SCUOLA/ Minimo sforzo, accontentare tutti: l’eredità di uno strano esame di Stato

- Andrea Burzi

Bisognava fare sì che il colloquio fosse un dialogo tranquillo, senza fatica, senza obiezioni, senza complessità, senza domande. Gli appunti di un docente a maturità conclusa

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Colloquio di maturità allestito in un gazebo all'aperto (LaPresse)

Non ci sono dubbi sul fatto che l’esame di Stato di quest’anno si sia svolto in una situazione eccezionale e con modalità eccezionali. Però non sarebbe la prima volta che ciò che nasce come provvisorio diventi definitivo o quantomeno continui in qualche modo a proiettare i propri effetti anche tornati alla normalità. A causa di questa preoccupazione ho preso l’occasione di una relativamente fresca mattina di luglio nella quiete della Fantina per appuntare qualche nota ad esami quasi ultimati.

La principale differenza rispetto agli anni scorsi, oltre al fatto che l’esame è stato preceduto da quasi tre mesi di didattica a distanza, è stata l’assenza delle prove scritte. Assenza che, nella stragrande maggioranza dei casi, ha favorito gli studenti, specialmente i più deboli, che non hanno dovuto confrontarsi col problema dello scripta manent. Ma se questa anomalia – beninteso quest’anno assolutamente opportuna – sarà presumibilmente revocata il prossimo anno, il clima in cui si sono svolti gli esami di quest’anno potrebbe invece esercitare i suoi effetti a lungo.

Dal ministero in giù questa tornata di esami è stata contrassegnata dalla preoccupazione, ancora maggiore che negli anni scorsi, di non mettere a disagio i candidati. I presidenti, nella conferenza che abitualmente prelude lo svolgimento degli esami, sono stati richiamati più volte alla necessità di far sì che il colloquio fosse un dialogo tranquillo e non un’interrogazione ansiogena e che i candidati si sentissero a loro agio. Di conseguenza questa è stata la prima indicazione che è arrivata alle commissioni fin dal giorno dell’insediamento.

All’atto pratico nella mia scuola questo si è tradotto in colloqui spesso orientati al minimo sforzo, dove davvero ci accontentavamo di poco. Non solo era impensabile affrontare la complessità, ma talvolta il solo sfiorarla andava evitato per non mettere in difficoltà lo studente. Mi è capitato di essere ripreso dalla presidente per aver fatto notare ad un candidato che aveva detto una bischerata (nel caso specifico che Montale aveva aderito al fascismo). È accaduto che una collega rispondesse al posto della studentessa quando ha ritenuto che un argomento proposto, attiguo fra la mia e la sua materia, fosse troppo complesso e suscettibile di emozionare la candidata, la quale si era in effetti già messa a piangere due o tre volte durante il colloquio.

Si è anche verificato che qualche studente abbia equivocato i tanti “bravo, bene, avanti così” che gli sono stati rivolti non come un incoraggiamento, quale volevano essere, ma come un giudizio positivo sul colloquio e che poi si sia meravigliato davanti ad una valutazione non alta come si sarebbe aspettato.

Non ho il minimo dubbio sul fatto che gli studenti debbano essere trattati con correttezza e sempre rispettati, in particolar modo quando sono timidi e sensibili,  ma mi domando se sia giusto evitar loro ogni difficoltà anche in sede d’esame, quando nella vita di scogli da affrontare ne troveranno eccome, a partire dall’ingresso nel mondo del lavoro.

Ancora più in generale mi domando se sia giusto che l’esame di Stato, un tempo rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, debba ridursi ad una mera ricapitolazione generale e generica di quanto appreso nell’ultimo anno (questo di fatto è quasi sempre stato, al di là delle intenzioni ministeriali e delle commissioni) e non debba invece quantomeno provare ad affacciarsi su un mondo sempre più interconnesso, complesso e in rapida mutazione. Colloqui d’esame di Stato degni di questo nome ci sono stati, ma limitatamente ad un numero di studenti per classe per contare i quali bastano e avanzano le dita di una mano.

Il risultato di tutto ciò sono stati tabelloni finali con voti non bassi, in alcuni casi inopinatamente alti rispetto all’effettivo spessore culturale dei candidati, nessun 60 o quasi perché avrebbe significato “saresti da bocciare ma ti do una spinta” e con qualche 100 di troppo che finisce per svilire il valore del voto massimo.

Posso sostenere in tutta franchezza di avere un rapporto cordiale e proficuamente dialogante con i miei studenti, beninteso nel rispetto delle differenze di ruolo, ma non mi ero reso conto di avere nelle mie classi un livello così alto come quello che in teoria risulta dalla lettura dei tabelloni con gli esiti finali degli esami.

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