SCUOLA/ Battere quell’insostenibile noia natalizia

- Roberto Ceccarelli

A scuola il Natale è sempre più vissuto in un clima di neutralità. Ma a a quali condizioni ha senso riproporre il gesto del presepe?

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Particolare di un presepe del Messico esposto nel 2016 al Centro culturale Rosetum di Milano (LaPresse)

Dialogando sulle varie attività di preparazione al Natale a cui sta partecipando nella scuola che frequenta, una liceale mi esprimeva tutta la sua insofferenza rispetto all’allestimento del presepe d’istituto, da lei considerato solo un noioso dovere da compiere per non incappare nel cattivo giudizio di alcuni suoi docenti e, quindi, nei rimproveri dei suoi genitori.

La conversazione con la mia giovane amica mi ha fatto venire in mente un video pubblicitario che gira in questi giorni prefestivi. La scena si svolge in una tipica situazione di riunione familiare natalizia; nonni, genitori, figli, tutti insieme intenti a scambiarsi abbracci, auguri e doni. A rompere questa “perfetta” armonia, una bambina, voltandosi verso lo spettatore con aria simpaticamente sconsolata, si lagna ripetutamente di non riuscire a sostenere l’insopportabile peso della noiosa circostanza. Questa viene redenta solo dall’avvenimento-dono del gadget tecnologico che permette di “svoltare il Natale” (sic), ripristinando l’allegria della famiglia, finalmente e allegramente unita sul divano a guardare un film, ovviamente natalizio.

Probabilmente non è la prima volta che in pubblicità si trasmette il messaggio di una certa disaffezione dei bambini ai riti degli adulti e comunque si tratta pur sempre di uno spot che, come tale, non va troppo caricato di significati eccedenti rispetto allo scopo, che è quello di vendere qualcosa a quanta più gente possibile. Per far questo occorre però fiutare l’aria che tira che, nello spot, sembra essere quella per cui il Natale, persino per i bambini che ne erano i maggiori protagonisti, già svuotato dal marketing di ogni riferimento “religioso”, non è neanche più il pretesto per consumare, ma solo una fastidiosa e incomprensibile eredità del passato, da cui vogliono essere liberati (“svoltare”) attraverso degli oggetti di consumo con cui distrarsi. Una vacua tradizione da cui emanciparsi.

Si tratta, ovviamente, di una voluta iperbole pubblicitaria. Fortunatamente non siamo ancora in questa situazione e la maggior parte dei bambini italiani, da Nord a Sud, continua a vivere questi giorni con grande attesa e come momenti “misteriosamente” attraenti ed eccitanti.

Ma forse per i più grandi qualche problemino c’è e non solo per il naturale disincanto della maggiore età. Non a caso, nella pubblicità in questione, è proprio un preadolescente a sovvertire il grigio e opprimente andamento della serata natalizia in famiglia, attivando il suo gadget.

E così, tanto per fare l’esempio della scuola, un’inchiesta di Skuola.net su un campione significativo di 11mila studenti delle medie e delle superiori, rivela che il Natale è vissuto sempre di più solo come opportunità per condividere momenti di festa e di condivisione con gli amici di classe. Per questo, allo scopo di favorire un clima di neutrale ed inclusiva partecipazione e vista la crescente presenza a scuola di giovani appartenenti ad altre culture e credi religiosi, si è disposti sempre di più a rinunciare a realizzare nelle scuole sia il presepe sia il più innocuo albero natalizio. In questo caso, la tradizione fa spazio non a dei consumi, ma ad un generico melting pot culturale che peraltro, rappresentando tutte le diversità in modo equivalente, di fatto le sopprime annullandole in un’astratta sintesi.

Di fronte a questa situazione, anche quando non rappresentano solo strumentali slogan identitari proclamati alla ricerca di facili consensi, gli appelli e gli aiuti economici, come quello della Regione Lombardia, per il recupero delle tradizioni popolari più antiche e “italiane” del Natale – prima fra tutte il presepe – pur espressi con buone intenzioni e risultando in alcuni casi efficaci sul piano di una mobilitazione pratica, possono alla lunga rivelarsi inutili sul terreno educativo. Né tanto di più valgono convegni e tavole rotonde preoccupate, dove si fantastica su un ritorno alle sane tradizioni di una volta.

Perché una tradizione, soprattutto cristiana, possa avere un reale valore educativo – sia cioè una proposta capace di destare esistenzialmente la coscienza del giovane come dell’adulto – deve essere viva, incarnata in un’autorità, una persona che possa rendere il passato un’esperienza possibile nel presente. Occorrono insomma dei padri. Tanto è vero che la mia amica liceale, a conclusione della nostra chiacchierata, mi confessava con un po’ di imbarazzo che, pur essendo ormai grande, è ancora contentissima di fare il presepe con il padre a casa sua come lo era da bambina.

Le tradizioni cristiane non si imparano sui libri né si difendono come bastioni ideologici, si vivono. “Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare” (Papa Francesco, Admirabile signum). La tradizione è viva se parla alla nostra vita, ci rimette di fronte alle grandi domande e ci indica la risposta: “Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo”. (ancora Papa Francesco).

Che grande gioia il Natale, allora! Essere di nuovo abbracciati, noi piccoli come quel bambino, dalla tenerezza di Dio evidente nei segni e, soprattutto, nei volti di chi ci è padre e amico, genera una gratitudine profonda e gioiosa.

L’alternativa a questo è attendere mestamente, grandi e piccoli, il prossimo gadget che ci liberi dall’insostenibile noia natalizia. Ma quanto reggerà al trascorrere degli anni?

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