AMBIENTE/ L’isola che c’è ma non si vede…

- Marco Faimali

Da anni ci imbattiamo in articoli che raccontano di queste famigerate “isole di plastica”, un arcipelago di isole fluttuanti chiamate anche Pacific Trash Vortex. MARCO FAIMALI

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Il laboratorio didattico al Festival della Scienza di Genova (credit: Sergio Maggio ISMAR)

Seconda stella a destra

questo è il cammino

e poi dritto, fino al mattino

poi la strada la trovi da te

porta all’isola che non c’è

L’isola dove vorrei portarvi è un’isola tanto ostentata quanto invisibile. Da anni ci imbattiamo in articoli che raccontano di queste famigerate “isole di plastica”, un arcipelago di isole fluttuanti chiamate anche Pacific Trash Vortex, costituite da un enorme ammasso di materiali plastici che si è formato nella regione settentrionale dell’Oceano Pacifico per via di una specifica combinazione di venti e correnti marine. Nell’immaginario collettivo, anche grazie alle suggestioni della rete, queste isole vengono descritte come dei veri e propri “continenti di plastica” che galleggiano in una serie di vortici di spazzatura di dimensioni incredibili. Esistono tantissimi articoli che descrivono questo fenomeno e qualcuno ha definito come “il sesto continente” un’area di 2500 chilometri di diametro, suddivisa in due “isole di rifiuti” che si concentra tra Giappone e le Hawaii, formando una superfice delle dimensioni paragonabili all’intero territorio del Canada. Anche se gli articoli sono ospitati dalle più grandi riviste scientifiche, politiche e di attualità, se cercassimo delle immagini reali di queste isole di plastica rimarremo profondamente delusi. 

“Forse questo ti sembrerà strano

ma la ragione

ti ha un po’ preso la mano

ed ora sei quasi convinto che

non può esistere un’isola che non c’è”

Provate a digitare in rete qualsiasi parola chiave di riferimento, cercando anche per immagini, ma non ne troverete nessuna indiscutibilmente riconducibile a questo fenomeno, che per la sua estensione dovrebbe essere facilmente visibile anche banalmente con Google Map. Sono presenti centinaia di schemi, disegni, rappresentazioni grafiche dei diversi “Trash Vortex” ma nessuna in grado di mostrare senza ombra di dubbio queste gigantesche isole artificiali.

Una delle fotografie più celebri è quella di un uomo che naviga in canoa in uno specchio d’acqua interamente ricoperto da rifiuti; ma in realtà è stata scattata nei pressi del porto di Manila, da tutt’altra parte del pianeta rispetto all’isola di plastica del Pacifico. Ma allora quale è la verità? Sono solo suggestioni dei media? Campagne di ecologisti isterici? No. Decisamente no…ma questo atteggiamento superficiale nell’utilizzo delle informazioni da parte dei media non ha fatto altro che alimentare interpretazioni sempre meno corrette sul reale impatto della plastica nei nostri oceani, creando spesso vere e proprie “leggende marine”. 

“E a pensarci, che pazzia

è una favola, è solo fantasia

e chi è saggio, chi è maturo lo sa

non può esistere nella realtà!….”

In effetti dovremmo essere seri, maturi, razionali ed avere il coraggio di dire che l’isola di plastica non esiste – è un isola che non c’è! – almeno nel modo in cui ci viene spesso rappresentata dai media. Quella che è stata definita “isola” non è altro che un vastissimo e dinamico ammasso di milioni di frammenti grandi pochi millimetri che ricoprono circa 5000 km quadrati di oceano. Ci sono anche oggetti di medie dimensioni, come bottiglie e sacchetti, ma la maggior parte della plastica è quasi invisibile ad occhio nudo (microplastiche) e lo è anche agli occhi elettronici dei satelliti. Per intenderci la loro densità in mare è paragonabile a quella di una manciata di mentine sparse su campo di calcio. È vero, quindi, che esistono aree negli oceani altamente invase da rifiuti di plastica ma non aspettiamoci di vedere un enorme isola galleggiante composta da bottiglie, pneumatici e sacchetti che minacciosamente ruota verso le nostre coste perché rimarremmo profondamente delusi.

La maggior parte della plastica in mare è destinata a diventare “microplastica”, una tipologia di inquinamento per molto tempo sottovalutata, che ora è finalmente oggetto di studi che evidenziano scenari abbastanza inaspettati legati alle microscopiche dimensioni di questi frammenti (inferiori a 5 mm). Ma il fatto che “l’isola di plastica” non è come l’abbiamo immaginata non significa che non esista e che dobbiamo sottovalutare il gravissimo problema dei rifiuti solidi in mare. 

“E ti prendono in giro

se continui a cercarla

ma non darti per vinto perché

chi ci ha già rinunciato

e ti ride alle spalle

forse è ancora più pazzo di te…” 

La plastica è preponderante nella nostra vita. La sua produzione a livello globale supera i 300 milioni di tonnellate all’anno che è all’incirca il peso di 54 milioni e mezzo di elefanti africani!! In breve tempo la plastica diventa rifiuto e, purtroppo, circa 8.000.000 di tonnellate finiscono inevitabilmente nel grande serbatoio del pianeta: il Mare. I rifiuti plastici in mare si degradano diventando sempre più piccoli; quando sono al di sotto dei 5 mm vengono definiti “microplastiche” e rappresentano una seria minaccia per l’ecosistema marino. Possono avere effetti diretti sugli organismi, in caso di ingestione, oppure secondari, come quelli legati alle sostanze chimiche che possono essere adsorbite e concentrate dalla loro superficie. Le “isole di microplastiche” sono quindi una delle nuove e preoccupanti forme “invisibili” di inquinamento marino della quale non si conosce ancora il reale impatto ambientale.

Per questo motivo alcuni Ricercatori dell’Istituto di Scienze Marine (ISMAR) del Cnr, oltre a studiarne la distribuzione ed il potenziale di impatto ambientale, dedicano anche molte energie per aumentare la consapevolezza del problema dell’inquinamento da microplastiche organizzando diversi eventi di comunicazione e divulgazione. Così nasce il Laboratorio didattico “Mi inSegni dove finiscono le plastiche?” recentemente realizzato per l’ultima edizione del Festival della Scienza di Genova grazie alla stretta collaborazione di ISMAR con l’acquario di Genova, ARPA Liguria, Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Università Politecnica delle Marche, AMIU e le Aree Marine Protette di Portofino e Bergeggi. Il laboratorio è un viaggio interattivo per capire quello che spesso guardiamo ma non “vediamo”: le microplastiche. Con strumenti e la guida dei ricercatori, i partecipanti hanno condiviso il complesso viaggio della plastica nel nostro pianeta scoprendo l’inconsapevole ruolo che ognuno di noi ha nel processo che sta trasformando il nostro mare …in un mare di microplastica.

Inoltre, attraverso esperienze pratiche per comprendere come si effettuano i monitoraggi e come si quantifica la contaminazione; con l’aiuto di microscopi, lo sguardo è stato rivolto al “micro” mondo per individuare i segni che le microplastiche lasciano sugli organismi marini e per comprendere come queste possano rappresentare una reale minaccia anche per l’uomo. Il laboratorio ospitato dall’Acquario di Genova, ha fornito l’occasione per riflettere su una problematica con la quale conviviamo quotidianamente ma alla quale, troppo spesso, non prestiamo la giusta attenzione. La realizzazione di una installazione artistica collettiva di forte impatto visivo, ha posto l’attenzione sull’utilizzo responsabile della plastica che non deve essere demonizzata ingiustamente. Non è la plastica il reale problema ma è solo l’uso che ne abbiamo fatto e le scelte che faremo per poterla utilizzare in modo sostenibile.

Sono ancora pochi gli studi in grado di certificare gli effetti dannosi delle microplastiche. Non è del tutto corretto affermare che la plastica sta distruggendo ogni forma di vita marina. È corretto invece evidenziare che la “micro-plastisfera”, questo sesto continente artificiale estremamente esteso ed invisibile (l’isola che non c’è), sta alterando l’equilibrio degli ecosistemi con un forte impatto sulla biodiversità marina. L’evoluzione del fenomeno deve essere ancora studiata nel dettaglio valutandone con criteri scientifici le reali e specifiche potenzialità di rischio ambientale senza alimentare inutili scenari eco-catastrofici che forniscono un immagine alterata della situazione dei nostri mari.

“E non è un’invenzione

E neanche un gioco di parole

Se ci credi ti basta perché

Poi la strada la trovi da te……

…..porta all’isola di plastica”… che forse c’è”.

 

(Le citazioni sono tratte dal testo della canzone di Edoardo Bennato L’isola che non c’è – Sono solo canzonette, 1980)

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