SCUOLA/ Agli studenti non serve un macchinista, ma un padre

- Valerio Capasa

A scuola ormai è come essere su un treno che corre ma che si svuota, perché i ragazzi non ce la fanno più. Serve un atto rivoluzionario: leggere

scuola_studenti_1_lapresse_2015 (LaPresse)

Alla fine il treno era arrivato dove doveva arrivare. Complimenti al conducente! E dire che aveva accumulato un ritardo pazzesco. “Siamo indietro”, si lamentavano tutti. E tutte quelle fermate ancora da fare… Un tunnel lunghissimo, tra l’altro, l’aveva costretto a procedere a singhiozzi per circa un terzo del tragitto, e la distanza era aumentata. D’un tratto, però, aveva ripreso a sferragliare. Certo, alcune stazioni aveva dovute saltarle, in altre si era fermato troppo poco. Vista Napoli dal finestrino? Tre minuti e si riparte, che dobbiamo passare in fretta da Roma, dove è pronta la coincidenza per Firenze.

Comunque il programma era stato rispettato. Peccato che, alla fine, il treno fosse praticamente vuoto. Qualcuno, che pure aveva cominciato in prima classe, un giorno era sceso e non era mai più salito. Lo davano per disperso. Un po’ tutti provavano nausea per quella corsa sfrenata, il magone assaliva il vagone. Chi era rimasto diligente al suo posto non riusciva a prendere pace, perché s’intromettevano a tutte le ore disturbi di ogni genere, che secondo le intenzioni avrebbero dovuto ampliare l’offerta dell’azienda: controlli, pubblicità, venditori ambulanti.

A guardarlo bene, era identico alla scuola. Anche se i ragazzi non reggono il ritmo, si spengono, si inebetiscono, l’importante è andare avanti (chi poi? il programma o gli studenti?). Manzoni veloce veloce, l’abbiamo fatto già in seconda, il Canto notturno finitevelo a casa. Kant, Hegel, Marx, Feuerbach, Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Freud tutti d’un fiato. Nazionale italiana col modulo 3-4-3: in difesa la vecchia guardia, Leopardi-Manzoni-Verga; centrocampo decadente: Pirandello-Svevo-Pascoli-d’Annunzio; tridente offensivo: Ungaretti-Montale-Calvino. Panchina lunga, lunghissima: Saba, Pavese, Pasolini, Fenoglio. Dimenticavo: Dante in porta (poco impegnato, quasi per nulla: fermo ancora sulla porta dell’inferno). Come si fa a ficcare nella testa tutta questa roba?

Sembra che ci corrano dietro. Forse dei cani, non è chiaro. Sarà un mastino chiamato Ministero o un bulldozer di nome Dipartimento. Dieci materie per me non posson bastare: aumentiamole. Magari con la settimana corta e il doppio turno. Al Ptof aggiungiamo Pon, Pcto, Clil, B1, B2. Gonfiamoli come polli dopati dagli steroidi. Stordiamoli di iperstimolazioni e obesità mentale. E sai per quale nobile motivazione pedagogica? Perché altrimenti, se non arriviamo fino a Bin Laden e alle disequazioni di trentaseiesimo grado, il mio collega che verrà da esterno all’esame di Stato cosa dovrà pensare di me, quando ci incroceremo sotto l’ombrellone del lido privato?

Sfreccia, allora, treno, più rapido che puoi, perché partendo da Seneca dobbiamo fiondarci ad Agostino, passando per Petronio, Persio, Giovenale, Lucano, Plinio il giovane e pure il vecchio, poi Marziale, Quintiliano, Tacito, Apuleio. Non potremo fermarci troppo a lungo: un po’ dalle sintesi, un po’ dagli appunti, ingurgitiamo in pillole tre romanzi, due commedie, un saggio e quattro novelle di Pirandello, un’ora basta e avanza per Primo Levi, tanto è abbastanza famoso. Voi tre andate su Google e la settimana prossima presentate l’ermetismo; un altro gruppo fa il neorealismo. Così alla fine dell’anno vedremo chi ce l’ha più lungo: il programma, ovviamente…

Pausa fiabesca: “Il treno ha scocciato”

C’era una volta un conducente di treno, il quale una mattina si accorse che quanti si buttavano giù non lo facevano per visitare qualche città, ma perché non ne potevano più. Anzi, una città non l’avrebbero mai vista, non volevano vedere più niente, e voltavano ormai le spalle a ogni bellezza. Gli venne in mente, allora, che quello che stava guidando, in effetti, non era un treno, bensì un pullman da viaggio, di quelli che concordano con i passeggeri la meta e il percorso. Paestum e Pompei, per esempio.

Sì, si poteva anche scegliere. I suoi colleghi si ostinavano a voler attraversare – almeno sulla carta – tutti i paesi della penisola, in preda a raptus enciclopedici, ma stranamente non si accorgevano che, sostando a Roma soltanto un giorno, avanzava giusto un quarto d’ora per i Musei vaticani, durante i quali la guida pretendeva di winzippare una valanga di informazioni nella testa di turisti mormoranti di noia e di fame.

Ci si poteva calmare. L’obiettivo non era vomitare qualche informazione su mille città, ma suscitare la passione per i viaggi. Bastava stare un po’ di tempo in qualche bella città, insegnare a guardarla, impastarli di radici profonde, e il risultato sarebbe stato incomparabilmente migliore: sarebbero cresciuti dei viaggiatori curiosi, che magari avrebbero a poco a poco scoperto altre meraviglie.

Sì, colleghi docenti, nessun cane ci corre dietro. Forse sono i conducenti a esserlo diventati. Programmi non ne esistono più da anni. A esserci, invece, sono questi ragazzi, che ingozziamo senza lasciargli il tempo per conoscere, per fare domande, per venire fuori: ve ne siete accorti?

Per leggere un libro ci vuole un mese, mentre in un mese dovete spicciarvi a togliervi davanti quattro autori. Dai paragrafi, ovviamente, che sono il barbatrucco della letteratura. Cineserie, agrumi spagnoli, sushi polacco. Non c’è tempo di aspettare la maturazione delle olive, delle arance, della mente umana. Memorizzare, ripetere ad alta voce, fare schemi, interrogazioni programmate, nodi concettuali, educazioni civiche, simulazioni, test d’ingresso…

Sequel della favola

Una mattina il docente che non si sentiva performante macchinista ma conducente di un pullman entrò in classe e scoprì l’acqua calda: leggere era bellissimo. Non più il doppio binario di spiegazioni e verifiche, ma semplicemente leggere. Solo per capire, per capire insieme. Era un’arte umile, rigorosa, senza fondo, sconosciuta.

Si accorse allora che non era neanche un autista di pullman: era un padre. E un padre può cambiare programma. Se una figlia, per esempio, avesse un attacco di diarrea, rimanderebbe coscienziosamente il viaggio. Capri merita, ma in un pomeriggio non si riesce a godersela, e dargli un’occhiata in cartolina non è la stessa cosa. Merita anche Caproni, anche le località fuori rotta, come Buzzati e il mare di Taranto. In Medio Oriente c’è Dubai ma anche Calcutta, il Dialogo della Natura e di un Islandese non è l’unica operetta morale di Leopardi (Colombo e Gutierrez è stupenda, per esempio), e Verga potrebbe aver scritto anche altre novelle oltre a Rosso Malpelo. Basterebbe solo leggere Di là del mare o Il canarino del N. 15, ma cosa ne sanno i ripetitori di manuali che non hanno mai messo piede né mano in qualcosa di reale?

Un padre, sapete, può addirittura decidere insieme ai figli. Viaggi su misura, non più imposti da una ditta. Altro che galoppate! Pazienza cognitiva ci vuole. Puoi fare due autori oppure quindici: se non hai suscitato un lettore, il programma te lo stai facendo da solo.

“Tu quanti autori fai?”. Invertiamo la domanda: quanti lettori fai? Sono i nostri ragazzi che devono arrivare a destinazione, non il tuo trenino vuoto.

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