SCUOLA E LAVORO/ Ai giovani va ricordato che il mondo è nelle loro mani

- Pierluigi Bartolomei

Al Meeting di Rimini torna il Direttore generale dell’Istituto professionale Elis, dove si accompagnano i giovani verso il lavoro

livella_lavoro_cura_pixabay
Pixabay

Ero già stato al Meeting di Rimini lo scorso anno con un paio di interventi, il primo sul tema “lavoro”, trattando l’argomento da Karl Marx alla Centesimus Annus di san Giovanni Paolo II, e con una lezione spettacolo sulla relazione umana, portando sulla scena i 5 linguaggi dell’Amore di Gary Chapman. Quest’anno partecipo alla quarantesima edizione rappresentando il centro Elis dove lavoro da circa 40 anni e che fu inaugurato a Roma nel settembre del 1964 da papa Paolo VI alla presenza di san Josemaria Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, quel giorno visibilmente emozionato.

La storia di Elis nasce con Pio XII, quando in occasione dei bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale che colpirono il quartiere di san Lorenzo, si recò in visita in quei luoghi appena dopo il disastro. Il Papa chiese alla gente cosa voleva che facesse per loro e tutti risposero “Lavoro, lavoro”. L’allora Segretario di Stato si mise subito all’opera per sviluppare e promuovere iniziative legate al lavoro nella capitale nell’immediato dopoguerra.

Dopo la morte di Pio XII si raccolse un donativo da tutto il mondo e fu proprio grazie a questo avvenimento che si potè progettare una grande opera in un vasto terreno del Vaticano situato nel quartiere periferico di Casal Bruciato, adiacente la via Tiburtina.

Durante il pontificato di San Giovanni XXIII si edificò il centro Elis su una superficie di circa 4 ettari. Paolo VI racconta che arrivando sulla Tiburtina nel giorno dell’inaugurazione, molte persone lo fermavano chiedendogli aiuto. Dicevano a gran voce: “Vogliamo lavorare” e allora il Papa chiese loro: “Cosa sapete fare?” e loro dissero: “Un po’ di tutto Santità”. Il Papa raccontò quel giorno un po’ divertito, ma allo stesso tempo preoccupato perché “un po’ di tutto” voleva dire concretamente che non sapevano fare nulla e allora l’Elis, seguendo lo spirito dell’Opus Dei, doveva insegnare a quei giovani meno abbienti il mestiere dell’operaio che ha pari dignità rispetto a qualsiasi altro lavoro. 

L’Elis divenne ben presto il centro internazionale per la gioventù lavoratrice, un complesso di servizi educativi finalizzati alla formazione professionale e umana della persona. Un luogo dove si insegnano le competenze professionali necessarie per un lavoro ben fatto, ma al tempo stesso una scuola dove si cresce lavorando sulle virtù umane di ciascuno. Santificare il lavoro vuol dire fare tutto curando bene ogni particolare affinché quel lavoro lo si possa offrire a Dio ogni giorno come fosse preghiera, aspirando perfino alla santità senza per questo ritirarsi a vivere in un convento come i frati, ma restando nel mondo, vivendo la grandezza della vita quotidiana.

Arrivai al Centro Elis nel 1985 dopo aver studiato in un centro universitario dell’Opus Dei a Ripa Grande, nel quartiere Prati a Roma. Avevo conosciuto san Josemaria Escrivà De Balaguer attraverso un filmato. Avevo visto in quell’occasione un uomo incredibile che amava stare con le persone e che mostrava una passione incredibile per la vita. Aveva un’energia fuori dal normale e si vedeva che era realmente innamorato di Dio. Quando la gente gli rivolgeva delle domande, guardava le persone con attenzione senza perdere nemmeno un particolare nello sguardo e nelle parole di chi lo intervistava. Diceva che prima di rispondere pregava il suo Angelo Custode.

Era molto esigente e allo stesso tempo amorevole con le anime perché sentiva il mondo sulle sue spalle e ci diceva che anche ciascuno di noi aveva il creato nelle proprie mani e perciò dovevamo essere illimitatamente responsabili e apostolici.

Amava incredibilmente il Papa, chiunque fosse e tutti i suoi successori hanno sempre tenuto fede a questo amore incondizionato e filiale per il Pontefice e la Chiesa. Non ho mai sentito nessuno nell’Opus Dei che abbia parlato in maniera superficiale e con scarsa devozione al Papa così come di nessun sacerdote di Santa romana Chiesa nostra madre. Pregava e ci chiedeva di fare lo stesso per coloro che non capendo l’Opus Dei diffondevano false notizie e cattiverie senza sostanza.

In quegli anni ho iniziato a respirare a pieni polmoni e le mie esperienze politiche estremiste e di vita precedenti furono sconvolte irreversibilmente, tanto che seppure credessi poco nel matrimonio e nella famiglia decisi di sposare Emanuela e di mettere al mondo i figli che Dio mi avrebbe donato.

Ho 5 figli che cerco di educare nella fede e nella solidarietà verso il prossimo, specialmente verso chi è più bisognoso di aiuto. I miei ragazzi sono liberi, ma hanno formato la loro coscienza fin da piccoli, per cui sono liberi ma responsabili. La libertà è un vero dramma per l’umanità, ma se la si usa bene si possono fare tantissime cose belle per se stessi e per gli altri.

Al centro Elis negli anni ’80 dovevamo riempire la residenza e allora pensammo di dar vita a dei corsi per super tecnici da reperire in tutte le scuole in Italia, specialmente nelle zone più depresse del Paese. Avevo il compito di progettare l’attività, di promuoverla attraverso dei viaggi con un vecchio Fiat 127 panorama, di selezionare i ragazzi, di fare la docenza e di curare la parte amministrativa. Eravamo in pochi per cui facevamo tutto, studiando molto e con generosità come fossimo il buon padre di famiglia. Il centro Elis era la mia seconda casa e chi lavorava con me era mio fratello, per cui mi sembrò normale portare da casa mobili, tappeti, cancelleria e quanto altro fosse necessario.

Dovevamo vivere la povertà considerando ogni bene come fosse uno strumento di cui servirsi, ma sempre con assoluto distacco. Ogni spesa che facevamo, anche a livello personale, doveva tener conto di una riflessione per capire se fosse veramente necessaria e per il bene dei giovani. I ragazzi sempre al centro. San Josemaria ci aveva insegnato il rapporto di amicizia e confidenza che significava ascoltare con attenzione i giovani, prendersi carico dei loro problemi, esigere nello studio, curare il rapporto con i loro genitori, essere molto attenti ai docenti selezionando i migliori, ma continuando a formarli durante l’arco di tutta la loro vita. E poi l’apostolato del non dare che vuol dire che anche poco, quasi nulla nei casi più disperati, ma qualcosa doveva costare la loro permanenza al centro Elis. Questo responsabilizzava di più gli alunni e dava maggiore valore ai nostri programmi d’istruzione e formazione.

San Josemaria ripeteva spesso che anche attraverso l’insegnamento della matematica si può trasmettere ai giovani l’esistenza di Dio e poi voleva che facessimo tutto in silenzio e di nascosto senza sbandierare i risultati perché si sarebbe persa l’efficacia in termini educativi. Dovevamo agire sempre per amore di Dio e per dare maggiore gloria a Dio. Ricordo che quando finiva la carta per le fotocopie, prendevo il motorino e andavo di corsa all’Aventino dal mio amico e cooperatore Cosimo per chiedergli un contributo e acquistarne una risma. Dovevamo vivere la povertà e non appena coperte le spese generali, destinare fino all’ultimo centesimo per il bene dei ragazzi.

Un giorno uno dei residenti finì nella tossicodipendenza e iniziò il percorso di recupero da don Pierino Gelmini presso la comunità l’incontro ad Amelia. Il suo docente di orologeria andava spesso a trovarlo, tanto da destare una certa curiosità presso i suoi compagni di sventura che gli dissero con una certa invidia: “Sei fortunato che hai tuo padre che viene e si interessa di te con un certo affetto”. Il nostro allievo rispose loro: “Quello non è mio padre, ma il mio docente che si comporta come fosse mio padre”. È stato sempre questo lo stile perché rappresenta lo stesso clima che si respira nell’Opus Dei. Noi ci sentiamo famiglia e il Prelato è il Padre che ci vuole bene e ci tratta come fossimo suoi figli.

Sono ormai 40 anni che vado tutti i giorni a Messa e che faccio il mio piano di vita, recitando ogni giorno il santo Rosario, leggendo alcuni minuti il Vangelo, pregando più di mezz’ora, recitando l’Angelus a mezzogiorno, facendo l’esame generale la sera e facendo spesso visita a Nostro Signore presente nel Tabernacolo. Giorno per giorno, chiedendo aiuto per i miei peccati e per quelli degli altri, pregando per i miei ragazzi della Scuola di Barbiana al Tiburtino, un’iniziativa nata tre anni fa che aiuta a crescere e avvicina al lavoro centinaia di ragazzi che arrivano dalle case famiglia, sbarcando a Lampedusa e dalle borgate romane. Nostro Padre, san Josemaria, ha voluto inoltre che ci confessassimo ogni settimana per essere più santi e più efficaci nel rapporto di amicizia e confidenza con le persone che ci passano accanto, anche se ovviamente può anche capitare di saltare o di ritardare qualche norma. 

Oggi, a 58 anni sono sempre più convinto che devo ringraziare il buon Dio per avermi fatto incontrare l’Opera che ha riempito di gioia la mia vita. La stessa gioia che ho provato e che sento ogni volta che incontro persone buone e sincere come Giorgio Vittadini, il quale a settembre del 2018 mi propose di entrare nella meravigliosa famiglia del Meeting di Rimini. Ero rimasto sbalordito dai volontari del Meeting nell’estate dello stesso anno. La loro autenticità e la loro straordinaria somiglianza con il nostro stile mi avevano molto colpito. Persone di buona volontà che cercano di unire l’impossibile, di gettare ponti per migliorare la società. Uniti per fare insieme, senza interessi personali, superando differenze, opinioni e con unico scopo di far bene alla Chiesa continuando a costruire l’opera del creato. 

Giorgio me lo chiese con semplicità e con una benevolenza disarmante di chi vede nel prossimo un vero fratello in Cristo e aggiunse: “Pierluigi se ci credi può essere un nuovo inizio…”. Questa esperienza ci ha fatto molto bene e ci spinge ad aprirci ancora verso tutti, facendo comunità in Cristo.

Rimini non è soltanto il Meeting, ma una quantità impressionante di persone che riempiono tutte le chiese del posto durante la santa Massa feriale e si ha veramente l’impressione, non soltanto in fiera dove forse è più palpabile, ma anche nel bel mezzo della strada che si respira un’aria diversa. Chi viene a Rimini torna a casa con la consapevolezza che il mondo non finirà mai nonostante le previsioni più catastrofiche che la nostra pochezza umana ci spinge a considerare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA