una scansione di oggetti disposti ordinatamente secondo un preciso andamento. I risultati della ricerca sembrano quindi suggerire non solo che le sequenze ordinate sono organizzate spazialmente nella nostra memoria, ma che muoviamo gli occhi anche per esplorare lo spazio mentale.

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