SCUOLA/ Com’è dura sopravvivere quando lo Stato non rispetta le sue leggi

- Paolo Usellini

Il percorso per salvare la scuola è chiaro, da vent’anni: completare la 62/2000 sull’autonomia scolastica e individuare il costo standard per studente

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Ciò che oggi manca alla scuola pubblica in Italia non sono solo le risorse, un reclutamento diverso (degno di un Paese civile), la volontà prima di tutto politica di amare le giovani generazioni e permettere un domani migliore. Ciò che manca davvero è una visione globale, che metta al centro un sistema di istruzione capace di diventare laboratorio di ricerca continua, luogo di scoperta dei talenti, palestra di vita e di onestà.

In questi giorni, tutti all’insegna del motto “se non riparte la scuola non riparte il Paese” (che molti si vantano di dire senza neppure sapere cosa significhi), la verità è che non riparte un bel niente. E che siamo al dilettantismo puro. È questo l’esempio che intendiamo dare ai nostri ragazzi? È questo il futuro che vogliamo costruire?

Sulla scuola paritaria, poi, non parliamone: lo Stato promulga una legge (la 62 del 2000) e a vent’anni di distanza dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, non la rispetta. Lo Stato! Fosse capitato ad un normale cittadino sarebbe già in galera. Invece no, noi siamo ancora qui a discutere e a parlare come se non ci fosse un domani. Mentre nel resto dell’Europa i sistemi di istruzione viaggiano con la quinta marcia innestata, mettendo al centro l’alunno e non l’ideologia. Basti pensare alla laicissima Francia, dove i docenti della scuola paritaria sono pagati dallo Stato; nessuna scelta confessionale; un altro esempio viene dalla Repubblica Ceca, che come è noto è il Paese più ateo del mondo. Ma i genitori cattolici sono liberi di scegliere.

Ecco la verità: lo Stato non rispetta le proprie leggi, né i diritti che in via teorica riconosce.     

E se vogliamo anche fare qualche conticino in tasca, visto che la pandemia ci ha messo tutti in ginocchio, proviamo a riflettere su questi dati che ha snocciolato qualche tempo fa suor Anna Monia Alfieri. Un miliardo di euro: tanto serve per salvare la scuola pubblica, altrimenti il Governo e il Parlamento sanno bene che a settembre dovranno imporre tasse pari a 2,4 miliardi di euro (tanto costa perdere il comparto paritarie oggi) più 3 miliardi (tanto costa far ripartire la scuola pubblica). E non riparte condannando quelle migliaia di allievi poveri oggi non raggiunti dalla didattica a distanza, destinati a triplicarsi. O i 300mila disabili che vivono in una condizione di isolamento, destinati a vedersi ancor più isolati e con loro le famiglie (se non riparte la scuola in molte aree del Centro-Sud si consegnano i ragazzi alla mafia e alla camorra).

Il percorso è chiaro, da vent’anni: completare la 62/2000 sull’autonomia scolastica e individuare il costo standard per studente, affinché lo Stato risparmi in spesa pubblica e alle famiglie italiane sia data (sotto forma di bonus, detrazioni di imposta o qualunque altra formula) l’effettiva possibilità di scegliere tra buona scuola pubblica statale e buona scuola pubblica paritaria.

Ci sia consentita un’ultima considerazione sul reclutamento. Il balletto di patti e accordi avvenuti sul concorso straordinario (come si è bravi nel mondo della politica a mettersi d’accordo per sopravvivere) è ancora una volta irrispettoso nei confronti di chi, da anni, senza futuro garantito e con contratti annuali (oltre che da fame), salva la scuola dedicandoci anima e corpo. Come mai le regole in Italia non sono mai uguali per tutti? Sono stati immessi in ruolo infermieri e dottori neanche ancora laureati in questi mesi per fronteggiare l’emergenza. Ma la scuola non è in emergenza? Qualcuno si immagina cosa accadrà a settembre senza personale? Si proceda per titoli e la si pianti di giocare sulla vita delle persone. Tra l’altro: ma dove è finita quella clausola (anche l’Europa ci ha tirato le orecchie) che dopo tre anni di contratti a tempo determinato scatta l’obbligo dell’assunzione a tempo indeterminato? Ah già, vale solo per i privati. Ancora una volta.

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