SCUOLA/ Un prof: quei volti pieni di gratitudine salvano anche questa “maturità”

- Alberto Bonfanti

La maturità rimane un momento importante per gli studenti, ma anche per i docenti. I primi manifestano un orgoglio e una serietà che a volte diviene vera gratitudine

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Esame di Stato in una scuola di Bergamo (LaPresse)

Caro direttore,

anche quest’anno sono impegnato negli esami di maturità. Questi esami, fatti per fortuna in presenza, sono però molto cambiati a causa del Covid-19.

L’atmosfera è strana: mascherine, igienizzazione dei banchi, dei computer… ma sopratutto pesa l’assenza degli amici, dei compagni di classe che puntuali venivano ad assistere e con la loro gioiosa presenza contribuivano a rendere speciale questo momento.

Si possono fare diverse osservazioni sulla relativa facilità della prova, ridotta al solo orale, che genera discussioni inutili tra i docenti circa i voti troppo alti. Si può valutare l’effettiva utilità di questa prova, ma io vorrei soffermarmi sui volti dei ragazzi in cui mi imbatto.

Mi colpisce sempre l’emozione che i ragazzi provano durante l’esame. È l’emozione di chi si trova di fronte per la prima volta ad una prova “pubblica” in cui è messo in gioco lui stesso e non solo le proprie conoscenze acquisite. Ma oltre all’emozione scopro anche l’orgoglio e la serietà con cui vogliono mostrare la loro crescita umana e culturale; si evidenziano nel loro volto le attese e le speranze per quel futuro che si sta aprendo davanti a loro e che contribuiscono a delineare con le loro scelte.

Non è neanche scontato scoprire negli studenti la gratitudine per noi insegnanti che li abbiamo accompagnati in questo percorso: “grazie prof per quello che mi ha detto quel giorno che al momento mi ha fatto molto arrabbiare ma che poi mi ha cambiato!”; “nel salutarvi vorrei ringraziarvi non solo per le nozioni che mi avete trasmesso ma per quello che mi avete testimoniato!”.

In molti sorge il desiderio di costruire qualcosa di grande. Ieri un ragazzo, non riuscendo a trattenere le lacrime, ha detto: “vorrei fare ingegneria biomedica per contribuire ad aiutare chi ha bisogno perché ho scoperto che donare senza pretendere di ricevere è la cosa più bella che mi è stata insegnata e vorrei contribuire a dare ciò che ho ricevuto”.

Sono spettatore di questa umanità che, in un tornante decisivo della vita, si pone a parole ma soprattutto con il proprio atteggiamento le domande più significative riguardo al proprio futuro e al proprio destino.

Ascoltandoli e salutandoli mi torna spesso in mente la frase di Plutarco che campeggia sulle scale di Portofranco (centro di aiuto allo studio gratuito per gli studenti delle scuole medie superiori): “i ragazzi non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere” e scoprendoli “accesi” sono lieto per loro e fiero, se in un qualche modo io e miei colleghi abbiamo contribuito ad accenderli. Certo è che sicuramente loro, con tutta la loro umanità, hanno contribuito a tenere acceso in me, in noi il desiderio di comunicare con la nostra persona e con la nostra materia quella verità, quel gusto di vivere che tutti ricerchiamo.

Allora come si fa a non dire che, nonostante tutti i limiti che la scuola presenta, insegnare il lavoro più bello del mondo?

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